Il bagaglio della sinistra

Il Quotidiano di Basilicata, 16 marzo 2009

Caro direttore, nel suo editoriale di venerdì scorso mi sembra di comprendere che lei sostenga che una sinistra che non voglia ridursi a puro fatto di testimonianza debba porsi il problema di quale sia la sua politica delle alleanze e quali debbano essere i suoi interlocutori nell’ambito del centrosinistra.
Avendo discusso insieme mercoledì scorso nel corso della presentazione potentina dell’ultimo numero di Decanter, lei sa quanto io sia d’accordo con questa impostazione. Per ragioni generali e relative alla vita della nostra regione nessuna sinistra potrà rinascere senza che essa abbia nel suo bagaglio strategico un progetto di alleanze sociali e politiche. Naturalmente tutto ciò ha un senso se la sinistra saprà mettersi nelle condizioni di parlare a nome di qualcuno e quindi di rielaborare contemporaneamente una cultura politica nuova e autonoma da quella dominante e di ricostruire il suo radicamento nella società, riacquistando quel profilo di forza a vocazione popolare che le complesse vicende dell’ultimo ventennio hanno contribuito a farle perdere.
Ciò che, tuttavia, non condivido del suo ragionamento è che in questa ricerca D’Alema e dalemiani siano nel Partito democratico una sorta di interlocutori privilegiati per la sinistra. So bene che non è solo una sua opinione e che essa si sta facendo strada anche sul piano nazionale, in particolare all’interno di quel Movimento per la sinistra a cui ha dato vita Nichi Vendola. Ma sinceramente penso che non basti qualche dichiarazione sull’abbandono del Mezzogiorno da parte del governo della destra e la partecipazione alle manifestazioni della Cgil – insomma, che si risponda con un quindicennio di ritardo all’invocazione di Moretti di “dire qualcosa di sinistra” – per giustificare una simile convinzione.
Proprio nel Mezzogiorno D’Alema e i dalemiani nel corso degli ultimi venti anni hanno più di altri contribuito alla formazione di una sinistra di governo lungo una linea che ha sostituito il rapporto con il lavoro a quello con il sistema delle imprese, in un quadro di modernizzazione della realtà meridionale in cui non si è disdegnato l’uso della leva clientelare come principale fattore di costruzione del consenso.
Sono disposto a confrontarmi con tutti coloro che nel Partito democratico sono aperti a ristabilire quei rapporti a sinistra interrotti in nome della sciagurata autosufficienza veltroniana ma anche della ricerca di un asse preferenziale con l’Udc (a cui del resto i dalemiani mi sembrano particolarmente sensibili). Ma questo deve avvenire, a parer mio, nel quadro di una netta e esplicita discontinuità con il passato. Sono anche incline a discutere sul fatto se quelle scelte fossero inevitabili nella fase politica che si apriva ormai circa venti anni fa, senza troppo soffermarsi a distribuire torti e ragioni per l’esperienza che abbiamo alle spalle. Si tratta, invece, di capire effettivamente che così non si può andare avanti, che la crisi drammatica che sta di fronte a noi impone un rapporto con il lavoro la sua difesa e la ricostituzione della sua dignità, che è finalmente ora che la politica democratica diventi, soprattutto in Basilicata, momento di costruzione dell’autonomia della società civile e non del suo asservimento (come mi capitava di chiedere nella mia ultima relazione congressuale da segretario regionale del Pci nel lontano 1986), che si torni infine a una vera politica riformatrice.
Se questo non dovesse accadere (e sinceramente non ne vedo il segno nelle discussioni che stanno accompagnando la preparazione delle liste e delle candidature per le amministrative), se non si aprisse la stagione di quella “nuova coalizione democratica” che da tempo Decanter reclama, ci troveremmo di fronte a pure esercitazioni tattiche che l’opinione pubblica avrebbe ragione di ascrivere a vecchi vizi trasformistici.
Se si dovesse fallire il problema non è quello che persone come me e Schettini siano restituite a una condizione di marginalità, a quella di quegli “anarchici” di cui canta Leo Ferré. Per me del resto si tratterebbe di una riconciliazione con un poeta e un cantore tra i più cari della mia gioventù. La questione invece è che tutto questo sarebbe il segnale che sul versante democratico, cioè di coloro che sono gli eredi della Repubblica e dei suoi valori, si stenta a trovare un’alternativa all’offensiva autoritaria che viene dalla destra. Ed è questo che deve seriamente allarmarci anche in Basilicata.


Il Quotidiano di Basilicata, 16 marzo 2009

   
 
         
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