C’è spazio per un’opzione comunista nel XXI secolo?
di Sergio Cararo
Essere comunisti 5/2008

La risposta alla domanda su cosa significhi essere comunisti oggi, non può che partire dal contesto e dalla fase che abbiamo attraversato e da quella – sensibilmente diversa – nella quale siamo entrati.
Per almeno venti anni, a livello mondiale, ha agito concretamente un monopolio dell’opzione liberista del capitalismo e del pensiero liberale su ogni manifestazione della vita economica e sociale e un violento tentativo di liquidazione storica che ha portato alla capitolazione di Stati, di interi partiti, di intellettuali e di movimenti che si richiamavano al socialismo come esperienza storica e al comunismo come prospettiva per l’umanità.
Una delle tesi centrali dell’analisi sull’imperialismo che abbiamo sviluppato in questi anni, è che siamo passati dalla fase della globalizzazione (o meglio mondializzazione) a quella della competizione globale, ossia che il capitalismo una volta raggiunto il livello più alto del suo sviluppo non può che entrare in competizione con se stesso e con le frazioni su cui si è articolato a livello mondiale. Quindi siamo ormai ben dentro una fase di crescente competizione intercapitalista piuttosto che nella fase di concertazione su cui si è retto il dopoguerra fino alla fine degli anni Novanta.
La storia si è rimessa in moto rivelando le contraddizioni del dominio del modello capitalista sul piano economico, ambientale, sociale fino a riproporre tale contraddizione nei confronti delle prospettive stesse dell’umanità. Quindici anni di guerre (Golfo, Jugoslavia, ex Urss, Afghanistan, Medio Oriente), secessioni sanguinose, l’infarto ecologico del pianeta, il riemergere di ambizioni coloniali, arretramenti sociali pesanti sia nei paesi capitalisti sviluppati che in quelli emergenti nella periferia, la regressione della stessa democrazia a fronte di un crescente e pesante autoritarismo, si sono incaricati di mostrare concretamente le conseguenze di questo dominio.
Il capitalismo ha visto così nuovamente offuscarsi la sua pretesa di essere l’unico movimento progressivo della storia e l’unico orizzonte possibile per l’umanità. Ma le contraddizioni, da sole, non portano automaticamente a cambiamenti di segno progressista. Al contrario – se non vengono spiegate e non trovano opzioni alternative in campo – rischiano di precipitare di nuovo in scenari reazionari e guerrafondai ancora peggiori.
L’alternativa a questa regressione (e alle sue inevitabili brutalità) non può essere il riformismo che vede venire meno le basi sociali del compromesso del Novecento e che appare in rotta in molte realtà. Oggi l’unica soluzione torna a essere una alternativa strategica di parametri e di società.
Per questo non abbiamo ritenuto di dover venire meno alla rivendicazione della nostra identità, progettualità e soggettività di comunisti.
In questi anni abbiamo agito come Rete dei Comunisti in una funzione di intellettuale collettivo al «servizio» dell’azione politica e sindacale e della ricostruzione di un punto di vista comunista della realtà. Ma al tempo stesso la Rete dei Comunisti non intende essere un «cenacolo». Al contrario riteniamo doverosa l’internità ai movimenti reali che si esprimono sul piano della lotta contro la guerra, per la solidarietà internazionalista, per il sindacato di classe, né ci sottraiamo al dibattito sulla rappresentanza politica che oggi riguarda materialmente pezzi significativi del blocco sociale antagonista e della sinistra di classe. Sta qui la dialettica tra progetto strategico e capacità di stare nelle lotte e nei movimenti sociali senza rinunciare alla battaglia delle idee e all’analisi critica della nostra storia passata e presente.
Il progetto «Il bambino e l’acqua sporca» che abbiamo messo in campo negli ultimi due anni, non ha affatto una funzione residuale o consolatoria ma una funzione dinamica e rivitalizzante del dibattito e dell’analisi con cui i comunisti possono tornare a giocare un ruolo da protagonisti della storia e del conflitto di classe anche nel nostro paese e nel cuore di uno dei poli imperialisti come l’Europa.
Chi ha paura dei comunisti nel XXI secolo?
Gli ambiti liberali e riformisti, utilizzano come una clava la tesi strategica secondo cui il modello liberale è l’unico che possa assumere in sè sia le aspirazioni alla libertà che quelle all’uguaglianza sociale. La gran parte di quella che fino a oggi è la rappresentazione politica della sinistra italiana si è sostanzialmente accomodata negli interstizi di questa conclusione, affidando l’aspirazione all’uguaglianza alla sola capacità del capitalismo di auto-riformare se stesso di fronte alle esagerazioni dei suoi spiriti animali. Gettate alle ortiche le intuizioni e le elaborazioni di Marx, Lenin e di altri protagonisti dell’assalto al cielo del XX secolo, ci si è ritirati nell’angolo di una prospettiva nella migliore delle ipotesi keynesiana e riformista. Ogni velleità e ogni ambizione a un cambiamento politico e sociale profondo della società e delle relazioni internazionali, ogni ipotesi di tenere aperta e riaprire con forza la prospettiva del socialismo e del comunismo, è stata rimossa o addirittura espulsa con arroganza e supponenza da quella che viene oggi definita «comunità politica». Non si vuole solo liquidare la storia del movimento operaio, ma si vuole annegare il bambino nell’acqua sporca eliminando ogni riferimento e ogni riflessione critica utile per tenere aperta la prospettiva del socialismo.
In alcuni paesi – e la tentazione si sta facendo fortissima anche in Italia e nell’insieme dell’Unione Europea- l’opzione comunista è stata posta fuorilegge o perseguita culturalmente come ideologia totalitaria paragonabile al nazismo (fino ad arrivare in Italia alla criminalizzazione della Resistenza).
Ma una domanda sorge spontanea: se l’ipotesi comunista è stata sconfitta dalla storia, come mai tanto accanimento e acrimonia verso idee, libri, persone, organizzazioni che non ritengono liquidata tale ipotesi? Perché mai perdere tempo con apposite commissioni, con leggi, dibattiti, libri, convegni, campagne mediatiche, riscrittura dei testi scolastici, riunioni dei consigli di facoltà degli atenei, per esorcizzare e neutralizzare un nemico che si ritiene sconfitto? Esiste dunque il tentativo di impedire con ogni mezzo necessario che il socialismo – nella sua dimensione rivoluzionaria e non riformista – possa esser una opzione politica presente nello scenario politico. Perché sembra di nuovo diffondersi in Europa e nei paesi capitalisti la «grande paura» verso i comunisti?
È accaduto che nel XXI secolo la storia – piuttosto che finire come auspicato da Fukuyama e dai liberali – si sia rimessa in moto indipendentemente dai detrattori e dai liquidatori dell’opzione comunista. Lo dimostra la riapertura del dibattito sulle caratteristiche del socialismo del XXI secolo in America Latina – con la resistenza di Cuba, l’affermarsi del Venezuela bolivariano e della Bolivia democratica, india e costituente – ma anche in Nepal o nel continente indiano.
In questi anni di «movimenti altermondialisti», molti hanno sottovalutato il fatto che nelle assemblee mondiali dei movimenti sociali che concludevano i forum sociali di Porto Alegre o di Mumbay, comparisse uno striscione significativo «Un altro mondo è possibile… solo con il socialismo». Il dibattito sul socialismo del XXI secolo non è stato riaperto dunque in un cenacolo ma dentro la dialettica concreta dei movimenti sociali che hanno cambiato e stanno cercando di cambiare i rapporti reali in un intero continente – l’America Latina – e ne influenzano altri – come l’Asia – dove vive la maggioranza dell’umanità.
Sarebbe tra l’altro interessante – anche per l’esperienza italiana non certo entusiasmante – una analisi e un approfondimento sulle esperienze dei Partiti Comunisti in tre paesi emergenti di grande rilevanza come Brasile, Sudafrica e India. Nei primi due Paesi i comunisti partecipano attivamente al governo, nel terzo lo appoggiano e governano – in proprio – regioni importanti. Si tratta di esperienze non prive di contestazioni da parte di altre forze della sinistra di classe presenti negli stessi Paesi, tra cui quella nel West Bengala addirittura conflittuale sul piano militare con i partiti comunisti maoisti che sostengono la guerriglia naxalita e le lotte dei contadini contro l’esproprio di terre a fini industriali (l’impianto della Tata). Queste esperienze meriterebbero più attenzione e un’analisi più approfondita.
Le possibilità e le residualità dell’anomalia italiana
In Europa e qui in Italia, il dibattito e la nuova «spinta propulsiva» che viene dai paesi emergenti del Sud del mondo, si innestano su una situazione sostanzialmente arretrata e appiattita sull’opzione riformista. Lo scenario non è però omogeneo. In alcuni paesi europei agiscono ancora dei presìdi consistenti sul piano politico e culturale (Grecia, Belgio, Portogallo, Repubblica Ceca) ma che ancora stentano a coordinarsi per riavviare una controtendenza. Non solo. Il prevalere di una concezione identitaria, spesso alimenta una conflittualità politica e ideologica tra le varie correnti della storia del movimento operaio che non riesce ancora a rimodularsi come una dialettica leale che consenta un bilancio storico e una riflessione critica sulle esperienze della storia. Le differenze e le divergenze ci sono e molto spesso agiscono concretamente anche sul piano dell’azione politica nella realtà di ogni singolo paese dentro i movimenti sociali, dentro i sindacati, dentro le scelte sul piano politico o parlamentare.
Ciò avviene spesso a discapito di una possibilità e necessità di riaprire a tutto campo una battaglia politica e culturale che inchiodi l’avversario sulle sue contraddizioni e che trasferisca questa capacità dal livello della testimonianza a quello dell’egemonia. In sostanza esiste il rischio della liquidazione dell’opzione comunista e la sua riduzione alla mera prospettiva riformista ma esiste anche il rischio della residualità e del folklore «comunista» come fattore fisiologico ma sostanzialmente innocuo dello scenario politico.
In Italia abbiamo alle spalle una storia importante per il movimento operaio che ha visto convivere e confliggere tra loro il più grande partito comunista europeo e la sinistra rivoluzionaria più forte di tutta l’Europa. L’onda lunga di questa esperienza agisce ancora concretamente ma dentro una disgregazione fortissima e a fronte di un tentativo esplicito di liquidazione politica, culturale e – se necessario – giudiziaria. L’accanimento contro la storia del Pci e quello contro i movimenti degli anni Settanta, sono diventati – loro malgrado e in modo impensabile fino a qualche anno fa – del tutto paralleli e speculari. Ma l’incontro tra queste due esperienze, avvenuto ad esempio con la nascita del Movimento per la Rifondazione Comunista e poi nel Prc (nati come resistenza identitaria alla liquidazione del Pci con la svolta della Bolognina), ha reso possibile che soggetti che si erano duramente affrontati nei decenni precedenti, si ritrovassero a condividere – da strade molto diverse tra loro – l’esigenza di tenere aperta una ipotesi politica, teorica, pratica fondata sulla difesa della propria storia e sulla prospettiva del comunismo.
Questa esperienza ha attraversato e coinvolto in Italia decine di migliaia di compagne e compagni, ma solo pochi di essi hanno mantenuto una dimensione di militanza attiva. Per un verso su questo patrimonio umano e politico ha agito la delusione e la disgregazione dovuti alle svolte e alle scissioni che hanno caratterizzato la storia di questi quindici anni, dovute alla mutazione genetica del Prc e del Pdci – oggi strutturati sostanzialmente sulla centralità dei gruppi parlamentari e su apparati di funzionari, consiglieri etc. che hanno liquidato l’attivismo e la militanza – ma dovute anche agli effetti di una destrutturazione sociale concreta di un paese ormai integrato nel cuore del capitalismo sviluppato e dove le possibilità di mediazione, cooptazione, depotenziamento del conflitto di classe, sono superiori rispetto ad altre situazioni (America Latina, Asia, Medio Oriente).
Qual è il ruolo dei comunisti nel nostro paese?
Da questo punto di vista, sta crescendo ovunque l’esigenza di un momento di confronto tempestivo e pubblico tra le realtà della sinistra di classe e alternativa – inclusi i comunisti – nel nostro paese.
È ormai evidente come in Italia si vada chiudendo una fase storica e se ne apra un’altra. Tutto ciò non è privo di conseguenze sul piano politico, sociale, sindacale, culturale.
Il tentativo di adeguare in questi quindici anni il progetto della Seconda Repubblica alle esigenze della accresciuta competizione globale e dei poteri forti europei, non è riuscito secondo le aspettative e le necessità a cui aspiravano i grandi gruppi capitalistici e le classi dominanti del nostro paese. Per questo motivo si è avviata una impressionante escalation a tutto campo tesa alla normalizzazione della società e a rendere la governabilità bipartizan un apparato irreversibile di comando, di governo e di amministrazione. A questo – e a rafforzare il carattere oligarchico dello Stato, della politica e dei poteri decisionali – servono la nuova legge elettorale e le riforme istituzionali in cantiere alle quali verrà messo mano subito dopo le prossime elezioni.
Gli obiettivi di questa operazione sono la liquidazione con ogni mezzo di quella «anomalia italiana» che ha visto convivere e confliggere un capitalismo arretrato e finanziato dallo Stato con la presenza e l’azione di una identità comunista radicata nella società e nelle istanze del conflitto. L’apparato ideologico e politico che sovrintende a questa normalizzazione punta esplicitamente a espellere il conflitto sociale come strumento di emancipazione e di relazione tra le classi e i segmenti della società. Un passaggio decisivo di questa restaurazione autoritaria è la cooptazione dei sindacati concertativi dentro uno schema neocorporativo che ne snaturi ruolo e funzione e al tempo stesso imbrigli e depotenzi il conflitto e l’insieme delle dinamiche sociali. Ritenere che padroni e lavoratori abbiano gli stessi interessi e siano la stessa cosa (come ha affermato recentemente Veltroni e come pensano i leader di Cgil Cisl Uil) è indicativo di tale impianto ideologico e politico.
Ignorare, subordinare o depotenziare gli interessi dei lavoratori, dei settori popolari, di quello che storicamente e attualmente è il blocco sociale antagonista, sta producendo inevitabilmente un deficit democratico e di rappresentanza politica evidente a tutti, soprattutto a coloro che sono attivi nei movimenti sociali o impegnati in vertenze significative.
Le reazioni della sinistra «storica» a tale scenario sono del tutto inadeguate e per certi aspetti devastanti perché producono l’effetto di un generale disorientamento tra i ceti popolari e nei movimenti sociali. Da un lato le forze che hanno dato vita alla Sinistra Arcobaleno portano nei fatti a conclusione il processo avviatosi nel 1990 alla Bolognina facendo scomparire dallo scenario politico l’opzione comunista e di classe. Questa deriva non attiene solo alla scomparsa di una identità e presenza comunista ma travolge anche i principali punti di iniziativa nell’agenda politica (missioni e basi militari, emergenza salariale e protocollo del 23 luglio, resistenza all’offensiva oscurantista del Vaticano, decreto sulla sicurezza) rivelando una subalternità riformista e neo-keynesiana che ipoteca pesantemente il futuro. Dall’altro la reazione a questa deriva si manifesta più come disorientamento, disagio, disillusione, ricerca di identità che come tentativo organizzato e coerente di avviare una controtendenza. È in tale contesto che prendono corpo – anche inconsapevolmente – scorciatoie organizzative o precipitazioni elettoralistiche che sottovalutano passaggi decisivi e rischiano il ripetersi di esperienze già vissute con esiti fallimentari nella nostra storia recente
Riteniamo, diversamente, che occorra invece avviare un processo di confronto unitario tra tutte le soggettività della sinistra di classe «resistenti» o coerenti ma che non sottovalutino più o diano per scontato il rapporto con il blocco sociale antagonista.
Nessuno di noi oggi può ancora sottovalutare come la partecipazione di due partiti comunisti al governo più impopolare degli ultimi venti anni pone serissimi problemi di credibilità dell’opzione comunista a livello sociale e popolare. È da questa consapevolezza e da un arco di contenuti e pratiche virtuose e concrete sul terreno dei salari e del reddito, della democrazia e dell’antimilitarismo, che si può determinare l’autorevolezza teorica e la credibilità sociale dell’opzione comunista e di classe nel XXI secolo, anche tenendo conto di una dimensione internazionale dei problemi che condiziona pesantemente lo scenario nel nostro paese.
Su questa riflessione e sulle sue possibili e necessarie ricadute concrete, invitiamo tutti coloro che ricevono e condividono – in tutto o in parte – l’esigenza di non liquidare né di far liquidare una opzione comunista nel nostro paese a una discussione pubblica franca e serrata per costruire un comune percorso possibile, ma per far questo occorre molto più coraggio politico che un infinito e paralizzante tatticismo. L’accumulazione delle forze non può essere un orizzonte senza passaggi temporali che chiamino in campo anche la soggettività attiva dei comunisti. Il socialismo del XXI secolo non è solo storia, è anche la riapertura di una prospettiva concreta per l’intera umanità.


Essere comunisti 5/2008

   
 
         
Copyright © Piero Di Siena.net 2005 | best view 800x600 | webmaster | Aggiungi il sito ai tuoi Preferiti | contatt@mi | credits
Melfi l'Unità il manifesto liberazione emergency.it critica marxista