Michele Mancino, il senatore contadino

Il Quotidiano della Basilicata, 25 settembre 2011

Ieri l’Amministrazione comunale di Genzano di Lucania ha intestato la sua Biblioteca a Michele Mancino, che vi era nato nel 1896 per morire novantanove anni dopo a Latina, appunto nel 1995. Del resto, di Genzano Michele Mancino è stato sindaco, dal 1956 al 1960, in anni difficilissimi in cui nei comuni del Bradano più che altrove l’emigrazione in massa che costituì l’altra faccia del “miracolo economico” non solo devastò il tessuto sociale e portò al collasso demografico intere comunità, ma spiantò alla radice forti e consolidate organizzazioni del movimento operaio e della sinistra. Bracciante, antifascista perseguitato dal regime, dirigente sindacale e del Pci, senatore della Repubblica dal 1953 al 1963, Michele Mancino è un protagonista del Novecento, del secolo che praticamente coincide con la sua vita e che è stato segnato dall’irruzione, da protagoniste, di grandi masse sino allora escluse dalla storia.
Quando inizia dopo il primo conflitto mondiale di ritorno dal fronte a organizzare le prime lotte contadine nel suo comune, Mancino lavora su un terreno già ampiamente concimato da una lunga azione di propaganda delle idee socialiste e dalla organizzazione delle prime leghe bracciantili che dalla Murgia si estende alla fascia Bradanica della Basilicata sull’altro lato della Fossa premurgiana sin dagli ultimi anni dell’Ottocento. L’azione di Canio Musacchio, avvocato socialista di Gravina, ben presto si estende a Irsina per poi allargarsi a Genzano e Palazzo San Gervasio in Basilicata, a Spinazzola e Minervino Murge in Puglia. Si formano così i primi dirigenti della sinistra d’ispirazione socialista: di Palazzo è Francesco Ciccotti, uno dei dirigenti nazionali del Psi a cavallo tra i due secoli; a Irsina nasce Vincenzo Torrio che opera anch’egli nel Bradano prima di trasferirsi a Potenza a dirigere la federazione socialista.
Insomma tra Ottocento e Novecento la zona del Bradano diventa ben presto - come scrive Nino Calice nel suo impareggiabile Lotte politiche e sociali in Basilicata - anche per la sua prossimità con la Puglia l’epicentro del movimento socialista in Basilicata.È’ in questa realtà, in cui le idee di sinistra avevano già in larga misura attecchito e al seguito di un padre che è socialista, che prende le mosse l’avventura politica e umana di Michele Mancino. La novità sta nel fatto che Mancino è il primo bracciante che diventa un dirigente sindacale e politico del movimento socialista che anche nella nostra regione compiva i suoi primi passi. Si può dire insomma che è il Di Vittorio della Basilicata. E anche la scelta per l’appena nato Partito comunista fatta nel 1924 trova le sue ragioni immediate nella diffidenza che manterrà per tutta la sua vita per le possibili degenerazioni notabilari che il socialismo di insegnanti e avvocati spesso conosceva nelle realtà del Mezzogiorno.
Le gambe sono sempre state la grande risorsa di Mancino. A piedi egli ha macinato chilometri e chilometri. Negli anni Venti, mentre il fascismo cominciava a penetrare anche nelle zone più remote del Mezzogiorno, girava a piedi tra i comuni della zona nord della Basilicata (la sua Genzano, Acerenza, Lavello, Melfi) costituendo i primi nuclei clandestini del partito comunista e distribuendo le tessere che egli stesso andava a ritirare a Napoli in via Trinità degli Spagnoli, dove nel 1924 Bordiga lo nomina sul campo segretario della federazione di Basilicata. Dopo la caduta del fascismo, l'azione di Mancino si sposta nelle zone interne, nel cuore dell'Appennino, da Potenza fino ai confini della Calabria dove in agricoltura prevale rispetto ai braccianti la figura dei contadini poveri, angariati da patti di “pseudomezzadria” e di colonia. Mancino si parte da Potenza per settimane intere, percorre quasi sempre a piedi le distanze che separano i vari comuni spesso abbarbicati sulle cime delle montagne. Si muove avendo a disposizione di solito indicazioni scarse: un nome avuto da un conoscente, una riunione nel primo comune raggiunto da dove emerge spesso un contatto per il comune vicino, e così via. Dove è possibile tiene un comizio. Da questa “catena di Sant'Antonio” nasce a poco a poco un'organizzazione, che ha il suo fondamento in concreti conflitti di classe (come realizzare la resistenza al proprietario terriero, come migliorare i salari e i contratti, come arginare l'accaparramento delle derrate alimentari), ma che trova la forza di riprodursi per qualcosa che accende gli animi e la fantasia di quegli uomini e quelle donne la cui vita è scandita da ore e ore di duro lavoro nei campi.
Quel contadino come loro che gira di paese in paese, non solo indica il modo di organizzarsi per far valere i loro diritti, ma allarga la mente, parlando di un mondo che è oltre i confini della loro esperienza: Togliatti che è tornato dall'Unione sovietica per costruire un partito di massa che sia strumento di emancipazione anche per i contadini del sud, la ricostruzione della democrazia in Italia e il ruolo che in essa sarebbe spettato alle masse popolari.
L’assillo per la cultura lo accompagna per tutta la vita. Mancino il suo corso di studi l'aveva fatto e portato a compimento. La sua “università” era stata il carcere di Viterbo dal 1928 al 1932, quando fu scarcerato per l'amnistia per il decennale della marcia su Roma. Fu quella un'esperienza di primordine, a contatto quotidiano con uomini del calibro di Sereni e Spano. Erano giorni di letture intense - da Bacone a Croce, da Kant a Hegel -; di discussioni appassionate su temi teorici, come la teoria del plusvalore, e questioni politiche, come l'espulsione di Trockij nel 1932, che nella colonia di Viterbo venne approvata però dopo un acceso dibattito; di contatti umani e intellettuali eccezionali. “Sono l'unico superstite – soleva dire Mancino – tra i compagni di carcere del padre dell'idea moderna di Europa, Altiero Spinelli”.
Ma il nesso stretto che tiene insieme riscatto sociale ed emancipazione culturale nella vita di Michele Mancino non inizia né si conclude nel carcere fascista. E se a 86 anni pubblica il suo primo libro di memorie a cui sono seguiti altri cinque, quasi tutti editi da Galzerano appassionato editore del Salernitano di storie di anarchici e di ribelli indomiti del Mezzogiorno, fin da ragazzo, bracciante tra gli altri braccianti, la cultura è il suo tratto distintivo. Comincia a lavorare nei campi nel 1907 a undici anni, e diventa ben presto un punto di riferimento per gli altri ragazzi. Del resto era l'unico che sapesse leggere e scrivere. “Ho letto sempre fin da piccolo – gli piaceva ricordare - e ho cominciato dai libri che mio padre aveva come premio da bambino alle prove trimestrali della scuola elementari. Ricordo come se fosse ora quei romanzi, I reali di Francia, Rizieri e Fioravante”.
Michele Mancino è in Basilicata tra i costruttori del “partito nuovo”, del partito di massa togliattiano, fondatore, insieme agli altri partiti antifascisti, della nostra democrazia repubblicana. A differenza di quanti molti credono, nel Mezzogiorno e quindi in Basilicata, quel partito di massa nasce con un forte segno di classe, della classe più numerosa del Sud, quella dei braccianti e dei contadini poveri. Mancino è tra i principali protagonisti di questa costruzione e della vocazione a far emergere direttamente dall’universo degli sfruttati e delle classi subalterne una nuova classe dirigente. La sua vita ne è per intero la testimonianza. Il giovane organizzatore di lotte bracciantili degli anni Venti nel secondo dopoguerra è ormai uno sperimentato dirigente sindacale e politico, ma anche uomo delle istituzioni. Membro della Consulta nazionale nominata all’indomani della caduta del fascismo, nel 1953 e nel 1958 senatore del collegio di Melfi.
È nel corso degli anni del Senato che egli si trasferisce a Guidonia e poi a Latina dove compra un podere e torna dopo il 1963 insieme al figlio Tonino a fare il contadino. Ma iniziano così anche gli anni della sua più feconda stagione intellettuale, nonostante l’età e i suoi acciacchi e un ictus da cui riesce a riprendersi appieno. Sono frequentissime le sue visite alla biblioteca del Senato, dove a più di settanta anni inizia una stagione di letture intense e di studi.
Ho conosciuto Michele Mancino nel 1979. Da un anno ero tornato in Basilicata da Bari per fare il segretario provinciale di Potenza del Pci. Un giorno entrò un vegliardo nella mia stanza e mi sottopose a un lungo e circostanziato interrogatorio. Sapevo chi fosse e perciò non mi sottrassi. E alla fine evidentemente superai l’esame, giacché tra noi si stabilì un feeling che è durato per il resto della sua vita. Forse era la sollecitudine che Mancino aveva verso i giovani (quale in fondo nel 1979 io ero avendo 31 anni) a darmi un’opportunità. A loro dire, egli fu un riferimento fondamentale negli anni Settanta per un gruppo di ragazzi di Guidonia non solo per la loro adesione alla Federazione giovanile comunista ma anche per le loro carriere professionali, come mi hanno raccontato i fratelli Gianni e Antonio Cipriani che ho conosciuto giornalisti di punta all’Unità negli anni Novanta, e lo storico Francesco Biscione, che lavora tuttora presso l’Enciclopedia Italiana. Sono personalmente testimone dell’attenzione che aveva per i giovani dirigenti della sezione del Pci di Genzano – Ciola, Carmine e Nicola Menchise, Lo Guercio, per citarne alcuni – che lo chiamavano “zio Michele”, con un sentimento che era insieme di affetto e di rispetto. Anche se a volte mordevano il freno per la sua pedanteria che solo l’innata ironia del figlio Tonino riusciva a smontare. Perché Michele, certo, era pedante. Ricordo che mi “convocò” a Latina per chiedermi ragione del mio appoggio alla “svolta” di Occhetto, e che, quando volle spiegarmi la sua contrarietà, cominciò a parlarmi della “crisi marocchina” del 1903 nel quadro delle cause che portarono alla Rivoluzione di Ottobre. Alla mia obiezione che forse la prendeva troppo alla lontana, mi disse che se non si va alla radice delle cose anche il futuro diventa incerto e confuso. Come non dargli ragione visto lo stato della sinistra di oggi.
L’ho visto l’ultima volta il 24 settembre del 1995. Mi aveva invitato con qualche settimana di ritardo a festeggiare i suoi 99 anni. Era una splendida giornata e mangiammo all’aperto parlando di tante cose come al solito. Poi nel primo pomeriggio a un certo punto ci disse che era stanco e voleva riposare. Cosa per lui non usuale, ma non ci facemmo caso più di tanto. La mattina successiva Tonino mi chiamò per dirmi che se ne era andato nel sonno.
Il ricordo più vivido di quell’ultima giornata trascorsa insieme sono i suoi occhi incredibilmente azzurri che si illuminano all’improvviso di un sorriso, pieno di quell'antica scaltrezza del contadino che conosce le durezze della vita, e il suo viso segnato in cui sono come scritti cento anni di lotte di emancipazione da antiche servitù. Vi si leggeva il cammino della libertà concreta, quella di tutti, che da quelle lotte è stato scandito. E allora capisci quanto importante sia che quella traccia duri.


Il Quotidiano della Basilicata, 25 settembre 2011

   
 
         
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