“Questione morale”. Compito della politica non dei magistrati?

Decanter, 4/2008

Non erano nemmeno trascorse quarantotto ore dall’apparizione di Salvatore Margiotta nella trasmissione di Porta a Porta, dedicata al rapporto tra politica e affari e alla bufera che sta investendo il centrosinistra nel Mezzogiorno, nella quale tra i tanti argomenti usati dal parlamentare lucano per dimostrare l’inconsistenza delle indagini fatte negli ultimi sette anni dal viceprocuratore Woodcock vi era quello che nessuno dei politici indagati era mai arrivato al processo, che veniva formalizzato il rinvio a giudizio per Iena 2 di Pasquale Lamorte e Antonio Luongo, e con quet’ultimo di alcuni uomini chiave dell’apparato dei Ds, all’epoca dei fatti contestati collaboratori strettissimi del deputato del Pd.
Naturalmente un rinvio a giudizio non è una condanna. Come questo episodio non toglie nulla alle buone ragioni di Margiotta quando si lamenta del ricorso agli arresti nei suoi confronti in ragione di indizi effettivamente molto labili e di incerto fondamento. Margiotta ha avuto ragione anche di ricordare che dal 2001 sono state presentate alla Camera dei Deputati solo sette richieste di autorizzazione all’arresto di parlamentari, di cui quattro hanno riguardato deputati della Basilicata. Se si tiene presente – ha argomentato Margiotta – che i deputati della Basilicata sono sei su oltre seicento, se ne dovrebbe desumere che nella nostra regione vi sia una concentrazione di criminali dediti alla politica che non ha eguali nel resto del Paese. Insomma da parte di Woodcock un certo accanimento c’è stato. E non basterà il rinvio a giudizio di Lamorte e Luongo per fugare quella sensazione che circola nell’opinione pubblica della Basilicata sul fatto che, per quel che riguarda le iniziative di Woodcock, tutto sia risolto sempre in un pugno di mosche, nonostante tutti i procedimenti da lui avviati si siano chiusi con la condanna (a parte i dirigenti politici) della maggioranza degli indagati.
Bisogna, tuttavia, chiedersi perché magistrati come Woodcock, e come De Magistris, interpretano la loro funzione come se fossero in guerra. È sbagliato, alla fine ciò va a discapito dell’indipendenza del ruolo della magistratura, ma è così. E prima di abbandonarsi a trite recriminazioni sull’irresponsabilità e lo strapotere della magistratura, bisogna interrogarsi sul perché questo sia potuto accadere.
Mettiamoci solo per un attimo dal punto di vista di questi magistrati che si sentono, a torto o a ragione, in trincea. Se lo facessimo scopriremmo che essi sono costretti ad agire in contesti nei quali la loro iniziativa ha dovuto scontrarsi con mille ostacoli e inerzie di ogni tipo, presenti all’interno della stessa magistratura, negli organi di polizia, nei rapporti di “buon vicinato” che settori di essi intrattengono con la politica. Ci sarà pure una ragione per la quale, mentre a Potenza Woodcock “impazzava” con le sue inchieste, a pochi chilometri di distanza nel Tribunale di Melfi, nella cui giurisdizione da un quindicennio è in corso una guerra di mafia costellata di atroci delitti, su nessuno di essi si è riusciti ad arrivare non a una condanna ma nemmeno a un rinvio a giudizio? E che per gettare luce sul sin qui misterioso assassinio a Melfi dell’avv. Lanera si sia dovuto attivare proprio Woodcock?
Che un clima siffatto possa alla fine risultare intollerabile per chi pensa di dover garantire legalità e giustizia è comprensibile. Da qui nascono le “spallate” di Woodcock, la sua idea che indagare significhi gettare le reti a ampio raggio perché alla fine qualcosa rimarrà nelle loro maglie. Ma proprio per evitare che si faccia di ogni erba un fascio, la politica democratica deve affrontare per suo conto le cause che hanno prodotto questa situazione e il sistema di relazioni che hanno indotto a questo, sia pure non sempre giustificato, tipo di reazione da parte di settori della magistratura.
De Magistris ha voluto rappresentare nelle sue inchieste tutto ciò sotto forma di un sistema di potere sottoposto a una “cupola” criminale-massonica di cui sarebbero organicamente parte magistrati, imprenditori, esponenti politici di centrodestra e di centrosinistra. Saranno, con ogni probabilità, anche fantasie. Ma non c’è chi non sappia, tra quelli che conoscono i rapporti politici nella nostra regione, che nell’ambito di quelle che sono state chiamate relazioni “corte” come indispensabile fonte di garanzia del consenso – e che meglio sarebbe chiamare clientelismo – spesso si realizzano relazioni trasversali, in un sistema di potere in cui non conta se si è maggioranza o minoranza, giacché componenti del centrosinistra ne sono notoriamente estranee mentre ne sono parte pezzi dell’opposizione di centrodestra.
Che il clientelismo sia la cifra prevalente dei rapporti tra politica e società in Basilicata è indubbio. La politica è quasi sempre intesa dalla stessa generalità dei cittadini della regione come servizio ad personam. E passi quando questo riguarda la ricerca del posto di lavoro, per sé o il proprio figlio, in un mercato del lavoro che non dà garanzie al di fuori di pratiche di protezione di tipo individuale. Ma quando questo metodo si sposta ai rapporti tra potere politico e professioni, o imprese, che cosa succede?
Salvatore Margiotta, tra le tante cose dette a Porta a Porta, una poteva risparmiarsela. A un certo punto quando Massimo Brutti, commissario del Pd in Abruzzo, ha detto che era il momento di introdurre una netta separazione tra politica e amministrazione per evitare che la politica diventasse succube degli affari, Margiotta ha affermato che questo da tempo è il costume della classe dirigente della Basilicata.
Ora è noto a tutti in Basilicata che Margiotta è un valente professionista, ingegnere e professore universitario, il cui studio negli anni della sua ascesa in politica ha svolto un’intensa attività di progettazione con il sistema delle amministrazioni locali della Basilicata. Sia chiaro: tutto alla luce del sole, nell’ambito della legalità, tutto legittimo e secondo le regole. Ma come si fa a dire che in Basilicata si opera una netta distinzione tra indirizzo politico e gestione degli interessi se tutta la sua biografia è un esempio di tale commistione? La cosa singolare è che nessuna delle forze politiche o dei settori dell’opinione pubblica che aspettano dall’esito delle inchieste di Woodcock la soluzione della “questione morale” in Basilicata, ha mai sollevato nei riguardi dell’attività professionale di Margiotta una sola obiezione.
È il sintomo di una subalternità culturale di quelle forze che attendono la soluzione del problema dagli esiti dell’attività giudiziaria.
È dunque, in un certo senso, il momento di lasciare Woodcock al suo destino. Di essere vigili che egli come tutti i magistrati possa continuare a esercitare il suo mandato al di fuori di ogni condizionamento, ma di smetterla di attendere che le sue inchieste dettino l’agenda politica della regione.
Una “questione morale” si pone al di là della rilevanza penale degli atti che essa produce. Ed è il momento che la classe dirigente che ha guidato la Regione in questi anni ne prenda atto e si assuma le sue responsabilità. Del resto, di fronte allo sfascio delle forze politiche che essa rappresenta, se non ora quando?


Decanter, 4/2008

   
 
         
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