Verità e proposte sugli stipendi dei parlamentari.

"Valori" ha aperto una discussione sulle retribuzioni dei parlamentari e dei consiglieri regionali, e più in generale su quelle relative a incarichi di emanazione pubblica, che mi sembra giusta e opportuna. La politica e l'esercizio della rappresentanza democratica e delle funzioni di governo nazionali e periferiche hanno un costo. Ma, in genere, si pensa che quando si parla di politica, parlare di soldi sia un'indelicatezza. E invece è bene che i cittadini sappiano.

Per quel che mi riguarda ho pensato che la cosa migliore fosse fornire alla redazione di "Valori"la "busta paga" relativa alla mia retribuzione mensile. Si tratta di due fogli distinti. Il primo è relativo all'indennità parlamentare, su cui sono operate le detrazioni fiscali, quelle previdenziali - sia per il proseguimento del versamento dei contributi relativi all'attività lavorativa precedente che per il vitalizio e la reversibilità - e quelle per l'assistenza sanitaria integrativa. Essa si aggira al netto di tutte le trattenute sui 5.000 euro. Il secondo comprende le cosiddette "competenze accessorie": cioè il calcolo della quota di retribuzione legata alla partecipazione alle sedute, più una quota forfettaria di rimborso spese per la permanenza a Roma per i non residenti, o nel collegio se residenti nella capitale. Questa seconda parte della retribuzione, che oscilla tra i 4.000 e i 5.000 euro, a differenza dell'indennità non è sottoposta a ritenute di alcun tipo.

A ciò bisogna aggiungere 3.250 euro circa mensili che non sono tuttavia parte della retribuzione ma sono destinate a finanziare l'attività parlamentare, nel collegio e sul piano nazionale. Questa somma per metà viene versata direttamente al parlamentare, l'altra metà invece ai gruppi che, in base al proprio regolamento e previa autorizzazione dei singoli deputati e senatori, la utilizzano per la loro attività o la girano in tutto o in parte ai singoli parlamentari. Questi 3.250 euro, o qualche volta solo una parte di essi, servono a copr ire le spese per i collaboratori ma anche quelle relative all'iniziativa politica che il parlamentare svolge (manifesti, affitto di sale, ecc.). Si badi bene: solo l'attività che il deputato o il senatore svolge a titolo personale e non quella che avviene tramite i partiti. La legge infatti lo vieta espressamente.

Vi sono poi i benefit: viaggi gratuiti, corsi per l'apprendimento di lingue straniere, tessera per il cinema e per lo stadio, taglio dei capelli, prezzi contenuti al ristorante interno e al bar (che - chissà perché - viene chiamato 'buvette').

Qual è la mia opinione su tutto ciò?
Innanzitutto penso che sia bene distinguere tra retribuzione, copertura delle spese relative all'attività, benefit. Mettere tutto assieme non aiuta a dare un giudizio equilibrato e a individuare ciò che effettivamente non va.

Partirei quindi dai benefit. Tra questi l'unico che ritengo giustificato è la gratuità dei viaggi. Io la estenderei anche agli spostamenti nei paesi dell'Unione europea. E' mia opinione che un parlamentare debba potersi muovere liberamente senza alcun vincolo, anche di natura economica per svolgere la sua attività. Per questo aspetto, anzi, i parlamentari sono, per così dire, "svantaggiati" rispetto ad altre attività che richiedono spostamenti e permanenze in giro per l'Italia. Ad esempio, se un giornalista, un dirigente politico non parlamentare, un manager viaggia per conto del suo giornale, del suo partito o della sua azienda gli sono rimborsate oltre le spese di viaggio il pernottamento, il vitto e l'eventuale uso dei taxi. Cosa che adesso, in genere, per un palamentare non avviene. Con ciò non intendo sostenere che a deputati e senatori si debbano rimborsare vitto e pernottamento. L'alta retribuzione che percepiscono permette loro di farvi fronte. Ma volevo che i lettori di "Valori" potessero guardare questa questione anche da un altro punto di vista. E cioè che il reddito elevato serve anche a coprire un costo dell'attività che per altri è di solito rimborsato.

Gli altri benefit sono effettivamente odiosi, anche se meno onerosi dal punto di vista finanziario. Non vedo, infatti, perché un parlamentare non debba pagarsi il biglietto del cinema o dello stadio o debba godere di prezzi di favore all'interno della Camera o del Senato.

Per quel che riguarda i 3.250 euro destinati a finanziare le collaborazioni e l'attività il problema principale più che l'entità è la trasparenza. Solo per la metà di questa somma - quella riveniente dai gruppi, quando arriva - vi sarebbe l'obbligo di rendicontazione, secondo modalità stabilite però dai gruppi medesimi. La soluzione più giusta, a mio parere, sarebbe quella che entro un tetto di spesa prestabilito siano dirett amente Camera e Senato a pagare collaboratori e iniziative sulla base di un'adeguata documentazione. Per quel che mi riguarda utilizzo tutta la cifra in questione per l'attività di collegio e per collaborazioni all'Associazione per il Rinnovamento della sinistra presieduta da Aldo Tortorella.

Su pensioni, vitalizio e assistenza sanitaria integrativa, sinceramente, non avrei grandi obiezioni. Si tratta di trattamenti definiti in base a versamenti di natura contributiva e assicurativa, fondati sul criterio dell'equilibrio finanziario delle gestioni. Già nel corso della passata legislatura è stato superato il principio del carattere figurativo dei contributi che determinano la pensione relativa all'attività da cui si proviene, per cui oggi i singoli parlamentari versano all'Inps o agli altri istituti previdenziali la quota parte dei contributi che un tempo versava per loro il datore di lavoro. Poi è stata di molto aumentata la forbice tra legislature fatte e età a cui si ha diritto al vitalizio. Oggi chi fa una sola legislatura può prendere il vitalizio (cioè la pensione da parlamentare) a 65 anni, chi ne fa due a 60, da tre in su a 55 anni. E questo proprio per stabilire un equilibrio tra pensione riscossa e periodo in cui si versano i contributi necessari a farla maturare. Bisogna altresì tener conto che molte categorie di lavoratori hanno forme di assistenza sanitaria integrativa su base mutualistica e alcune addirittura più vantaggiose di quelle dei parlamentari, come (mi costa direttamente) nel caso dei giornalisti. Su tutto ciò forse saranno necessari altri aggiustamenti, anche in relazione a un intervento sulle pensioni in generale, ma non sentirei la necessità di radicali cambiamenti.

Dobbiamo tener conto poi che attraverso le retribuzioni dei parlamentari si realizza un finanziamento ai partiti in modo indiretto. Per quel che mi riguarda, ad esempio, dalla mia retribuzione netta bisogna sottrarre 2500 euro al mese per la direzione dei Ds, 500 euro per il Comitato regionale lucano dei Ds, 250 euro per l'Associazione per il Rinnovamento della sinistra, più altri contributi annui nel complesso di minore entità. Per il 2004 tali contributi sono destinati ad aumentare raggiungendo una cifra che si avvicinerà ai 50.000 euro all'anno. Bisogna dire poi che, per quello che riguarda almeno i parlamentari Ds, i contributi ai rispettivi comitati regionali sono anche superiori al mio e a volte eguagliano quello dato alla direzione nazionale.

Infine trovo discutibile che le indennità parlamentari siano agganciate allo stipendio dei magistrati. Gli aumenti superano in tal modo l'incremento del costo della vita, quando la maggior parte dei contratti non riesce a tenere il passo con il carovita.

Naturalmente, nonostante tutte le precisazioni del caso, le retribuzioni dei parlamentari restano comunque alte. Sono meno della metà dei 13.000 euro al mese di cui si parla, ma restano alte. Tuttavia, se i cittadini italiani pensano che sia intollerabile che i loro massimi rappresentanti abbiano retribuzioni eguali a quelle delle categorie meglio retribuite, bisogna che prima o poi si dia una risposta a questo sentimento, senza discettare sul qualunquismo altrui con il portafoglio pieno. Il vero problema però in questo caso, più che le alte retribuzioni, è che alla politica l'opinione pubblica non si riconosce il valore che le andrebbe invece riconosciuto. E se questo accade la colpa è della politica stessa non dei cittadini.

Comunque bisogna essere molto avvertiti nelle critiche alle retribuzioni dei parlamentari e degli eletti in genere. In una fase come questa esse possono, se non limitate agli eccessi, aprire la strada a quella particolare evoluzione negativa della democrazia che è la "democrazia del danaro", fondata cioè sul fatto che chi ha risorse finanziarie in proprio ha maggiori chance di successo politico. Berlusconi è un fenomeno particolarmente significativo di tale degenerazione del sistema democratico. Dalle cose che ho detto credo si comprenda anche come cambierei il sistema delle retribuzioni dei parlamentari.

Ridurrei i benefit praticamente alla gratuità dei viaggi; disciplinerei il finanziamento delle collaborazioni e delle attività attraverso forme di pagamento dirette da parte di Camera e Senato; aggancerei l'incremento delle retribuzioni all'aumento del costo della vita e non agli stipendi dei magistrati. E' mia intenzione presentare quanto prima un disegno di legge che va in questa direzione.

Come si vede, non propongo una diminuzione delle attuali retribuzioni, benché ci sia un disegno di legge in tal senso del la deputata Ds Gloria Buffo. "Valori" potrebbe cercarla e sentire le sue proposte. E mia opinione, tuttavia, che una riduzione delle attuali retribuzioni sarebbe auspicabile ma difficilmente conciliabile con questa funzione impropria di finanziamento della politica che avviene tramite le indennità parlamentari. Solo un incremento del finanziamento pubblico ai partiti la renderebbe possibile e strapperebbe il finanziamento della politica a procedure legittime ma poco trasparenti e affidate troppo alla discrezionalità dei singoli parlamentari che, per forza di cose, accentuano in tal modo il loro ruolo notabilare.

"Valori", novembre-dicembre 2003

   
 
         
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