La verità subito
Una garanzia per tutti

Decanter, n. 1-2, 2007

Sconcerto, raccapriccio, incredulità. Questi sono i sentimenti suscitati dagli sviluppi delle indagini della magistratura di Catanzaro sul presunto “comitato di affari” che avrebbe dominato in Basilicata. Se l?impianto accusatorio che ha dato origine alle perquisizioni a Bubbico e a esponenti di spicco della magistratura, della polizia e dell'avvocatura fosse vero, noi ci trovremmo di fronte a un fenomeno senza prcedenti nella vita della Repubblica.

Non si tratterebbe solo di un perverso rapporto tra politica e affari o di tangenti, né di finanziamento illecito dei partiti, e nemmeno solo di rapporti collusivi tra politica e criminalità. Tutte cose gravissime e esse stesse inimmaginabili. Ma qui saremmo di fronte a molto di più. E cioè al fatto che Filippo Bubbico, il più autorevole esponente del centrosinistra in Basilicata, presidente della Regione e oggi membro del governo, sarebbe a capo di un'organizzazione a delinquere di cui fanno parte importanti esponenti politici dei due schieramenti, magistrati, poliziotti e manager pubblici. E per di più alcuni di essi sarebbero sospettati di essere coinvolti in efferati delitti, tuttora irrisolti, avvenuti anni fa, dalla scomparsa di Elisa Claps alla morte dei due ragazzi di Policoro tornata di recente all'attenzione delle cronache. E tutto questo sarebbe avvenuto in un contesto in cui opererebbero logge massoniche coperte stile P2.

L'impressione che ci si trovi improvvisamente catapultati in una sorta di “legal thriller” alla Grisham e non in una vicenda che possa avere a che fare con la nostra realtà è fortissima. E i precedenti concorrono a rafforzare un sentimento di incredulità. Sono anni che le indagini promosse in particolare dal sostituto procuratore Woodcock hanno sistematicamente portato al mancato rinvio a giudizio o all'assoluzione degli esponenti politici coinvolti. Eccessiva disinvoltura della magistratura inquirente o onnipotenza della “cupola” che oggi si vorrebbe smascherare? Se le indagini e i processi dovessero concludersi così anche questa volta – come pure vorremmo augurarci –, sarebbe legittimo sollevare molti interrogativi e molti dubbi sull'azione della magistratura inquirente. Che questa volta ne dovrebbe rispondere.

Non sarebbe tollerabile infatti che l'impianto accusatorio si rivelasse un espediente per tenere insieme singoli fatti che si ipotizzano come criminosi per poter più agevolmente far luce su ognuno di essi e stabilire poi quale corrisponda alla realtà e quale sia infondato. Se così fosse, benché animata da buone intenzioni, la magistratura calabrese avrebbe responsabilità gravissime. Infatti, l'accusa che viene formulata non ci parla solo delle eventuali responsabilità dei singoli ma ci dice che la democrazia in Basilicata è stata compromessa alla radice. Che, del tutto ignari, saremmo in una piena e drammatica emergenza democratica.

Di fronte a questa situazione, se sono comprensibili gli attestati di solidarietà a Bubbico da parte di quanti hanno lavorato con lui in tutti questi anni e dei massimi esponenti del suo partito, essi non risolvono pressoché nulla. Quello di cui c'è bisogno ora è superare rapidamente il clima di sospetto o anche solo di sospensione del giudizio, se si vuole di smarrimento, che attraversa ognuno di noi e l'intera opinione pubblica regionale.

Dire che vogliamo la verità, tutta la verità, ora e subito, questa volta non è un'affermazione di rito ma un'inderogabile esigenza di salute pubblica. Nessuna istituzione e nessun sistema politico potrebbero reggere a lungo in una situazione di incertezza rispetto a fatti di tale gravità.

Naturalmente c'è qualcosa che non potrà più essere cancellato. Anche se il teorema accusatorio della procura di Catanzaro si rivelasse infondato e anche se fossero prive di fondamento le responsabilità di Bubbico o di altri dirigenti del centrosinistra rispetto ai singoli addebiti che a essi sono stati mossi o potrebbero essere mossi, resta tutta intera la responsabilità politica e morale di una classe dirigente che non ha saputo o voluto vedere il processo degenerativo che nel corso della sua azione di governo investiva la società lucana, le imprese e gli apparati della giustizia e dello Stato.

Governare non è sinonimo di amministrare, ma funzione più alta e complessa, un'azione capace di orientare al meglio i comportamenti collettivi e lo spirito pubblico. E visto il punto a cui siamo arrivati, sono ormai in molti a giungere all'amara conclusione che, nel corso dell'ultimo decennio e oltre, si è amministrato, forse si è comandato, la politica ha avuto un ruolo anche pervasivo, ma certo non si è governato. E ora che il centro sinistra lucano ne prenda atto e ne tragga le conseguenze. Finché è in tempo.

Decanter, n. 1-2, 2007

   
 
         
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