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14-15 luglio 2006
PACE, LAVORO E LIBERTA’
Per un nuovo soggetto politico della sinistra italiana
Il problema dei fondamenti
Seminario di studi a Orvieto

La relazione di Aldo Tortorella

Sappiamo bene che l’oggetto di questo seminario ha un tema tanto vasto da poter apparire ingenuo. Un nuovo soggetto politico a sinistra segnato da parole generalissime e solenni come Pace, Lavoro e Libertà (la cui scelta, però, è gia un indizio) è certamente auspicato da molti ma può apparire del tutto velleitario dopo i diversi tentativi falliti degli anni trascorsi.

Due precisazioni, perciò, vanno subito fatte. La prima è che non sono stati senza risultato la volontà unitaria e i molti sforzi unitari cui abbiamo sempre partecipato. E’ vero che il cemento fondamentale dell’Unione è stata l’esigenza di liberare il Paese dalla deriva di destra del berlusconismo. Ma anche questa necessità avrebbe potuto essere elusa se i movimenti di massa e l’opera di tanti – tra cui anche coloro qui rappresentati – non avessero creato e argomentato una spinta unitaria.

La seconda precisazione è che non si tratta di ripetere esperienze già compiute per chiedere ad altri che si unifichino. E non si tratta neppure di dar vita ad un qualche esperimento di piccolo cabotaggio politicistico. Si riuniscono qui associazioni politico-culturali – diverse per origini e per motivazioni – nello sforzo di coordinare e radunare se stesse e tutte le altre associazioni o singoli che possono essere interessati da una opera comune e organizzata per una sinistra autonoma e unitaria, forte di pensiero alternativo e di capacità di governo. E’ inutile dire che non c’è, in questo, alcuna volontà di primazia, ma solo il desiderio di corrispondere come possiamo a quello che a noi sembra un compito urgente, per il quale nei partiti e fuori dei partiti già molti sembrano adoperarsi.

Per cercare di assolvere a questi compiti noi abbiamo voluto porre qui il problema dei fondamenti, delle ragioni stesse, cioè, per cui una nuova e grande sinistra ci sembra necessaria. Su questo tema molti di noi, qui e fuori di qui, cercano di lavorare da tempo. Quando proponemmo il tema, anni fa, parve un’opera superflua e ritardatrice. Parevano già pronte le opposte strade di una piena adesione al sistema economico-sociale esistente oppure la ripresa acritica delle esperienze passate. Il prezzo pagato dal Paese con l’avvento del berlusconismo dimostra che non erano le strade giuste. Il fatto stesso che le destre abbiano conquistato e mantenuto tanti voti operai e popolari rende conto di una caduta politica e culturale. Non è la stessa cosa del voto alla DC: quello era un partito costruttore della Costituzione, con una dottrina sociale, un insediamento sindacale, un riferimento alla Resistenza. Qui, invece, c’è subalternità all’ideologia del primato del capitale e della ricchezza.

Il successo elettorale, estremamente esiguo nonostante i fallimenti del governo di centro destra, ha mutato la realtà del Paese ma non ha rovesciato i segnali del declino a sinistra. In modo apparentemente paradossale, le sinistre – prese nel loro insieme – sono al massimo del potere nel momento della loro maggiore debolezza. Non è un paradosso e non è casuale se al successo si è giunti con una sinistra così moderata da propendere per l’abbandono stesso della parola sinistra e con una sinistra alternativa divisa e in reciproca contesa: una sinistra debole è più accettabile per i poteri di comando. Questo assetto non è solo italiano ma europeo ed è arrivato da noi con un certo ritardo e con caratteristiche proprie. Mentre in altri paesi d’Europa la sinistra moderata mantiene generalmente il nome socialista e con essa la sinistra alternativa – quando non è inesistente – è spesso, come in Francia o in Germania, in piena rottura qui da noi la sinistra moderata volge verso il partito democratico e la sinistra che è alternativa ha saputo essere parte costitutiva della coalizione di centro-sinistra e del suo governo. Questo risultato è l’indice di una conquistata capacità di evitare una concezione propagandistica della politica e di saper assumere le proprie responsabilità dinnanzi a difficoltà gravi della democrazia, com’è oggi in Italia. La unione delle debolezze ha comunque costituito una forza giunta al successo con la conseguenza di una situazione nuova anche a sinistra.

Per la prima volta dopo sessanta anni c’è in Italia un governo cui partecipano tutte le sinistre parlamentari. Nell’immediato dopoguerra, però, si trattava di governi di unità nazionale espressione del fronte antifascista e di una assemblea costituente in cui l’opposizione era irrilevante, finché all’opposizione non vennero respinte le sinistre. Questa volta si tratta del governo di una coalizione di alternanza, espressione di un programma comune che si oppone alle destre, forti della metà dell’elettorato. E’ una novità assoluta, un passaggio, fuori di retorica, di significato storico. Se questa esperienza, per debole e contraddittoria che sia, fallisse sarebbe un colpo irrimediabile innanzitutto a sinistra. E’ per noi fuori discussione la valorizzazione e difesa del risultato ottenuto col governo attuale anche se lo stimolo critico non può che giovare.

Il sostegno al governo non impedisce di vedere la sua fragilità non solo numerica. E non è certo una escogitazione propagandistica il fatto che vi siano forze importanti che pensano e lavorano ad una grande coalizione sul modello tedesco o, in subordine, per una estensione del centro. La esigenza di una nuova sinistra idealmente e politicamente forte, non vocata al minoritarismo viene anche dal bisogno di rendere forte la coalizione con una maggiore attenzione verso interessi e ceti sociali che si può tendere a dimenticare. Con una sinistra debole diviene più difficile corrispondere ai bisogni del Paese e alle attese che si sono create. Il primo governo Prodi si fondò sulla idea di Europa: è difficile oggi vedere quale sia la idea trainante se si va avanti così.
Il fermento nei partiti e fuori di essi, l’accentuarsi nei DS della tendenza più moderata, il premere delle insoddisfazioni per l’assetto centralistico presente in tutti i partiti, talora in forme assolute, le preoccupazioni e le inquietudini generate dalla realtà interna e internazionale – tutto questo spinge ad una ridefinizione di collocazioni, ad un ridisegno degli assetti a sinistra. La nascita di un partito liberal democratico – sperabilmente laico – può effettivamente incontrare interessi e mentalità diffuse e con esso una sinistra si dovrebbe in ogni caso confrontare per concorrere alla maggioranza. Ma una sinistra capace di stare in gara per l’egemonia o almeno per assolvere ai compiti che il partito democratico, già sostanzialmente in atto, non può porsi per sua stessa natura oggi non c’è, pur con tutto il rispetto per tutte le forze politiche in campo. Nasce di qui lo sforzo di Rifondazione per una creazione nuova – se non intendo male il significato della idea di una Sinistra Europea. E di qui viene il travaglio sia dei diversi gruppi di sinistra dei DS, a partire da “Socialismo 2000”, sia l’inquietudine anche di molti compagni sicuramente riformisti. Anche da parte dei gruppi politici più ripiegati su se stessi, si avverte una esigenza di movimento: il segretario del PDCI pone l’esigenza di un “partito del lavoro”. Il rischio è che tutto questo scada, sotto diverse forme, in una pura riproduzione di quel che c’è. A me sembra che questo rischio debba essere evitato e che debba essere promossa, invece, una costruzione nuova a partire, naturalmente, da ciò che esiste e che sembra più ricco di avvenire.

Il bisogno di una discussione sulle ragioni di una sinistra autentica significa, prima di tutto, lo sforzo per rimuovere falsi convincimenti e pregiudizi che impediscono una cultura critica della realtà da cui nascono principi e valori che il dibattito teorico può affinare ma che sperimentano la loro utilità umana nel processo storico reale. Uno dei falsi convincimenti che hanno determinato non solo perdite di tempo ma conseguenze assai dannose è che fosse possibile sostituire l’ingegneria istituzionale all’analisi economica, sociale, culturale. Il referendum istituzionale ha fatto largamente giustizia di questo errore. E’ stato bocciato, certo, il tentativo della destra di dare un assetto neoautoritario al potere politico, di intaccare l’eguaglianza dei diritti, di inficiare la prima parte della Costituzione passando per la seconda. Ma, contemporaneamente, è venuto alla luce lo scacco del tentativo operato dalla sinistra maggioritaria di saltare la discussione sugli altrui e sui propri stessi errori storici per dar colpa alle regole istituzionali dei mali endemici dell’Italia. La rimozione del passato ha sostituito una critica ragionata agli altri (alla conventio ad escludendum, alla degenerazione dei partiti eccetera) e a se stessi (innanzitutto alla incapacità di comprendere la rivoluzione tecnologica e le trasformazioni del capitalismo oltre che le illusioni sulla riformabilità del sovietismo). Ciò facilitò l’abbandono di ogni critica al sistema dato, abbandono che fu presentato al popolo di sinistra come ingresso nella modernità. Non a caso il vincitore di questo referendum è stato, come si è detto, un vecchio costituente come Scalfaro. Anche simbolicamente ha prevalso il rifiuto dello sradicamento poiché lo sradicare è esattamente il contrario del riformare e dei possibili miglioramenti anche alla Carta nella direzione e nel senso che essa indica.

Proprio la sconfitta della idea di sostituire la riforma delle regole, pure possibile, alla riforma della politica e dei partiti apre il campo ad una forza della sinistra che intende il suo ruolo anche con un programma nazionale ed europeo che stia nel regno del “possibile” e cioè nei dati condizionamenti interni, europei e internazionali. Ma questa medesima capacità (ove vi fosse) se può essere – al massimo – sufficiente per un partito democratico, non è sufficiente per una forza di sinistra. Si può obiettare che quel che fece grande il PCI fu la capacità di Palmiro Togliatti di stare saldamente sul terreno democratico e nazionale proclamando ed attuando un fronte nazionale per la salvezza dal fascismo prima e, poi, promovendo la lotta per la fuoriuscita dall’arretratezza, per il miglioramento delle condizioni di vita, per la democratizzazione delle masse storicamente subalterne. Ma è inutile dire che in Palmiro Togliatti ciò avveniva nel convincimento che il principio socialista avesse già superato la verifica della storia incarnandosi in un Paese – anzi in un mondo – socialista per quanto riformabile e perfettibile si potesse considerarlo. E dunque uno sfondo ideale, un riferimento di senso pareva che fosse già dato, anche se – diversamente da altri partiti comunisti – il PCI dava a se stesso una propria autonoma strategia. Il dibattito teorico – confuso con la mera ideologia – fu evitato, con grave danno:fu considerato inutile rifare il programma fondamentale del partito scritto nel 1956.
La discussione sulle idee costitutive era indispensabile ieri; tanto più oggi, quando la situazione è rovesciata ripetto ad allora. La crisi della sinistra che voglia mantenere una ipotesi di trasformazione è crisi d’identità, prima che di programma. Da ciò viene la divisione oltre che da personalismi, spirito di fazione, chiusure di setta. La ridefinizione delle idee costitutive e delle categorie di interpretazione della realtà non è un problema solo per studiosi, anche se senza di loro non si combina niente di buono e se studiare e imparare è un dovere assoluto ed è un dovere per tutti. E’ un problema politico. La crisi di identità della sinistra accompagna e in parte determina la crisi della democrazia e della politica intesa come partecipazione ma anche solo come rappresentanza. E’ ovvio che lo spazio pubblico tende ad essere sequestrato dallo spettacolo televisivo, che la personalizzazione della politica sia insita in questa forma di comunicazione, che l’attivista possa tendere a trasformarsi in tifoso. Tutto ciò non esclude, però, che la degenerazione della democrazia non possa essere combattuta con nuove idee e con altre forme di intervento politico. Alla destra importano poco, se non – come in Berlusconi – per il rapporto plebiscitario capo-masse. Dovrebbero interessare molto alla sinistra che nasce dalla partecipazione e per la partecipazione. Non solo in Italia, ma in Italia forse più che altrove, la politica istituzionale appare lontana dai rappresentati e la partecipazione, fortissima nella miriade dei movimenti associativi volontari non è amata dai partiti. La politica a tempo pieno da professione rischia di diventare – senza offesa per nessuno – un mestiere. E’ così che la democrazia degenera in demagogia e il “mercato politico” si riduce allo scambio più umiliante del “quanto mi dai”.

Una forza d’ispirazione socialistica o anche solo un partito che si riproponga la rappresentanza del lavoro non può svilupparsi dunque senza ripensare – reinventare – ancor prima della idea socialista la idea stessa della rappresentanza del lavoro e il modo stesso di fare politica – di praticare la politica. Il bisogno di ragionare su di questo – ecco cosa vuol dire riflettere su principi e valori – nel momento stesso in cui si deve agire nel quotidiano è in se stesso una precondizione determinante.

I neoconservatori, per vincere, hanno dovuto compiere innanzitutto una operazione sull’immaginario e sul simbolico. Considerando necessario mantenere in piedi il modello americano e la sua gerarchia sociale essi hanno avvertito il bisogno di fare appello a principi e valori che una lunga tradizione di pensiero non solo socialista aveva considerato all’opposto come disvalori: la disuguaglianza, il potere del più forte, e persino la limitazione delle libertà civili, considerate negli Stati Uniti fino a ieri inviolabili. L’idea democratica è stata ridotta al modello americani. All’integralismo islamico, evocato e protetto, non fa riscontro tanto una difesa della laicità quanto un integrismo cristiano o semplicemente occidentalistico. Il fatto che si arrivi sino alla negazione del darwinismo non è un dato di folklore provinciale americano, ma la conseguenza di una furibonda campagna contro la ragione critica, che cerca di coprire, in nome della difesa di Dio, della patria e della famiglia, le tragedie della guerra preventiva e la crisi sociale.

La difficoltà a sinistra è che non si può fare – come fanno gli altri – una operazione di marketing o di falsa coscienza: quando nel passato lo si è fatto, scadendo nell’ideologismo, è finita pessimamente. La sinistra nasce dalla criticità del pensiero, dal rifiuto del luogo comune e delle verità dogmatiche. Dovrebbe essere questo il primo principio delle sinistre. Esse dovrebbero rappresentare una capacità più acuta di comprensione della realtà di contro a chi la vuol camuffare ideologicamente trasformando l’arbitrio in necessità, l’ingiustizia in destino, lo sfruttamento in legge di natura.

Se per una sinistra moderata o ancor più per un partito democratico la svalorizzazione del lavoro determinata dalla globalizzazione (e, qui da noi, dall’allargamento dell’Europa) corrisponde all’accettazione dell’interclassismo, per una sinistra capace di analisi critica c’è da riscoprire nella nuova realtà il proprio fondamento sociale nel lavoro, nelle lavoratrici e nei lavoratori. Riscoprire, ripeto, perché è vero che il lavoro è profondamente cambiato. Sono cambiati, per la rivoluzione tecnologica, molti dei metodi di produzione. Sono intervenuti molti nuovi mestieri, sono entrate in massa le donne. Il processo di valorizzazione conosce complicazioni e interventi ieri sconosciuti. La figura del lavoratore contiene quella del consumatore, assai spesso quella del risparmiatore. Soprattutto, però, è mutata la condizione del lavoro, ieri sublimata dalla Costituzione italiana, tornata nella pratica alla categoria di pura merce tra le altre merci. Pregiudiziale a qualunque autentica sinistra possibile è una vera conoscenza, una piena scoperta, una nuova narrazione – come quella iniziata da gruppi di donne – del lavoro di oggi: in primo luogo dell’abisso generazionale (che non vuol dire lotta tra giovani e vecchi) che è precariato, lavoro nero, sperpero delle qualifiche intellettuali, ma anche inefficienza dei processi conoscitivi e formativi, crollo delle nozioni e della capacità critica, sottoculture fautrici di subalternità. Il tema da porre è quello di una rappresentazione e di una rappresentanza del lavoro, dato che non ci sono più forze politiche che rivendichino questa volontà.
Tuttavia anche la lettura e la corretta interpretazione dell’attualità del lavoro e dei movimenti che si manifestano nelle forze tradizionali e nelle nuove generazioni di lavoratrici e lavoratori precari non avranno molto da edificare se non si incontreranno con una cultura che tenda a comporre una nuova immagine della centralità del lavoro in tutte le sua forme nel processo sociale e nella costituzione stessa dell’individuo.

Questa cultura non si crea senza una aggiornata critica del modello economico sociale capitalistico, critica ormai considerata vana, anzi dannosa per una efficace opera di governo, dalla sinistra moderata o neocentrista. Una aggiornata analisi critica del modello vincente e delle politiche liberistiche, com’è ovvio, va oltre il tema del lavoro perché ha da misurarsi con la storia di una intera forma di incivilimento, ma deve innanzitutto misurarsi con tre questioni su cui nella sinistra radicale non c’è attenzione. Bisogna andare a fondo:
1) sui motivi della vittoria a livello planetario del modo di produzione capitalistico pur nella varietà delle civiltà in cui si manifesta;
2)sulle cause ultime del fallimento delle esperienze di abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione e di scambio;
3) sulle origini della crisi del compromesso realizzato con lo stato sociale.

Ciascuno di questi temi, trattato da molte ricerche, chiede, ovviamente, non uno ma tanti seminari. Basta qui accennare che non si può pensare ad una vittoria globale come quella del modello capitalistico (che realizza – centocinquanta anni dopo – la previsione del Manifesto di Marx ed Engels), senza intendere che in esso si intreccia una complessità di elementi che connettono il fatto economico con la natura, la cultura e la storia. La lezione fondamentale di Gramsci sta nel contrasto verso una lettura di Marx che isoli il momento economico. Una critica che voglia essere veritiera delle conseguenze drammatiche che il modello capitalistico ha oggi nel momento della sua piena espansione deve fare i conti, dunque, con i motivi della sua efficienza quantitativa, e della sua accettabilità – o della sua desiderabilità – interiorizzate da masse sterminate nei paesi a capitalismo maturo e ben oltre di essi. Il fondamento individualistico – per quanto contraddetto da pratiche omologanti – e l’appello alla creatività umana – per quanto sommerso nella mercificazione universale – sono pilastri portanti. E’ possibile, credo, rovesciare il significato e la funzione: ma bisogna porselo come problema. Ignorare o negare questi dati elementari della realtà umana chiude ogni prospettiva.

Per quanto attiene al crollo delle esperienze di tipo sovietico al di là di ogni altra considerazione (l’isolamento del momento economico, la soppressione di ogni proprietà privata, la negazione della rappresentanza plurale) credo che bisogna vedere bene che è stata smentita la idea della onnipotenza del politico nella determinazione dell’economico e, con esso, della vita stessa. La politica ha molte cose da fare per influire sull’economia ma non può sostituirsi ad essa. Ignorarlo ha portato – come in Russia – alla conseguenza del ritorno al capitalismo selvaggio e del regime proprietario privatistico più estremo. Una sinistra nuova non si costruisce senza la conoscenza più profonda dei meccanismi di funzionamento dell’odierna economia capitalistica in cui viviamo e senza intendere che è sullo specifico piano dell’economico che c’è un’azione nuova da condurre. L’azionariato di massa, attraverso i fondi pensione e i fondi di investimento ha mutato da tempo l’assetto proprietario e il significato della finanziarizzazione e ha creato con la conduzione manageriale un nuovo intrico di problemi destinati, come ha dimostrato il caso Enron e tanti altri, a colpire insieme lavoratori e risparmiatori che spesso coincidono nella medesima persona. La promessa – che viene fin dagli anni trenta del ‘900 – di trasformare, con la diffusione proprietaria, il capitale in una funzione tecnica non poteva essere assolta senza mutamenti nella forma e nell’uso dell’accumulazione, ma è qui che bisogna cercare. La formula “sì all’economia di mercato no alla società di mercato” se indica una necessaria separazione di temi non interviene nell’analisi del funzionamento del mercato, ch’è esso stesso una creatura in larga misura artificiale, cioè regolata. La programmazione economica già c’è, in certo modo, ma ha poco a che vedere con la volontà generale e con i bisogni di sviluppo umano.

La comprensione della forza reale del capitale e della improponibilità di posizioni novecentesche ancora in voga non solo non attenua ma rafforza una critica consapevole del modello economico-sociale capitalistico come forma di civiltà. I dati sono troppo noti per essere presentati qui. E’ impossibile la prosecuzione dello sviluppo così com’è ora con l’ingresso di miliardi d’individui nella medesima spirale di consumi che ha già portato al collasso della natura considerata mero oggetto. In più la contrapposizione estrema tra ricchezza e povertà, il bestiale sfruttamento del lavoro a livello globale, le frustrazioni nazionali dovute al dominio imperiale sulle risorse hanno creato una situazione insostenibile che ha avuto come unica risposta la proclamazione della guerra preventiva e infinita da parte della maggiore potenza mondiale, una guerra che, proclamata contro il terrorismo ha avuto come esito, peraltro scontato, la sua moltiplicazione. La idea in se stessa contraddittoria, prima che inaccettabile, della esportazione della democrazia con la forza si è trasformata in un bagno di sangue e serve solo a coprire il deficit di democrazia e la crisi di rappresentanza particolarmente evidente negli Stati Uniti. Non ci sarà scampo senza un nuovo ordine mondiale.

Battersi per valori alternativi a quelli delle ideologie conservatrici non significa immaginare di poterli imporre attraverso l’opera di un qualsiasi governo, e non solo perché quello attuale è a maggioranza moderata. La laicità dello Stato è innanzitutto un valore della sinistra. La funzione di una sinistra politica dovrebbe essere quella di promuovere nella società i valori in cui crede, e di raccogliere e far propri gli impulsi che vengono dai movimenti volta a volta impegnati autonomamente sui temi della trasformazione sociale. Non è vero che discutere del rapporto tra etica e politica è un discutere di aria fritta, dato che la politica è il regno dei rapporti di forza se non altro perché i convincimenti sono la più grande delle forze immaginabili. Noi vediamo ora che cosa abbia significato e significhi il rovesciamento di cultura rappresentato dal culto della ricchezza come valore supremo. La pace è una necessità per il genere umano, ma è anche una scelta. Il rifiuto della violenza come metodo della azione politica è un bisogno della convivenza ma è anche un’opzione morale. Il diritto alla resistenza contro l’aggressore ha un fondamento etico e perciò deve escludere il terrorismo, le stragi dei civili, e cioè l’adozione del metodo stesso dell’aggressore. Il terrorismo non può avere alcuna giustificazione morale proprio perché esso ancor prima che politicamente è eticamente un aiuto all’aggressore, al sopraffattore, all’oppressore.
Al fondo di ogni scelta di sinistra c’è una motivazione morale, un bisogno di giustizia e di libertà il cui strumento è l’uguaglianza: un bisogno che viene da una lunga storia di cultura, di cui è certo stato un passaggio essenziale ma non unico e non esaustivo il messaggio cristiano poiché c’è voluta l’affermazione della ragione come strumento di liberazione, l’analisi della materialità del processo storico e le idealità socialiste per dare concretezza a quelle istanze morali. La prova ultima è nell’interrogativo di Ratzinger a Mauthausen sul silenzio di Dio, interrogativo che è senz’altro l’espressione dell’angoscia di un credente ma ignora la domanda sul silenzio degli uomini, compresa tanta parte della Chiesa e compresi i professori del seminarista Ratzinger – ma non dei maestri della Rosa Bianca.

Una forza di sinistra si costruisce su un programma politico, ma questo stesso ha dietro e dentro di sé un ragionamento sulla società, sullo Stato, sulla persona umana. Lo smarrimento a sinistra sui temi della bioetica - provato anche in occasione del referendum sulla fecondazione assistita – è l’indizio di un vuoto che viene da lontano. E’ giusto sostenere che la legislazione ha da essere laica, non dominata da una o altra morale. Ma non può bastare. Ormai viene riproposto il tema della libertà della donna e della proprietà del suo proprio corpo. Una politica quasi tutta al maschile – anche a sinistra – spesso non sa neppure di che si parla. Non sa che c’è una reazione – o vi partecipa, senza saperlo – contro l’unica rivoluzione – quella femminile – che è venuta avanti per via di cultura, e non di obiettivi. Si ignora la scoperta che gli universali più che neutri sono espressione del sesso dominante, che bisogna fare i conti con una doppia soggettività, che la idea stessa di eguaglianza va rielaborata come idea di eguaglianza nella differenza.
Una sinistra nuova, forte nei principi e nei valori, può agire con più consapevolezza anche negli obblighi imposti dall’immediatezza della politica. La scelta della pace, il primato sociale del lavoro, l’obiettivo della libertà pongono necessariamente l’allargamento dell’orizzonte all’Europa. Una sinistra nuova deve partecipare alla costruzione di questa entità, finora essenzialmente economica, poiché da essa potrebbe venire un contributo essenziale di fronte alla crisi attuale. Le stesse priorità interne in una scala di bisogni tutti urgenti si stabiliscono per scelte che presuppongono una analisi di valore: sono prioritari o no i temi del precariato, della condizione lavorativa delle giovani generazioni, della scuola pubblica? Il rapporto tra politica e amministrazione, il ruolo e il funzionamento delle regioni e delle autonomie, i temi dello Stato sociale: tutti e ognuno di essi hanno bisogno di essere vissuti da sinistra con il proposito di misurarsi con i silenzi, le coperture, quando non le omertà di una politica malata. Ne ho accennato all’inizio, concludo con questo tema. Ogni proposito può essere sterile, ed è sterile se nella pratica politica c’è la omologazione universale. Il penoso esempio della formazione del governo, la furibonda gara per i posti in tutti i partiti è un esempio scostante.
Se si vuol ripartire, non basterà dire cose assennate. La corsa al posto retribuito anche per i ruoli più semplici per il fatto che la paga è buona (ma non come le altre) fa divenire sempre più grave il rischio della mediocrità. La riforma della politica parte da se stessi. La predicazione smentita dai comportamenti genera il declino di qualsiasi impresa. In molte parti d’Italia la sinistra non c’è più anche per queste ragioni. Per questo dicemmo che non c’è altro socialismo che quello dei comportamenti, dato che ogni attesa messianica – una volta credibile – è assurda. Bisogna porsi il problema della burocrazia. Nel PCI ci fu, e per lungo tempo si fece onore fino a fornire un personale politico degno delle massime responsabilità. Se ci vuole bisogna darsi regole precise e severe, altrimenti non si formano “quadri” efficienti. Bisogna sapere se conta più studiare, sapere, organizzare o fare clientela. Gramsci voleva dirigenti che esercitano il loro ruolo sapendo che la separazione dirigenti-diretti non ci dovrebbe essere.

Si dice che è meglio il partito degli eletti perché sono scelti dal popolo e tra di essi affermati. Ma veramente è il consenso ottenuto nei modi più disparati che garantisce la capacità? La riforma della politica e dei partiti passa anche attraverso una ridefinizione del ruolo della politica: ad essa spetta il controllo e l’indirizzo non la gestione. E’ una riforma liberale, oggi rivoluzionaria: la crisi della democrazia – che ha origini profonde nella separazione tra istituzioni e popolo e movimenti – ha anche nella confusione tra politica e gestione degli affari una sua causa determinante.

In tal senso una lega composta da associazioni di volontari può essere, credo, una buona partenza.

Aldo Tortorella

   
 
         
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