La Basilicata dopo le elezioni
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La Basilicata è l’unica regione del Mezzogiorno in cui il Partito democratico non è stato travolto dal Popolo della libertà con un rovesciamento netto dei risultati sia delle regionali del 2005 che delle politiche del 2006. Ora non è il caso di soffermarsi troppo a lungo sulla ragione di questa eccezione (frutto a mio parere del tradizionale maggiore controllo del potere politico sulla società civile anche rispetto ad altre regioni meridionali che dagli anni della Dc imperante caratterizza la nostra regione), perché la linea di tendenza è in ogni modo la medesima.
Anche in Basilicata, infatti, quello che fu il centrosinistra esce dalle elezioni terremotato. La sinistra politica è cancellata come nel resto del paese. Il Partito democratico resiste solo in provincia di Potenza, mentre a Matera riceve uno scacco che non è dissimile da quello subito nel resto del Mezzogiorno, compensato solo dalla positiva affermazione di Italia dei Valori. E comunque il suo vantaggio sul Pdl non arriva ai due punti di stacco. Continua inoltre la conquista dei comuni da parte della destra. Dopo Matera e Pisticci lo scorso anno, questa primavera è toccato a Lavello e Policoro e persino alla piccola Ripacandida, dove il centrosinistra unito (a differenza che nei comuni più grandi) è sconfitto in una realtà in cui era arrivato a raggiungere l’80% dei voti.
Non sfugge a nessuno che se le cose dovessero continuare così le possibilità che la destra tra due anni conquisti la Regione sarebbero altissime. Il quadro è certamente complicato dal fatto che nell’area di centro – tra Pd e destra – stanno proliferando le formazioni più varie, frutto della disgregazione dell’Udeur, del rimescolamento di carte che la nuova collocazione dell’Udc fuori della coalizione vittoriosa sul piano nazionale ha provocato, del ritorno del consigliere Mollica a una posizione più consona di quanto fossero i Verdi ai suoi effettivi orientamenti. Si tratta spesso essenzialmente dello spostamento di singoli consiglieri regionali e dei loro entourages, ma che ha dimostrato avere un certo riscontro nel voto di aprile.
Ora mi pare che, se esaminiamo le prime mosse dei gruppi dirigenti del Pd per cercare di scongiurare l’eventuale sconfitta alle prossime regionali, si possa tranquillamente dire che viene confermata la scelta neocentrista fatta nel corso della soluzione della crisi della Giunta regionale lo scorso anno. Ma il dato che merita di essere sottolineato è che appare evidente che questo ulteriore spostamento verso il centro dell’attuale governo regionale non passa esclusivamente attraverso una riapertura di dialogo con la costellazione centrista presente in consiglio regionale, ma cerca di far leva su una “campagna acquisti” praticata direttamente nel campo della destra. La ragione di questa scelta è ampiamente comprensibile. Con un governo nazionale di destra solidamente installato, far svolgere a questa costellazione centrista, dove allignano tendenze al trasformismo non trascurabili, la funzione di ago della bilancia della futura coalizione regionale deve apparire ai dirigenti del Pd lucano un errore imperdonabile, quasi un suicidio. Perciò tanto vale cercare di darsi obiettivi più ambiziosi.
Non c’è dubbio che l’operazione più significativa di questa “campagna acquisti” che il Pd sta cercando di fare è costituita dalla nomina del sindaco di Melfi, Ernesto Navazio, alla testa del consorzio dell’area industriale di Potenza. Non bisogna nascondersi che questa scelta potrebbe anche trovare un certo favore in settori dell’opinione pubblica. Per un governo regionale che ha sempre considerato la direzione degli enti quasi un prolungamento dell’apparato politico a tempo pieno dei partiti che lo sostengono, questa scelta di Navazio potrebbe anche essere presentata come una svolta, come il fatto che finalmente si guarda alle competenze al di là della collocazione politica di chi viene nominato alla testa di un ente pubblico.
Del resto, Navazio, anche politicamente, è il personaggio giusto per una simile operazione. Non solo perché non è un mistero per nessuno che dalla formazione delle liste sia uscito furibondo per essere stato scippato di un’elezione al Senato che riteneva ormai sicura. Ma anche perché nel corso di questi anni non sono mancate le occasioni in cui egli ha teso a sottolineare le sue origini socialiste e a motivare la sua collocazione nel centrodestra più per ragioni legate alle dinamiche amministrative a Melfi che per una scelta di ordine generale.
Questa tendenza a consolidare il proprio potere attraverso un’operazione trasformistica di continuo reclutamento a destra è stata del resto una costante nella riproduzione del centrosinistra lucano nell’arco di questi quindici anni. E gli artefici di questa operazione sono stati, più i gruppi dirigenti provenienti dal Pci che quelli nati all’interno della Democrazia cristiana. Antonio Luongo, allora segretario regionale del Pds, all’inizio degli anni Novanta in un libro intervista curato da Nino Calice indicava nel rifuto in Basilicata – a differenza che in altre regioni meridionali a cominciare dalla Puglia - di ogni consociativismo con la Dc negli enti locali da parte del Pci morente la ragione del successo dei Progressisti alle amministrative del 1992 e persino alle politiche del 1994 vinte da Berlusconi sul piano nazionale. Ma lo stesso Luongo, dopo la vittoria di misura di Fierro sul candidato del centrosinistra nelle successive elezioni al comune di Potenza, senza indugi inizia l’operazione di allargamento del centrosinistra alle forze che l’avevano sconfitto. E ciò viene fatto sin nel più piccolo comune della regione, dove diventa norma per il Pds aprire le porte al vincitore di ogni competizione sul piano locale, chiunque fosse.
Questo metodo ha riguardato la politica ma anche l’economia. L’opera di cooptazione di interessi di impresa fino a quelli che possono essere definiti i “poteri forti” della Basilicata è stata un’altra delle costanti dell’azione di governo in questi anni, fino a atteggiamenti di buon vicinato con sistemi d’imprese che continuavano a far riferimento a esponenti della destra. L’argomento con cui viene giustificato tutto ciò è che diversamente il centrosinistra non avrebbe governato così a lungo la Regione e che da queste scelte tutti a sinistra hanno tratto vantaggi.
Naturalmente sarebbe sbagliato ridurre questi quindici anni di centrosinistra in Basilicata solo a questo. Non vedremmo la capacità per un lungo tempo di rappresentare l’aspirazione della regione di uscire dalla marginalità e dall’isolamento a cui era stata costretta. La voglia di modernizzazione che veniva raccolta. Ma quello che sembrava il prezzo da pagare al mantenimento di quote di consenso in una regione in cui lo spirito pubblico restava sostanzialmente improntato al moderatismo è diventato via via il cuore del sistema.
Ora il paradosso è che questa situazione, di cui il Partito democratico lucano è insieme erede e frutto, è oggi all’origine della crisi di consenso del centrosinistra nell’opinione pubblica. E continuare, per quello che fu il gruppo dirigente di un centrosinistra ormai defunto, in questa continua cooptazione a destra può anche costituire la corsa verso il baratro. Del resto che questa esperienza sia vicina al capolinea lo dimostra anche la severità con cui il più importante protagonista lucano della vita della Repubblica, Emilio Colombo, di recente si è espresso, in numerosi interventi, sulla qualità e la stessa etica della politica degli attuali gruppi dirigenti del centrosinistra meridionale.
Ciò che colpisce, tuttavia, è che sembra che per la sinistra lucana tutto ciò sia cosa che non la riguardi. I consiglieri regionali dei partiti di sinistra, come se niente fosse, all’indomani delle elezioni sono rientrati in maggioranza. Rifondazione comunista, come in tutto il paese, è alle prese con un congresso che rasenta metodi e toni da guerra civile. I comunisti italiani sembrano appagati della ritrovata dimensione identitaria. Sinistra democratica sul tema dell’evoluzione dei rapporti politici è praticamente silente.
A nessuno sfugge che dopo il risultato elettorale per la sinistra i margini di manovra sono diventati molto limitati. Ma è anche del tutto evidente che non si sfugge all’alternativa tra chiusura nella “torre d’avorio” di un’opposizione di principio e accettazione supina di un ruolo subalterno ai gruppi dirigenti del Pd, se non si compie un’analisi differenziata di ciò che si muove nella politica e nella società di Basilicata. E’ in vista l’apertura di una dialettica interna nel Pd e su quali terreni? Come si collocherà nei rapporti politici regionali Italia dei Valori che ha oggi in Belisario un esponente che ha un ruolo nazionale di gran lunga superiore a tutti gli altri dirigenti del centrosinistra lucano? Vi sono le condizioni per mettere in campo alleanze fondate su criteri limpidi e trasparenti per selezionare i futuri gruppi dirigenti delle istituzioni regionali e provinciali?
Sono domande a cui la sinistra lucana non può sottrarsi pena il non ritorno dal piano inclinato della marginalità a cui il voto sembra consegnarla. Ma sono domande che non è nemmeno in condizione di porsi se non le accompagna con un’azione di ricostruzione “dal basso” della sua organizzazione e del suo radicamento nella società regionale.
E a ben vedere questa sarebbe una novità, una vera “rivoluzione”, in una regione in cui la politica è sempre partita dai vertici e in cui i gruppi dirigenti hanno sempre supplito a una tendenziale “passività” della società civile, sia pure punteggiata – dalle lotte per la terra, in un passato ormai remoto, al “febbraio lucano” del ’70, alle recenti battaglie di Scanzano, Rapolla e Melfi – da grandi e tuttavia isolati sussulti democratici.

Decanter, n. 1-2, 2008

   
 
         
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