Sinistra controcorrente

Alberto Leiss
su "Critica Marxista", 2007, n.1

Dove va, che cosa diventa la sinistra italiana, in relazione più o meno forte e consapevole con il divenire globale delle forze politiche che in un modo o nell’altro si richiamano ancora alla tradizione politica che si è originata in Europa con il movimento operaio?

E’ una domanda che ci poniamo quotidianamente osservando la dinamica instabile della maggioranza che appoggia il governo Prodi. Un panorama politico segnato da una significativa contraddizione: da un lato un’esperienza unica nella storia d’Italia. Infatti, a parte la parentesi dei primi governi di unità antifascista nell’immediato dopoguerra, alle sinistre italiane non era mai toccato di governare insieme sulla base di un programma comune. Dall’altro lato, nessun particolare entusiasmo per questa occasione, ma una sorta di fibrillazione quotidiana in cui l’”apparire” della politica dei partiti e delle istituzioni sembra vincere sistematicamente sul suo “essere”, in un quadro in cui regna non poca confusione. Forse proprio perché questo “essere” non è un dato consolidato.

Per rispondere, per orientarsi, è utile riprendere in mano la raccolta di scritti che Piero Di Siena ha ordinato qualche tempo fa, sotto il titolo “Controcorrente. Dalla svolta dell’89 al partito democratico” (CalicEditori, 173 pagine, 15 euro). Non sempre l’assemblaggio che un autore, un dirigente politico, compie di una serie di propri interventi svolti in diverse occasioni lungo un arco di tempo non breve ottiene un risultato convincente.

In questo caso il punto di vista e le caratteristiche politiche del percorso documentato offrono una ricostruzione stimolante del travaglio della sinistra italiana, non ancora compiuto. E aprono una serie di domande di stretta attualità.

Di Siena ha sostenuto in modo critico la “svolta” di Occhetto, passando attraverso l’esperienza della mozione Bassolino, e si è poi collocato in modo originale nella sinistra del Pds e dei Ds, svolgendo negli anni più recenti un ruolo attivo nell’Associazione per il rinnovamento della sinistra. La sua azione di politico, di giornalista (a Rinascita e all’Unità) e di parlamentare è stata accompagnata da due esperienze editoriali stimolanti: la rivista “Asterischi”, diretta con Antonio Bassolino tra il ’91 e il ’93, e la rivista “Finesecolo”, diretta con Adriana Buffardi dal 1995 al 2000.

Se dovessi provare a sintetizzare il nocciolo teorico e culturale dell’idea di sinistra che si sviluppa in questo percorso citerei questi aspetti: l’autonomia politica, un rinnovato e profondo legame con il mondo del lavoro, la piena collocazione nel quadro di un’Europa che appare l’unica possibilità di alternativa – in termini di civiltà - al dominio globale del modello americano, la rideclinazione dell’idea di libertà, a partire dagli individui, uomini e donne, e andando quindi oltre un concetto statico di uguaglianza.

Secondo Di Siena uno dei gravi problemi che hanno prodotto un ritardo così vistoso nella transizione italiana, per quanto riguarda l’azione e le responsabilità della sinistra, sta nel meccanismo di rimozione continua della propria storia e tradizione. Tipici i vari tentativi effettuati durante e dopo la svolta del ’90-’91 di ricrearsi da parte dei dirigenti dell’ex Pci di una sorta di “pantheon” di riferimenti culturali nuovi e diversi, per lo più interni a una tradizione politica occidentale “altra”. Senza dire dei reiterati e in genere maldestri scarti in direzione della parallela vicenda italiana del socialismo, in particolare riguardo alla controversa figura di Bettino Craxi.

Ma una tradizione ingombrante come quella del comunismo e del movimento operaio, se non adeguatamente assunta, criticata e rielaborata, sembra destinata a riemergere come uno fastidioso e minaccioso “revenant”. Uno spettro che ritorna in forme cangianti e che sembra avere il potere di bloccare processi evolutivi.

Rispetto a questa tradizione negli scritti di Di Siena non compare alcun aspetto nostalgico, ma la salda convinzione che innovazione politica e una nuova capacità di autonomia, non possono basarsi sulla sua rimozione. Mentre il fondamento stesso di una politica di sinistra sta nella capacità e nella volontà di esercitare una critica dell’attuale assetto sociale capitalistico.

Ecco, ciò che resta vivo del passato è forse solo questo, ma fondamentale approccio alla politica: l’idea che non si possa dare una sinistra autonoma se si rinuncia alla critica della società data. Dello stato presente delle cose.

Ma le modalità di questa critica e le pratiche politiche che ne devono conseguire sono un terreno di ricerca e di sperimentazione. E il terreno della sperimentazione sono l’azione nella società e la battaglia nelle forme concrete della politica: che cosa poteva essere il Pds dopo la svolta, che senso attribuire all’Ulivo, quali contenuti definire per una nuova unità delle sinistre dopo le scissioni che si sono moltiplicate nell’era post-89. Infine che risposte costruire di fronte alla doppia ipotesi di un “partito democratico” e di un nuovo soggetto politico della sinistra.

I testi qui raccolti – dalle riviste citate, oltre che da altri periodici: Critica Marxista, L’Unità, il manifesto – si arrestano al 2005. Ma già emerge un’idea strategica di fondo: cioè la necessità di lavorare per un grande compromesso tra le forze di una sinistra che si vorrebbe autonoma, e l’area democratica sensibile e disponibile a una battaglia contro una destra dai contorni anche inquietanti. Un compromesso necessario in Italia, ma declinabile nell’intera dimensione europea.

Siamo, come si vede, all’urgenza dell’oggi: in Italia questo compromesso ora è alla prova del governo, ma come dicevamo sembra essere sistemicamente incapace di autorappresentarsi come quella grande politica di cui ci sarebbe bisogno.

E forse ciò avviene proprio perché non è sostenuto da una sufficiente forza connotata come sinistra autonoma e rinnovata. La sinistra è divisa e incerta. Cerca se stessa ancora nel bivio e nel guado di nuove forme-partito che stentano a trovare un’anima.

Il libro di Di Siena si apre con una franca e coraggiosa ammissione: l’idea di sinistra per cui l’autore si è battuto lungo un quindicennio – e che abbiamo cercato sinteticamente di delineare - non è riuscita ancora a emanciparsi da un esito minoritario. Ed è necessario interrogarsi sul perché. Una risposta viene anche immediatamente avanzata, e credo che meriterebbe un approfondimento serio: questa idea di sinistra è stata declinata forse in termini “troppo oppositivi” al processo di “americanizzazione” che sta coinvolgendo l’Europa. Una “americanizzazione” che non ha nulla a che fare con “l’influenza feconda e plurisecolare” che l’America sin dal suo sorgere ha avuto sul vecchio continente, ma che si sostanzia in una riorganizzazione della società europea attraverso la penetrazione delle politiche e delle culture neoliberiste e neoconservatrici che si sono affermate negli Usa. Dunque l’analisi e l’azione della politica della sinistra dovrebbe affinarsi. Saper legge meglio le contraddizioni di questa fase, cercare una “maggiore sintonia con il corso delle cose se si vuole veramente rovesciarlo e prendere un’altra direzione”.

Leggo qui, mi pare, anche un accenno autocritico rispetto a un ordine del discorso proprio della sinistra, che è un analizzare le ingiustizie dello stato presente delle cose, un procedere per denunce e per le invocazioni di un “dover essere” diverso. Mentre la sintonia con il corso delle cose è anche il saper leggere e nominare ciò che già va in direzione del mutamento. Anche quando non è esattamente il mutamento che stavamo invocando.

   
 
         
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