Notabiliato e 40 anni di Regione

Il Quotidiano di Basilicata, 14 giugno 2010

La Basilicata, al pari delle altre regioni a statuto ordinario, si accinge a celebrare i quaranta anni della sua istituzione. Ciò avviene in coincidenza con le iniziative in corso per ricordare i centocinquanta anni dell’unità d’Italia. E tutto questo accade in concomitanza di una delle crisi più gravi che il sentimento di coesione nazionale abbia mai conosciuto nella storia dello Stato unitario. Insomma i tempi che attraversiamo sono davvero cruciali e i quaranta anni di vita delle Regioni devono costituire innanzitutto un bilancio del più significativo tentativo, con le sue luci e le sue ombre, di portare a compimento quel processo di costruzione dello Stato previsto dalla Costituzione, che voleva che la “Repubblica una e indivisibile” fosse anche la “Repubblica delle autonomie”, attraverso un delicato equilibrio che ciò che oggi si usa chiamare federalismo tende a mettere in discussione.
Ora ciò che vorrei sottolineare è che per la Basilicata il processo fondativo che portò all’istituzione della Regione contiene dei tratti di originalità rispetto al resto del Mezzogiorno, e di conseguenza rispetto al Paese, che nello stesso dibattito a livello regionale sono stati nel corso degli anni sistematicamente ignorati.
Mi riferisco al fatto che anche in Basilicata, come in tutto il Mezzogiorno, la nascita dell’istituto regionale fu accompagnata da vaste e diffuse forme d’insorgenza popolare che esprimevano il disagio di questa parte del Paese alla fine del periodo nel quale il “miracolo economico” aveva cambiato il volto dell’Italia e il suo modo di partecipare ai sommovimenti della fine degli anni Sessanta. Le occasioni che diedero vita a vere proprie rivolte, dall’Aquila a Reggio Calabria, furono le proteste relative alla scelta sui capoluoghi di regione. E ben presto questi movimenti furono immediatamente egemonizzati dalla destra che, infatti, nelle successive elezioni politiche del 1972 incassò nel Mezzogiorno un successo elettorale di una portata enorme. In Basilicata non fu così. I vasti movimenti di protesta che pure l’attraversarono nel corso del 1970 alla vigilia delle elezioni regionali, riassunti sotto il nome di “febbraio lucano”, ebbero invece ben presto una guida democratica e piattaforme costituite da ricche e robuste rivendicazioni sociali. E, a differenza che nelle altre regioni meridionali, il movimento sindacale alle sue prime prove unitarie ne divenne un protagonista centrale. Quella che sarebbe stata la classe dirigente della Regione – da Giampaolo D’Andrea a Tonio Boccia, da Pietro Simonetti a Nino Calice, da Giacomo Schettini a Antonio Micele, per nominarne solo alcuni – fu innanzitutto selezionata prima che dal responso delle urne dal contributo che seppero dare nell’incanalare quel movimento di protesta entro un alveo democratico.
Ebbene, sono convinto che questo rapporto virtuoso tra movimento di lotta del 1970 e politica democratica abbia conferito una legittimazione e una robustezza alla funzione dell’istituto regionale in Basilicata che non ha avuto eguali nel resto del Mezzogiorno.
Il problema, oggi, è che non sembrano esserne consapevoli le classi dirigenti attuali, quelle succedute alla fine dei partiti di massa che di quella prima fase della vita della Regione furono i protagonisti.
Del resto è una peculiarità della storia della Basilicata nell’Italia repubblicana l’essere stata sede – dalle lotte per la terra dei primi anni Cinquanta alla lotta contro il deposito delle scorie nucleari a Scanzano e alla vertenza della Fiat di Melfi del 2004 – di grandi movimenti popolari di valore e portata nazionali, ma di avere avuto classi dirigenti che pur sapendo mettersi, congiunturalmente, alla teste di quelle lotte non ne hanno poi saputo coltivare memoria e tradizione. Segno che il carattere paternalistico e notabilare di tanta parte della politica regionale, che costituisce uno dei tratti della complessa eredità che Emilio Colombo lascia nella formazione dello spirito pubblico regionale, alla fine riesce sempre ad avere la meglio nella formazione del carattere delle classi dirigenti lucane.
Ora, ritematizzare nell’ambito delle celebrazioni per il quarantennale della Regione il ruolo che il “febbraio lucano” ha avuto nell’atto di nascita della Regione Basilicata può forse contribuire a rovesciare lo stato attuale delle cose e, a partire da una fase della vita regionale in cui società, politica e istituzioni hanno stabilito tra loro un rapporto felicemente virtuoso, a riformulare il rapporto tra governati e governanti, prima che la politica democratica lucana, che pur ha saputo resistere agli assalti della destra berlusconiana, muoia invece per un processo di interna consunzione.


Il Quotidiano di Basilicata, 14 giugno 2010

   
 
         
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