Quali comunisti possono essere socialmente utili oggi in Italia?
di Luigi Vinci
Essere comunisti 5/2008

Le «semplici proposizioni» hegeliane che vorrebbero che il razionale (ciò che risponde a ragione) sia reale e il reale sia razionale mostrano proprio grazie all’itinerario politico di Hegel i loro veri significati: che per «razionale» si intende l’astrattamente speculativo, che (in questa forma) la proposizione «il razionale è reale» è quella che veramente conta tra le due, e che si tratta di un modo complicato di giustificazione della concreta materialità sociale. Com’è noto, Hegel, già simpatizzante della Francia rivoluzionaria e poi di Napoleone, divenne l’apologeta della monarchia della Prussia semifeudale, autocratica e oscurantista, della sua nobiltà e della sua burocrazia. Essendo la monarchia per «legge naturale» (per investitura divina) l’«universale punto centrale» dello stato, la nobiltà il ceto di governo, predisposta al suo esercizio imparziale (all’esercizio del «bene generale») dal fatto di essere «libera» dal bisogno (dal fatto di non dover lavorare perché altri lavoravano per lei), e la burocrazia, alle dipendenze della nobiltà, il «ceto generale», il «ceto dell’universalità», cioè il ceto illuminato dei funzionari dello stato, la Prussia era giunta, proclama Hegel, per prima rispetto al resto dell’Europa e del mondo, a quella condizione di totale libertà della totalità degli esseri umani a cui la storia universale, mossa da un principio di ragione, si stava sforzando da sempre di portarli, travaglio dopo travaglio. In quanto membri di un tale straordinario stato ai sudditi toccherebbe la fortuna di condividere una piena comprensione del reale: e con ciò appunto di essere liberi. Hegel inoltre specifica, dopo aver enunciato le due proposizioni, che per «reale» non possa intendersi «ogni capriccio, l’errore, il male» come pure «ogni passeggera esistenza», ogni «esistenza accidentale» (ogni casuale dato o processo del concreto); e dunque specifica… che non sarebbe reale ciò che non sia razionale. Di altro non si tratta, perciò, che di una tautologia non dialettica abbastanza banale: essendo reale solo ciò che sarebbe razionale, tutto il resto del concreto non sarebbe che un confuso assemblaggio di cose ininfluenti e di cui quindi non tener conto alcuno.
L’eminente giurista di sinistra hegeliana Gans (i cui corsi universitari di diritto penale furono seguiti da Marx) conierà, a partire proprio dalla realtà della Prussia, una categoria di «stato tutorio», di stato cioè nel quale «l’autocrazia non viene esercitata per se stessa, bensì per coloro che ne hanno bisogno, o che devono averne bisogno». Quest’aggiunta mi pare esprima adeguatamente la pretesa da parte dello stato autocratico di motivare l’autocrazia attraverso l’esercizio di una tutela a beneficio della società; Gans quindi era scettico circa l’effettivo fondamento dello stato «tutorio» nel bene della società (nel «bene generale») anziché in quello dei suoi «tutori». Gran parte della società prussiana era infatti sfruttata ben più del bestiame da lavoro e moriva di fame, o nelle guerre di potere in Europa dei suoi «tutori».
Perché queste note: perché si dovrebbe evitare di ragionare come faceva Hegel nelle discussioni circa l’opportunità, o addirittura l’urgente necessità politica, nel quadro della costruzione di una solida e durevole unità tra le sinistre politiche antisistemiche (cioè nel quadro del progetto di un «soggetto unitario e plurale»), che Rifondazione Comunista tolga dalla sua denominazione l’aggettivo «comunista», e prima di tutto lo tolga dal proprio modo di pensare se stessa e dunque le grandi questioni dell’umanità e del pianeta. Nella prospettiva di chi non si autodefinisca (più) comunista può certo apparire del tutto razionale che non solo si guardi criticamente all’esperienza storica novecentesca del comunismo politico, ma pure che si concluda con la richiesta che ogni richiamo al comunismo andrebbe abolito. La critica del socialismo autoritario e burocratico (del «socialismo reale») che fu proprio dell’Unione Sovietica e dei paesi dell’Europa centrale e il rigetto morale del totalitarismo staliniano e delle sue infamie; la constatazione, sulla base dell’esperienza dell’intero Novecento, della presenza nel marxismo di Marx o nel complesso teorico costituito dai marxismi novecenteschi o in tutt’e due di elementi più o meno significativi di obsolescenza o storicamente invalidati; la constatazione della dislocazione concretamente riformista che nel secondo dopoguerra novecentesco fu del Pci e il fatto che la sua prospettiva di trasformazioni socialiste, poiché non cancellava ma valorizzava la democrazia rappresentativa, fosse completamente fuori dal marxismo di Marx, da quello di Lenin e dal marxismo-leninismo della III Internazionale stalinizzata; la difficoltà estrema, malamente coperta da proposizioni e da pratiche approssimative, del complesso costituito dalle formazioni politiche comuniste nel loro rapporto alle culture e ai movimenti antisistemici emersi nella seconda metà del Novecento, cioè nel loro rapporto al femminismo, all’ecologismo, al pacifismo nonviolento e allo stesso altermondialismo; la disintegrazione strategica dei comunismi politici contemporanei: tutto questo e magari altro ancora è quasi ovvio che portino alla conclusione, all’esterno di Rifondazione Comunista (o del Pdci, o del Manifesto), che sia opportuno o addirittura necessario un modo «non comunista» di pensarsi e di proporsi, dal lato della sinistra antisistemica, alla società (e lo stesso vale per quanti in Rifondazione non si definiscano più comunisti bensì chiedono che si vada «oltre»). Fuori dunque dai piedi il «comunismo», che oggi significa tutto e il contrario di tutto, e, soprattutto, che dentro a questo tutto significa anche cose orribili che allontanano molta gente di sinistra da chi partito comunista si dichiari, mettiamoci invece il «socialismo», o altro, o non mettiamoci niente, potrebbe bastare il termine «sinistra». Ora non ho nulla di particolarmente polemico contro i portatori di questa richiesta di soppressione del richiamo al «comunismo» (personalmente mi sono interrogato più di una volta sull’opportunità, ai fini di una superiore accettabilità sociale, di questa soppressione da parte di Rifondazione). La discussione che la premette coglie infatti un lato assai importante di ciò che a Rifondazione necessita per non diventare residuale o marginale (la tendenza non solo è in atto ma è pericolosamente inoltrata), per non continuare a produrre sette alla sua sinistra o al suo stesso interno oppure per non finire con la propria generale dissoluzione: quello di cominciare a fare conti seri, senza spaventarsi e senza resistenze, ma anche senza banalità altisonanti e ondivaghe, sui limiti fondamentali dell’esperienza politica del comunismo europeo novecentesco e di quella stessa teorica del marxismo. Né ho niente di particolarmente polemico contro i portatori di un non infrequente elemento delle conclusioni politiche di questa discussione, e cioè la richiesta a Rifondazione Comunista di sciogliersi e di convergere, assieme alle forze esse pure «sciolte» di altre formazioni politiche di sinistra antisistemica, in un unico partito. Questa richiesta riflette infatti pure la necessità urgente di una costruzione unitaria a sinistra, pena, anche per questa via, la marginalizzazione o il dissolvimento. Tuttavia vorrei discutere attentamente del perché queste richieste di soppressione del «comunismo» e di scioglimento di Rifondazione secondo me non funzionino, nel senso preciso che la loro pratica non darebbe i risultati auspicati, bensì produrrebbe effetti estremamente negativi (cioè di larga perdita di forze) per la sinistra antisistemica nel suo insieme: sottolineando primariamente come esse conseguano ad analisi à la Hegel, e cioè centrate su quegli elementi del concreto che confermano posizioni aprioristiche, ovvero conseguano ad analisi che volutamente collocano altri elementi del concreto nel novero di ciò che sarebbe «capriccio», «errore», «male», «passeggero», «accidentale».
Le militanze di sinistra (quindi quella comunista, ma non solo: anche quelle socialista o ecologista o femminista o pacifista) non sono solamente identità collettive politiche, culturali, dotate di una loro morale specifica e per più aspetti anche antropologiche: sono anche luoghi di una specifica esperienza simbolica. È questo uno dei tre elementi, per così dire, di rilievo «ontologico» (il primo dei quali è riferito all’essenza dei processi sociali) della mia obiezione alle richieste di soppressione del «comunismo» e di scioglimento di Rifondazione Comunista. Gli esseri umani non agiscono senza un’elaborazione da parte dei loro intelletti degli oggetti (cose, persone, fatti, comunità di persone, narrazioni, rapporti, processi ecc.) nei quali si imbattano, ma in base ai significati, costruiti appunto dall’intelletto, attraverso procedimenti interpretativi e immaginativi, che a questi oggetti essi assegnano; le identità collettive (politiche o non politiche che siano) sono dunque costruite e si autodefiniscono sulla base di una comunanza di significati relativi agli oggetti di loro pertinenza, interpretati attraverso una comunanza di esperienze di rapporto a essi. Si tratta così sempre, quando parliamo di identità collettive, di qualcosa di molto intenso, con basi antropologiche e morali specifiche, perciò con basi specifiche anche profonde nella psiche di chi ne partecipa, parte delle quali inconsapevoli o semiconsapevoli, ecc. Di conseguenza, quando un’identità collettiva venga persa (distrutta, dissolta) gli esseri umani che ne erano partecipi facilmente tendono a trovarsi senza identità, culturalmente deprivati, anomici, passivizzati, quindi ai margini del tessuto sociale, non già a cambiare identità. Le identità collettive di sinistra, venendo a noi, sono dunque luoghi di relazioni interindividuali sia estremamente articolate e complicate che difficilmente sostituibili, inoltre assai più articolate e complicate di quanto non appaia in superficie o spesso si sappia da parte delle stesse persone partecipi, così come sono luoghi di un legame comune critico assai articolato e complicato alla storia umana passata e futura e alla società, al proprio paese e al suo tessuto culturale, alle proprie entità umane di riferimento (alla classe, al genere, al territorio); infine sono modi comuni specifici di reagire alle circostanze e di collocarsi nelle varie situazioni. Un’identità comunista allora non è solamente l’apologia o la critica del «socialismo reale», la difesa ortodossa del marxismo o la ricerca di un nuovo paradigma antisistemico più o meno dotato di connessioni al marxismo, la condivisione o la critica della vicenda del Pci o del Pcf, ecc.: è una parte di queste cose ma è anche di più, e questo di più è esso pure essenziale alla sua esistenza in quanto collettività politica. Non è un caso, a questo riguardo, che in Rifondazione ci siano letture diverse di molte cose importanti, ma senza che ciò ne proponga l’immediato dissolvimento: ci sono altre cose importanti a tenerla assieme, inoltre altre cose che risultano concretamente prioritarie nel vissuto della sua militanza. Non solo: nessuna collettività politica vive la sua esperienza culturale o simbolica in termini statici, neanche, a ben vedere, le più irrigidite: e dunque c’è da aggiungere che in Rifondazione un paradigma largamente comune è venuto via via formandosi. Un buon esempio di ciò riguarda il superamento della divergenza iniziale relativa alle forme del rapporto di Rifondazione al movimento altermondialista, più in generale alle esperienze di movimento.
Quanto il dato di una tale struttura articolata e complicata delle identità collettive di sinistra sia vero mi pare che sia stato dimostrato a negativo in modo molto convincente dall’esperienza dello scioglimento del Pci. Non mi pare che Achille Occhetto, che di questo scioglimento fu il principale protagonista, avesse in mente come obiettivo quello che diventerà rapidamente il partito dei Ds, e ancor meno quello che poi sarà il Pd, e cioè formazioni culturalmente subalterne, a larga maggioranza, al liberismo e sempre più attraversate, nei loro ceti politici, da pulsioni affaristiche e neogolliste, ovvero sempre più caratterizzate da un’idea autoritaria del governo della società contemporanea e da quella di una stretta integrazione tra i vari poteri sistemici, nella cui posizione dominante sia il governo politico della società; Occhetto al contrario aveva in mente di avviare, con il Pds, una formazione antisistemica di tipo nuovo. Tuttavia accadde esattamente questo (né altro era probabile che accadesse): primo, la dispersione di un enorme patrimonio militante (quando, in capo a un paio d’anni, Pds e Rifondazione Comunista si assesteranno, si potrà constatare l’uscita dalla militanza politica, rispetto a quella di cui disponeva il Pci, di qualcosa come 700.000 persone); secondo, che dentro al vuoto simbolico o alla disorganizzazione del simbolico tradizionale caratterizzanti il Pds si infileranno le posizioni culturali e le antropologie dominanti del momento storico, appunto quelle liberiste; terzo, che l’elemento interno ai gruppi dirigenti, agli apparati e alle intellighenzie già orientato, da più o meno tempo, in senso subalterno diverrà egemone, prenderà il sopravvento e si sbarazzerà infine di Occhetto.
E poi: siamo sicuri che il successo ben superiore del Pds nella società italiana rispetto a quello di Rifondazione Comunista non sia avvenuto anche perché il simbolico di vaste masse di popolo si era costruito nel rapporto al Pci, e nel Pds queste masse di popolo videro, assai più che in Rifondazione, l’erede del Pci? Si può inoltre spiegare, facendo astrazione da questo dato della società italiana, l’insuccesso quantitativo di Sinistra Democratica, avendo essa motivato la propria costituzione con l’intenzione di proseguire, e anzi di accentuare, il legame che era dei Ds al Partito del Socialismo europeo (a un’altra storia, ergo a un’altra costruzione simbolica, quella delle grandi socialdemocrazie)? Beninteso: non voglio con ciò affermare che le compagne e i compagni di Sd abbiano sbagliato a costituirsi in formazione politica indipendente (penso esattamente il contrario), oppure sbagliato a dichiarare, nonostante la propria propensione antisistemica, la propria appartenenza all’area, a dominante propensione liberale, delle socialdemocrazie europee (il diritto a esistere non vale solo per le identità comuniste ma anche per quelle socialiste, inoltre è bene che anche quelle socialiste esistano): intendo invece affermare che in Italia la sinistra politica antisistemica risulta tuttora strutturata in sede di simbolico, a larghissima maggioranza, in sintonia al simbolico che fu del Pci.
Gli effetti negativi dello scioglimento del Pci, giova precisare, sono dunque in sostanza gli effetti dello scioglimento di ciò che il Pci era storicamente diventato nella società italiana, non già la concretizzazione italiana di presunti effetti tout court obbligati, di effetti sempre e comunque, dello scioglimento di un partito comunista; e infatti esperienze altrove di scioglimenti validi di formazioni comuniste ce ne sono state molte. Esse però non insegnano niente di più ai comunisti, a mio avviso, che la validità dell’unità politica tra le sinistre antisistemiche e quella della necessità di un’elaborazione critica adeguata della scolastica marxista-leninista e perciò del «socialismo reale». La Linke tedesca è nata dall’unificazione tra una formazione già comunista marxista-leninista, che decise di trasformarsi in socialista di sinistra a seguito del fallimento politico e del collasso dell’esperienza di «socialismo reale» della quale era stata protagonista, nella parte orientale della Germania, e una formazione socialista sorta più recentemente attraverso una scissione di sinistra da una socialdemocrazia che si era organicamente collocata, tornata al governo della Germania, sul terreno del liberismo; ambedue le formazioni inoltre guardano al Partito della Sinistra Europea come alla formazione europea di riferimento. I partiti di «sinistra verde» di Svezia, Norvegia, Danimarca e Finlandia, sorti da scissioni di maggioranza dei partiti comunisti o dalla trasformazione in partiti socialisti di sinistra dei partiti comunisti (tutti quanti accresciuti poi dalla confluenza di gruppi femministi, ecologisti e di sinistra socialdemocratica), sono stati il risultato dell’impossibilità in questi paesi di reggere da parte comunista, dopo il 1956 ungherese e polacco, ogni riferimento al «socialismo reale» e, al tempo stesso, la pressione delle grandi riforme semisocialiste prodotte dalle socialdemocrazie. In Venezuela si è recentemente realizzata l’unificazione dei cinque o sei partiti e gruppi di sinistra antisistemica e dei «comitati bolivariani» in Partito Socialista Unito: si è trattato di un passaggio fondamentale nel contesto di un’urgente necessità di istituzionalizzazione di un processo rivoluzionario socialista incipiente, di un passaggio necessario cioè al superamento della situazione caotica di questo processo, in quanto facente solamente capo, da una parte, alla presidenza della Repubblica e, dall’altra, a comitati popolari di base; e va aggiunto che sul versante dei partiti e dei gruppi si trovava qualche decina di migliaia di militanti e su quello dei comitati bolivariani cinque milioni di persone. Non voglio continuare: mi pare appunto facile concludere che niente di tutto questo ci dice come procedere esattamente, dunque nella forma di organizzazione del «soggetto unitario e plurale», in Italia. Il «socialismo reale» tedesco-orientale, benché non privo di una base di massa, anche grazie ai suoi successi sociali, fu rovesciato dalla maggioranza della popolazione, che non accettava più una forma pesantemente autoritaria di socialismo: il Pci è stato invece il protagonista politico principale del ritorno in Italia della democrazia e l’artefice politico principale del suo sviluppo. Le condizioni dell’Italia non sono quelle dei paesi scandinavi, ancor meno quelle del Venezuela, né la prospettiva strategica, la dimensione quantitativa e l’influenza sociale raggiunte dai partiti comunisti di questi paesi sono paragonabili a quelle raggiunte dal Pci: che è stato a lungo egemone nella sinistra italiana e questo in virtù, largamente, di una sua concezione sostanzialmente autonoma della lotta per il socialismo e della costruzione del socialismo. In più in Italia siamo all’avvio di un processo che mette assieme comunisti, socialisti di sinistra e verdi di sinistra organizzati in partiti che guardano a ben tre diversi partiti europei, due dei quali (quello socialista e quello verde) più o meno liberali e più o meno subalterni al liberismo, inoltre sostenenti la guerra come mezzo estremo della politica estera.
Posso così venire al secondo elemento di rilievo «ontologico» (che pone la necessità di una critica teorica adeguata dei processi sociali, guardando quindi alla loro essenza) della mia obiezione alle richieste di soppressione del «comunismo» e di scioglimento di Rifondazione Comunista: il fatto che il simbolico di Rifondazione contiene un elemento che è parimenti un elemento fondativo della sua cultura politica, quello dell’anticapitalismo, e che in questo c’è qualcosa che la differenzia significativamente rispetto a due tra le formazioni (Sd e Verdi) partecipi del progetto di un «soggetto unitario e plurale» di sinistra antisistemica (e che, per esempio, si esprime in una differenza nell’approccio tattico alla questione della partecipazione a governi di coalizione con sinistre liberali). Non voglio, naturalmente, affermare una subalternità di queste due formazioni, sulla scia, per esempio, della contrapposizione storica, dentro al movimento operaio europeo, tra rivoluzionari e riformisti (tra l’altro obsoleta); tuttavia davvero qualcosa di significativo c’è a differenziare queste due formazioni da Rifondazione: e cioè la tendenza a ridurre, da parte socialista di sinistra, la proposta dello schieramento antisistemico alla realizzazione di riforme sostanzialmente redistributive di reddito e sul terreno della proprietà di una parte dei mezzi di produzione (le socialdemocrazie di una volta, com’è noto, la pensavano così, il loro gradualismo le portava a questo tipo di proposta); e c’è la tendenza da parte verde di sinistra a ridurre la proposta dello schieramento antisistemico ad azioni conservative sul terreno della gestione delle risorse, del territorio e delle condizioni ambientali, perciò a riforme dei «modelli» della produzione e del consumo. Né l’una né l’altra formazione cioè si propongono, a differenza di Rifondazione (in questo appunto comunista), di agire anche sul dato qualitativo dello sfruttamento del lavoro e su quello della struttura del potere politico. Per quanto riguarda il Pdci la differenza da Rifondazione invece sta, mi pare, nel legame assai intenso del Pdci all’esperienza tattica, assai cauta e a forte centratura sulla dimensione istituzionale della politica, del Pci nel corso del secondo dopoguerra.
Domanda: siamo sicuri che tutte queste differenze siano di facile quindi di rapido superamento, inoltre che la soppressione del «comunismo» da parte di Rifondazione Comunista o il suo scioglimento (fingendo per un attimo che non siano le anticamere del dissolvimento di larga parte della sua militanza) aiuterebbero la costruzione di una soluzione condivisa ovvero, per quanto riguarda il punto di vista di Rifondazione, antisistemica-anticapitalistica? O piuttosto assisteremmo (e non ne faccio per nulla questione di cattive intenzioni da parte di chicchessia) a un «soggetto unitario e plurale» animato da un dominante impulso a una pratica politica centrata sulla presenza istituzionale, e meglio ancora se dentro a un governo, ovvero da un dominante impulso, in concreto, alla subalternità al Pd?
C’è in Italia, allora, molto lavoro da fare per comporre un buon grado di convergenza anche solo politico-strategica delle formazioni della sinistra politica antisistemica, ovvero per comporre un «soggetto unitario e plurale» adeguatamente efficace. Non che questo escluda la possibilità, e neanche l’urgenza politica, di lavorare a un’operazione unitaria e di realizzarne vari passi significativi: esclude tuttavia in radice, ancora, in solido alla diversità qualitativa e al livello delle identità collettive, scioglimenti e fusioni. In conclusione tutto ciò rinvia all’opportunità, perché questo «soggetto» non si sfasci alla prima occasione (rischio in cui esso è continuamente incorso sino a quando Veltroni non ha chiuso con ogni possibilità di connessione elettorale tra Pd e forze alla sua sinistra), di dotarsi di una struttura federativa che sia assai duttile, e cioè capace di accettare e di gestire differenze significative di posizioni e anche di comportamento politico, e questo nelle stesse sedi istituzionali.
L’altissima probabilità che il «soggetto unitario e plurale» abbia a scontare in futuro differenze di posizione e di comportamento tra le sue formazioni componenti non può essere assegnata, inoltre, al solo dato delle loro differenti culture politiche e dei loro differenti simbolici: va pure assegnata, invece, alla vigenza di loro differenti basi sociali e di loro differenti esperienze di movimento (faccio astrazione, per semplicità di ragionamento, dalle sovrapposizioni più o meno rilevanti delle basi sociali e delle esperienze e dalle «contaminazioni» delle culture politiche originarie di ciascuno a opera di quelle di altri). E dunque la questione giusta da porsi non è quella della costruzione più o meno celere di un paradigma unico mediante l’omologazione delle diverse formazioni, attraverso scioglimenti e fusioni, ciò che infatti sarebbe di un velleitarismo assoluto, e solo foriera di vacuità da un lato e di liti, rotture e perdite di forze militanti dall’altro: è invece quella della sperimentazione effettiva e quindi della costruzione pragmatica di un «soggetto unitario e plurale» che non si pensa come provvisorio ma, in buona sostanza, come permanente, e questo a partire dagli elementi consolidati di convergenza politica.
Ed eccomi perciò al terzo elemento di rilievo «ontologico» (che pone la necessità di una critica pratica adeguata dei processi sociali, guardando quindi alla loro essenza) della mia obiezione alle richieste di soppressione del «comunismo» e di scioglimento di Rifondazione Comunista. L’avvio del ragionamento lo formulo nei termini di alcune ipotesi. Primo, dunque, che la lotta antisistemica, al fine di essere anche lotta effettivamente anticapitalistica, occorre si svolga a fondo, durevolmente e in forme adeguate in tutti i «luoghi» della società e della politica ovvero in tutto il loro tessuto di complessi, in altre parole occorra una capacità di contestare il complesso dei poteri oppressivi, sfruttatori, manipolatori delle coscienze, orientati alla distruzione di condizioni di esistenza (contestando i poteri di classe così come quelli patriarcali, razzisti, omofobi, oscurantisti, distruttivi della natura, distruttivi di mondi di vita, mediatici manipolatori, di ceto politico autoreferenziale, ecc.); secondo, che quindi alla lotta antisistemica-anticapitalistica necessitino formazioni politiche effettivamente capaci di operare «pluralisticamente», ovvero lungo una pluralità di percorsi e anche con un’articolazione di linguaggi, dovendo rivolgersi a una pluralità di figure subalterne; terzo, che il tipo di partito inventato quasi un secolo e mezzo fa dal movimento operaio ha tra i fattori della sua crisi europea anche un’incapacità strutturale (culturale, antropologica, organizzativa) a operare in termini effettivamente «pluralistici».
Non che, ovviamente, questo tipo di partito non ci abbia provato e non continui a provarci: tuttavia con risultati non solo parziali ma sempre meno adeguati. Cominciò storicamente con una difficoltà a rapportarsi ai contadini, poi alle popolazioni delle colonie, ciò che in ogni caso diede risultati parziali, poi, in tempi relativamente recenti, proseguì con una difficoltà a rapportarsi ai movimenti delle donne e a quelli ecologisti, registrando invece in sé ostacoli di fondo (beninteso ciò sostanzialmente vale, simmetricamente, per i partiti verdi: al cui sviluppo culturale e antropologico sui terreni dell’ecologismo, del pacifismo e, in parte, del femminismo corrisponde una difficoltà estrema di rapporto al lavoro salariato, alle sue organizzazioni e alle sue richieste di liberazione). In altre situazioni del pianeta (in America Latina e in altre parti della periferia capitalistica) è invece frequente constatare processi, nelle forme più diverse, che integrano soddisfacentemente i diversi elementi critico-pratici antisistemici (evito per brevità di fare esempi): occorre quindi chiedersi che cosa faccia sì che l’Europa non riesca a muoversi analogamente. Il fatto è, a mio avviso, che, primo, l’Europa dispone di un grado qualitativamente superiore di complicatezza delle sue formazioni sociali; secondo, che la situazione del lavoro subalterno è in Europa (ma più in generale nel centro capitalistico) molto più complicata, strutturalmente e culturalmente, di quella della periferia; terzo, che i corsi soggettivi europei sono estesamente e profondamente segnati in negativo dal duplice fallimento del suo movimento operaio, ovvero dal tracollo del «socialismo reale» e dal passaggio organico di campo di classe del grosso della sua socialdemocrazia, sicché da una situazione di largo disorientamento politico e di larga anomia dei suoi proletariati; quarto, dunque, che l’alto livello di politicità raggiunto dal complesso costituito dalle sinistre antisistemiche non partitiche (associazioni, comitati, forme di movimento, ecc.) si è da tempo solidificata in quanto larga quando non totale autonomia dai partiti antisistemici del movimento operaio.
Parte ampia della ricerca sociale del Novecento condotta da figure più o meno di sinistra ha teso a contestare le concezioni olistiche della società (per esempio Weber e Polanyi, Castoriadis e Habermas; dentro al marxismo, molto cautamente Labriola e Gramsci, meno cautamente l’ultimo Lukács), cioè ha teso a contestare quelle concezioni che pongono analogie di funzionamento tra le formazioni sociali e gli organismi biologici, a partire dalla tesi che la società sia mossa nella sua interezza dai processi propri di una sua particolare dimensione, quasi sempre, inoltre, indicata nell’economia, da Adam Smith in poi. Altre figure (tra le quali primeggia Hannah Arendt) hanno anche teso a sottolineare come nel Novecento tali concezioni olistiche abbiano orientato una serie di correnti politiche e le abbiano portate a tentare assetti organicistici e quindi più o meno totalitari della società. Una di queste correnti è stata la III Internazionale stalinizzata, la cui creatura sociale fondamentale è stato appunto il «socialismo reale»; un’altra è stata il fascismo, cioè l’ideologia della costruzione di comunità organiche su base etnica, un’altra ancora, in forma soft e mascherata, il liberismo contemporaneo, cioè l’ideologia della costruzione di «società di mercato». Ora io ritengo, guardando ai termini più generali della questione, che non si tratti semplicemente di chiamare in causa la propensione fortemente organicistica che si sviluppò con lo stalinismo nella III Internazionale, ma di chiamare in causa anche quella, più o meno vigorosa, del marxismo nel suo insieme, pur con alcune parziali eccezioni, sicché di quello stesso di Marx. Il marxismo costituisce infatti un complesso teorico comprendente nelle sue ipotesi di livello ontologico il carattere appunto «semplice» e, su questa base, appunto olistico della società, avendone fondato il movimento interno e le trasformazioni storiche sui soli processi e conflitti in sede economica, quindi sui soli processi e conflitti di classe, in più ponendoli in quanto processi e conflitti definiti da leggi non-probabilistiche, ergo dotate della valenza di assoluti. Certo poi gli si può appiccicare «teoricamente» quel che si vuole: ma dimensione culturale e, perciò, simbolico e antropologia della militanza, dei quadri e delle organizzazioni all’appiccicatura tenderanno moltissimo a resistere, e così non ne verrà fuori granché né in termini euristici né nella pratica sociale, ancor meno sul terreno di una ricostruzione del paradigma. Rivoluzioni socialiste contadine o di popoli oppressi fondamentalmente contadini non sono state a caso piegate nel senso di obiettivi che erano stati definiti ipotizzando i percorsi di rivoluzioni socialiste proletarie. Queste ultime, inoltre, hanno sostanzialmente ignorato il carattere di complessi sia strutturali che culturali e antropologici delle proprie formazioni sociali. Il rapporto poi ai movimenti antisistemici più recenti ha dovuto scontare, come difficoltà supplementare, il fatto che essi esprimevano una critica esplicita alla dimensione ontologica del marxismo.
C’è allora da chiedersi se, nell’incipienza della costruzione del «soggetto unitario e plurale», l’ansia che porta più figure importanti della sinistra politica antisistemica a procedere su base speculativa, astrattamente razionale, à la Hegel, in questa costruzione, cioè a procedervi mediante scioglimenti e fusioni non sia l’effetto, in sede ideologica, di un inamovibile radicamento nelle precoscienze di queste figure del particolare carattere olistico del marxismo, e al tempo stesso di un inamovibile radicamento della forma estremamente centralistica-verticale che più o meno rapidamente assunse il partito del movimento operaio, a partire, quasi un secolo e mezzo fa, dalla socialdemocrazia tedesca (che si costruì prendendo infatti a modello il proprio antagonista politico fondamentale e cioè lo stato prussiano, e che però aveva anche una sua giustificazione nella deprivazione delle classi subalterne di allora in sede di strumenti interpretativi di base). In più, guardando ai rapporti materiali, c’è da chiedersi se quest’ansia non risulti talvolta rafforzata dalla difficoltà ad accettare il ribaltamento di precedenti ruoli dirigenti di tipo «tutorio», o di ruoli costruiti al servizio di «tutori» (ruoli infatti essi pure propri della storia del movimento operaio), in quei ruoli invece di tipo democratico, rivendicati ormai coralmente dalle diverse militanze di sinistra antisistemica, dinanzi ai reiterati fallimenti di tutte le famiglie della sinistra politica italiana e in sintonia alla critica ormai feroce in tanta parte del popolo italiano contro le autoreferenzialità di ceto politico. La difficoltà ad accettare un tale ribaltamento di segno democratico dei ruoli precedenti inoltre risulta moltiplicata, a sua volta, dalle vistose trasformazioni della politica italiana, in senso cesarista, e sia sul terreno del governo dello stato e dei suoi livelli locali che su quello della gestione dei partiti. Apparentemente in risposta allo spappolamento del tessuto sociale, si è trattato in realtà del frutto maligno dello spappolamento del sistema di forze politiche uscito dalla guerra, che erano soggetti culturali capaci di robuste egemonie, quindi soggetti capaci della costruzione di una società composta di robusti aggregati. È dunque allo spappolamento di quelle forze politiche che fondamentalmente si deve lo spappolamento del tessuto sociale: infatti al loro spappolamento sono seguite aree politiche internamente spappolate, che per reggersi e reggere un proprio ruolo sociale e un proprio mercato elettorale hanno teso a costruirsi vieppiù come lobbies raccattanti con i mezzi più spuri pezzi e pezzetti di consenso sociale, inoltre hanno teso a produrre pratiche culturali fatte di mix di intuizioni approssimative e di ricorsi alla retorica e alla demagogia. E parimenti queste aree politiche non potevano non tendere, appunto in quanto spappolate, a costruirsi internamente come dominazioni cesariste ergo «tutorie», inoltre a gestire (a destra) o a subire (a sinistra) la rappresentazione della politica prodotta da un sistema informativo degradato ad apparato manipolatorio liberista-populista. La Francia, nella quale questo processo involutivo cominciò con il mezzo colpo di stato gollista del 1958 e il passaggio alla Repubblica presidenziale e il cambiamento antidemocratico (antiproporzionale) di legge elettorale che a questo colpo di stato succedettero, non a caso oggi fa scuola all’Italia, di destra ma anche di sinistra, Mitterrand essendo stato, a partire dal congresso di unificazione socialista nel 1971 a Épinay, uno dei fondamentali utenti delle trasformazioni golliste dello stato. Va da sé che è qui che cominciano il lungo processo di estinzione del Pcf e l’insettarimento organico delle componenti più radicalizzate della sinistra francese.
Un’ulteriore necessità che muove in senso contrario alle richieste di soppressione del «comunismo» e di scioglimento di Rifondazione Comunista è perciò quella della costruzione di un processo che sia effettivamente virtuoso di confronto tra le diverse culture antisistemiche e tra le loro formazioni (che inoltre, e giova sottolinearlo, non sono solamente partiti ma anche altre forme organizzative), di un processo che sia cioè tendente, attraverso un’etica e relazioni discorsive e forti pratiche democratiche, a un paradigma comune duttile e aperto. Da questo punto di vista non solo i tempi della costruzione organizzativa del «soggetto unitario e plurale» non possono essere bruciati, ma l’unica cornice organizzativa nella quale quest’etica, queste relazioni e queste pratiche possano proficuamente operare, anziché essere distrutte in radice, è quella di una formazione politica duttile e aperta, ergo di una federazione sostanzialmente a rete. L’urgenza di un tale «soggetto» è dunque su tutt’altri piani, su piani cioè nessuno dei quali è suscettibile di indicarne la forma organizzativa: quello dell’immediata efficacia politica della sinistra antisistemica e quello dell’esistenza di uno strumento importante, assieme alle mobilitazioni sociali e culturali e dentro a esse, grazie al quale selezionare e affinare su base concreta e attraverso la partecipazione combinata di tutta la militanza e di ampie forze sociali le ipotesi portanti di quel paradigma comune.
Ciò, in ultimo, rinvia alla necessità di una profonda modificazione degli stessi assetti organizzativi e relazionali di partito, così come a un’estrema attenzione nella costruzione degli assetti del «soggetto unitario e plurale», e qui, in particolare, al coinvolgimento del gran numero di associazioni, gruppi, comitati, collettivi interessati a questo «soggetto», anzi che stanno tentando di prendervi parte. Democrazia partecipativa, democrazia di genere, definizione democratica degli indirizzi, delle scelte, delle figure dirigenti e di quelle inviate a ruoli istituzionali, deverticalizzazione delle strutture, vasta redistribuzione territoriale delle risorse materiali e dei poteri di decisione, riduzione corposa degli apparati, rotazione dei ruoli dirigenti e di quelli istituzionali, sobrietà dei comportamenti di figure dirigenti e istituzionali, drastica riduzione dei loro privilegi materiali, fine del culto dei capi e magari altre cose non dovrebbero rimanere confinate ai discorsi o ai documenti di partito, bensì dovrebbero essere praticate con convinzione a partire dalle stesse figure dirigenti; e questo, oltre a costituire la condictio sine qua non di un rilancio reale della partecipazione militante, sarebbe anche un contributo di cultura politica ed etico importante da portare al «soggetto unitario e plurale», suscettibile di consentirgli un’elevata capacità di persuasione sociale e di raccolta di crescenti forze. E aggiungo come questa modificazione degli assetti di partito e questo rilancio della partecipazione militante, e, assieme, l’apertura sostanziale del «soggetto unitario e plurale» alle forze non partitiche della sinistra antisistemica, che sui terreni di competenza di ciascuna sono di grande radicalità, rappresentano quella che, a mio avviso, è la migliore garanzia rispetto a ogni forma di deriva più o meno subalterna del «soggetto unitario e plurale» così come delle forze politiche partecipi; mentre trovo di estrema debolezza, a questo riguardo, arroccamenti su se stessi ovvero rifiuti di questo «soggetto».


Essere comunisti 5/2008

   
 
         
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