Reina, stop alla tecnica del carciofo. Serve un nuovo progetto per le politiche industriali

Non è ammissibile che, all'improvviso, una società comunichi la chiusura di un sito produttivo senza rendersi disponibile a valutare con le istituzioni pubbliche e le organizzazioni dei lavoratori quali possono essere le misure in grado di scongiurare un evento così grave per l'economia di una zona e il destino di tante famiglie. Eppure questo è avvenuto alla Reina, una fabbrica dell'indotto Fiat dell'area di San Nicola di Melfi.

Deve essere chiaro alle imprese che questo in Basilicata non è possibile, ammesso che possa esserlo altrove. Ed il management della Reina dovrebbe saperlo, perché è già accaduto qualche hanno fa che un provvedimento di messa in mobilità di nove lavoratori fosse prima annunciato e poi ritirato.

Tocca alla concertazione regionale (e infatti l'assessore alle attività produttive, Donato Salvatore, non ha esitato a convocare tempestivamente una riunione) indicare altre modalità del confronto. E, data la rilevanza nazionale del sito industriale di Melfi e del suo indotto, è lo stesso governo nazionale ad essere chiamato in causa.

Bisogna innanzitutto che sia chiaro che i posti di lavoro non si toccano. Sarebbe una beffa se di fronte al ciclo produttivo che si apre con il lancio della Grande Punto, mentre in Fiat e in numerose aziende dell'indotto si ricorre al lavoro interinale e ai contratti a termine, altri lavoratori perdessero l'occupazione. Va riattivato, dunque, immediatamente il tavolo negoziale previsto dall'accordo della Primavera del 2004 sul quale i problemi occupazionali delle fabbriche dell'indotto di San Nicola di Melfi vengano affrontati come un'unica questione, definendo forse con maggiore puntualità la scala di precedenza tra mobilità orizzontale, cioè il passaggio da una fabbrica e l'altra quando si creano situazioni come quelle della Reina, e nuove assunzioni, e le rispettive quote.

Episodi come questi tuttavia rimandano alla necessità di ripensare al ruolo dell'indotto dell'auto nell'area di Melfi. Esso costituisce ormai un patrimonio, importante quanto la stessa Sata, del panorama industriale della Basilicata. Con il declino del modello di rifornimento di componenti just in time allo stabilimento Fiat il rischio è che le fabbriche dell'indotto siano costrette a delocalizzare una per volta. Non possiamo assistere indifferenti a questa sorta di politica del carciofo attuata dalle aziende.

Vi è necessità di un nuovo progetto di politica industriale che eventualmente diversifichi le commesse, riduca la dipendenza delle fabbriche di Melfi dalla domanda di componenti proveniente dalla Fiat, collochi le produzioni su un mercato più ampio. E' ciò che è avvenuto a Torino a partire dalla grande crisi della metà degli anni Novanta. Perché non dovrebbe accadere anche a Melfi?

La Gazzetta del Mezzogiorno, 4 ottobre 2005

   
 
         
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