Basilicata, necessaria una “riforma intellettuale e morale”

La Basilicata è l’emblema di un paradosso e anche la testimonianza di una verità molto semplice. Non bastano le risorse finanziarie per assicurare la crescita e lo sviluppo di un territorio e di una comunità. La classe dirigente del centrosinistra lucano, che è stata bravissima - a cominciare dl ruolo al suo interno svolto da Filippo Bubbico – a reperire per la regione risorse che non hanno eguali per estensione del territorio e per numero degli abitanti rischia di sancire il proprio fallimento sulla pressoché totale improduttività di queste stesse risorse se non corre immediatamente ai ripari.

I fatti sono noti e incominciano a essere al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica regionale. Prima di ogni altra regione meridionale la Basilicata ha saputo ricorrere all’utilizzazione dei fondi europei evitando che essi ritornassero nelle casse dell’Unione, ma ancora incerto è il calcolo sugli effetti benefici del loro utilizzo. Nel corso degli anni novanta, nei quali in piena svalutazione competitiva il Mezzogiorno è rimasto al palo, la Basilicata è stata in controtendenza investita da due rilevanti esperienze industriali (la Fiat a Melfi e l’industria del salotto a Matera) a cui tuttavia le politiche regionali non hanno nemmeno tentato di offrire una relazione sistemica con il resto dell’economia locale. Il risultato è stato che, con il sopraggiungere della recessione internazionale, la presenza di questi comparti industriali orientati all’esportazione ha reso la Basilicata, più di ogni altra regione meridionale, esposta agli effetti della competitività internazionale.
L’accordo con la Puglia sull’utilizzo della risorsa acqua, e ancor più gli accordi con le società petrolifere sulle royalties rivenienti dallo sfruttamento dei giacimenti di “oro nero”, costituiscono una fonte di flussi finanziari permanenti di cui nessuna altra regione dispone. Nel 1997 i gruppi dirigenti del centrosinistra lucano ottenero dal governo nazionale di centrosinistra che le royalties fossero versate alla Regione e non allo Stato. E fu un successo politico del cui valore è bene non perdere memoria. L’accordo con la Total prevede inoltre che la regione potrà disporre gratuitamente del gas estratto (circa 750 milioni di metri cubi) il che abbatterà notevolmente i costi energetici per famiglie e imprese.

E tuttavia le casse dei comuni della Val d’Agri traboccano di denaro che a volte non si sa letteralmente come spendere, il tasso di disoccupazione e quello della povertà restano tra i più alti del Mezzogiorno, la fuga di cervelli - giovani laureati che sarebbero destinati alla disoccupazione o all’asservimento clientelare al ceto politico regionale - non ha eguali nemmeno nelle altre realtà meridionali.

Si attribuisce questa contraddizione tra risorse disponibili e risultati al “nanismo” che affligge il sistema delle imprese lucano e tutta l’economia regionale, si polemizza con la politica di rapina attuata dalle imprese provenienti dall’esterno insediatesi con la legge sul terremoto, si sente riaffiorare qui e là nel dibattito politico il mito del “modello lucano”e della possibile sua autosufficienza, che fu l’ideologia del sistema di potere democristiano nel decennio del suo declino.

Non sono spiegazioni sufficienti. Dietro queste difficoltà vi è, al fondo, un deficit di autonomia della “società civile” – del lavoro, delle imprese, delle professioni e della stessa cultura - dal potere politico. Ed è questo deficit che a questo punto diventa il vero freno dello sviluppo. Lo comprese alla fine degli anni ottanta persino il vecchio Partito comunista italiano, che pose nel suo congresso regionale del 1986 proprio la battaglia per autonomizzare la società civile dalla cappa del sistema di potere democristiano a base della sua trasformazione da forza di opposizione a partito di governo.

Poi le cose sono andate diversamente. E sotto quest’aspetto il centrosinistra lucano è l’erede diretto di quel sistema di potere. Nel 2004 dalla lotta di Scanzano a quella della Fiat e a quella di Rapolla sull’elettrodotto sembrò che potessero arrivare le energie per realizzare una svolta. Così non è stato. E il ceto politico del centrosinistra regionale, attraverso le 104 nomine recenti alla guida di enti e commissioni le più varie, sembra interessato a mantenere la sua base di consenso più attraverso questa strada che con il rilancio di una nuova stagione democratica, attraverso un diverso rapporto rapporto tra “governati” e”governanti”, avviando per dirla con Gramsci quella “riforma intellettuale e morale” che la Basilicata non ha mai conosciuto. Eppure sarebbe questa l’unica via che potrebbe dare gambe allo sviluppo.

Una svolta s’impone e le classi dirigenti del centrosinistra regionale farebbero bene a prenderne atto al più presto. E, per la sinistra lucana, questo sarà il vero banco di prova per affermare, nell’ambito della coalizione di centrosinistra, il suo ruolo peculiare e per costruire la sua unità.

Decanter, 3-4, 2006

   
 
         
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