Una "coalizione democratica" per combattere la crisi del centrosinistra lucano

Decanter, 4, 2007

Se si potessero leggere in sequenza lineare le vicende della politica lucana e quelle nazionali si potrebbe dire che i dirigenti del Partito democratico in Basilicata possono di che dirsi soddisfatti. Ben prima che Veltroni teorizzasse lo "splendido isolamento" del suo partito buttando a mare, di fatto, l'Unione e il suo governo, essi nella crisi regionale di inizio estate hanno senza troppo dolersene dato l'addio al centrosinistra in Basilicata. In questo caso - essi che si piccano di essere precursori in tutto - possono ben dire di aver anticipato i loro leader nazionali.

Ma come sta accadendo sul piano nazionale, anche in Basilicata mettere una croce sopra il centrosinistra non dà luogo a un semplice cambio di maggioranza, bensì innesca un processo di disfacimento nei rapporti tra società e politica, una crisi democratica a cui sarebbe bene mettere un argine.

Non siamo al collasso della Campania attorno alla vicenda dei rifiuti, ma la diffusione di microconflittualità territoriali sono un segnale che varrebbe la pena non sottovalutare. Si tratta a volte di vertenze che sono alimentate da giuste rivendicazioni, ma tutte tendenzialmente sottratte a un principio di responsabilità che vada oltre quello verso le comunità locali, alla costruzione di un progetto più generale - se si vuole alternativo - per il futuro della regione. La lotta per l'acqua di Rotonda, la protesta di Vietri per la discarica che verrebbe aperta in territorio di Caggiano in Campania, le stesse proteste per l'allargamento dell'area sottoposta a perforazioni petrolifere sono tutti movimenti che - indipendentemente dalla fondatezza delle posizioni che vengono agitate - nulla hanno a che vedere con l'insorgenza della regione nel 2004 e quello che avrebbero potuto significare le mobilitazioni di Scanzano, Rapolla e della Fiat di Melfi.

Nulla di significativo si vede poi all'orizzonte della politica regionale. L'attacco a fondo del vice presidente della Regione, Vincenzo Folino, appena insediato nel suo assessorato, verso la gestione delle aree industriali si è risolta in una clamorosa sconfessione da parte del Tribunale amministrativo regionale che ne ha annullato gli atti di commissariamento. Né si è compreso del tutto la ragione dell'apertura di tali ostilità. Niente si muove sul versante del superamento dell'ipertrofia istituzionale che per ammissione unanime affligge la Basilicata: enti, comunità montane, e aziende sanitarie locali erano e sono intoccabili nel numero e nelle funzioni. Di un intervento che metta riparo alle interferenze politiche nella gestione della sanità regionale si ritorna a parlare, naturalmente, dopo la divulgazione delle intercettazioni che stanno alla base dell'ennesima indagine di Woodckoc, che tuttavia - almeno nel suo uso mediatico - continua a fare di ogni erba un fascio, mettendo insieme fatti senza rilevanza penale e questioni degne di indagine.

E anche una scelta impegnativa come quella della costituzione di un nuovo ente regionale per l'energia è vissuta dall'opinione pubblica come la costruzione di un ennesimo "carrozzone". Certo è che non depone a suo favore l'esperienza di Acquedotto lucano, che viene percepito dai cittadini come il principale responsabile dell'aumento delle tariffe sull'acqua. Il fatto poi che Libera sia riuscita a raccogliere attorno a Marco Travaglio e alla presentazione del numero di Micromega dedicato all'inchiesta sulle "toghe lucane" migliaia di persone è il segno di un sentimento di delegittimazione del ceto politico dominante su cui sarebbe ora di non chiudere gli occhi. E magra consolazione è la constatazione che, con ogni probabilità, gran parte dei partecipanti a quella iniziativa siano poi accorsi in massa a votare per le primarie del Partito democratico, giacché l'oscillazione tra protesta indiscriminata e adesione passiva è il tratto tipico di un rapporto diventato critico tra cittadini e politica democratica.

Bisogna con onestà riconoscere che nemmeno a sinistra si trova il bandolo per dare un contributo al superamento di questa situazione. Certo, non sono elementi da sottovalutare la gestione unitaria da parte dei quattro partiti della sinistra della crisi regionale, e anche delle vicende ultime alla Fiat di Melfi di fronte al manifestarsi di un rinnovato "dispotismo" aziendale che la Giunta regionale - intenta a fare gli occhi dolci a Marchionne - sembra non vedere. Ma le relazioni unitarie rimangono troppo confinate ai vertici, mentre stenta a realizzarsi un radicamento unitario e di massa nella società lucana e nel territorio regionale, e troppo spesso le rappresentanze istituzionali della sinistra sembrano intessere relazioni e intese con i vertici del Partito democratico indipendentemente dal ruolo dei rispettivi partiti di riferimento.

Ciò naturalmente non significa che la sinistra deve chiudersi al dialogo e alla ricerca di alleanze politiche. Per sua natura il Partito democratico non è un monolite impenetrabile. Vi è un crescendo di adesioni a Italia dei Valori la cui natura è difficile discernere, essendo sempre esposte al rischio del tradizionale trasformismo che attraversa settori del ceto politico regionale. Vi è un'area socialista che ha tradizionalmente un ruolo significativo nel panorama politico della Basilicata. La sinistra lucana costruisce se stessa se saprà contemporaneamente stabilire rapporti con tutto ciò che è in movimento nel quadro delle relazioni politiche, soprattutto in vista delle prossime elezioni amministrative in cui si voterà a Policoro, Lavello, Atella, in confronti elettorali anticipati a causa di crisi interne - a volte vere e proprie faide - alle partenership locali del nuovo Partito democratico.

E' ora, insomma, di incominciare a discutere della costruzione di una nuova "coalizione democratica" che sia capace di offrire un'alternativa di politiche e di classi dirigenti alla crisi in cui il ceto politico che ha dominato la regione per anni ha buttato il rapporto tra politica democratica e cittadini. Non si tratta di opporre partiti a partiti ma di indicare una via di uscita all'intero arco del centrosinistra per liberarlo dall'ipoteca delle lobbies e del clientelismo, sottoponendo a un'ampia scelta democratica le candidature alla guida delle amministrazioni locali, e in prospettiva quella del futuro presidente della Giunta regionale. L'esperienza di Nichi Vendola in Puglia ci dice che si può fare. Quindi, perché no anche in Basilicata?

Decanter, 4, 2007

   
 
         
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