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Relazione alla riunione di coordinamento
dell’Associazione per il Rinnovamento della Sinistra

Roma 15 aprile 2011
Relazione di Piero Di Siena

Come è evidente siamo nel pieno di una crisi democratica senza precedenti nella storia della Repubblica. Per certi aspetti non è esagerato affermare che una sezione della borghesia criminale sembra, per ora, essere stabilmente alla guida del paese avendo superato il tornante del voto di fiducia a dicembre e le prove parlamentari successive. E forte di questa legittimazione procede sistematicamente all’attacco degli altri poteri dello Stato, a cominciare dalla magistratura, e della Costituzione sin nei suoi principi fondamentali. Non bisogna, tuttavia, lasciarsi ingannare dalle apparenze. La destra italiana è attraversata da grandi divisioni e la successione a Berlusconi è aperta. Così si spiegano le sortite di Pisanu insieme a Veltroni sul “Corriere della Sera”, il malessere di Gianni Letta, persino le prese di distanza di Stefania Craxi. E’ anche vero che la situazione è così incerta che alla fine Berlusconi potrebbe succedere a se stesso.
E comunque il caso italiano non costituisce un’eccezione. Berlusconi è certamente ormai una patologia del nostro sistema politico e espressione dello smarrimento e della decadenza che ha colpito la nostra società. Bensì la democrazia rischia di morire non solo in Italia ma in Europa. Di fronte alla crisi economica la Germania ha deciso di uscire da sola dal tunnel piegando il complesso delle politiche europee al rilancio della propria economia fondata sulle esportazioni, gli altri paesi della zona Euro sono sottoposti a vincoli di bilancio imposti dalla Commissione con una forte limitazione della sovranità nazionale e con una sostanziale cessione di sovranità a strutture sovranazionali prive di qualsiasi legittimazione democratica. Ai sommovimenti del Nord Africa si risponde con la guerra e la chiusura delle frontiere alle ondate migratorie che ne sono seguite. E, paradossalmente, mentre si sono privati dell’esercizio di sovranità sui propri bilanci, i vari Stati su un tema cruciale come quello dell’immigrazione sono l’uno contro l’altro armati e minacciano di mettere in soffitta, implicitamente o esplicitamente, l’Unione. L’Euro è a rischio, in Libia ritornano le tentazioni neocolonialiste di Francia e Inghilterra, per la prima volta l’unità europea è messa esplicitamente in discussione. E non solo da parte della Lega sull’onda della reazione xenofoba all’emergenza migratoria di queste settimane. Sul piano internazionale con l’assassinio di Arrigoni, a Gaza ritorna inquietante la minaccia terroristica. E sul piano interno bisogna evitare l’errore di sottovalutare fenomeni apparentemente minori come la gambizzazione a Roma di un consigliere municipale della destra, segno preoccupante di un clima di esasperazione che il presidente del Consiglio e i suoi più fedeli seguaci alimentano a piene mani.
La situazione italiana è solo, dunque, l’episodio più grave e più drammatico di una crisi più generale. Nel corso degli anni esso, però, è stato permanentemente sottovalutato, almeno sino ai più recenti sviluppi legati da una parte alle vicende giudiziarie di Berlusconi ma anche a quelle della cricca che ha preso il comando del Pdl, da Dell’Utri a Verdini. Un vero e proprio comitato d’affari. L’economia del paese intanto si sta decomponendo. L’attacco di Marchionne ai diritti dei lavoratori va letto anche nel quadro di un sostanziale abbandono dell’Italia da parte della Fiat, oltre che in quello di un contributo alla dissoluzione delle relazione democratiche e della convivenza civile nel nostro paese, di cui paradossalmente gli stessi industriali italiani dovrebbero fare volentieri a meno se volessero effettivamente rompere l’isolamento che lamentano Marcegaglia e Montezemolo.

Non c’è dubbio quindi che sarebbe necessaria una svolta, un’azione determinata tesa a rovesciare il corso delle cose. Il ricorso a una prova elettorale che interrompa l’assalto dell’attuale maggioranza alle istituzioni democratiche e alla Costituzione sarebbe salutare. Ma tutto ciò appare impraticabile perché nelle opposizioni stentano a crescere le condizioni politiche di un’alternativa. E mi pare evidente che in questo vi sia anche una delle ragioni della tenuta della maggioranza, come del sostanziale fallimento per ora dell’operazione avviata da Fini.. Tuttavia quello che mi ha colpito in questi mesi e soprattutto in questi giorni, alla vigilia e all’indomani del voto della Camera sulla prescrizione breve, che questa situazione si ripercuote a sinistra aggravandone la crisi piuttosto che avviandone il suo superamento.
Non voglio dire che la sinistra non ci sia. E le manifestazioni e le mobilitazioni, a partire dalla manifestazione della Fiom del 16 ottobre, sono una testimonianza di quanto grandi siano le risorse da mettere in campo. Ma l’assenza di un progetto politico alternativo ha via via fatto crescere in settori del movimento e dell’opinione pubblica di sinistra che all’attacco alla democrazia in corso bisognerebbe rispondere con atti eccezionali, essi stessi fuori dai recinti di una democrazia giudicata ormai malata e esangue. La recente sortita di Asor Rosa, che tanto ha fatto discutere, è solo l’espressione più estrema e paradossale di un sentimento che cova. Il discredito di questo Parlamento provoca, a sinistra, prese di posizioni che rasentano l’attacco al Parlamento in quanto tale; si sono moltiplicati gli inviti alle opposizioni presenti nelle Camere a fare scelte di tipo “aventiniano”; si enfatizza la portata che potrebbe contenere l’appuntamento dello sciopero generale; si invocano atti forti non meglio definiti, da parte del Presidente della Repubblica, fino appunto alle posizioni di Asor Rosa. Mi colpisce infine che le idee, i paradigmi, i riferimenti storici che alimentano questo sentimento sono tutti racchiusi entro categorie mutuate dal secolo scorso. Da questo punto di vista sia le varianti “politiciste” che quelle movimentiste sono accomunate. E ciò conferma quanto fondato sia l’assunto su cui la nostra associazione è nata, quella della necessità di rinnovare dalle fondamenta principi, paradigmi teorici, modalità dell’agire politico, che siano all’altezza dei mutamenti intervenuti nel mondo dopo il trionfo della globalizzazione neoliberista e quelli che ancora si produrranno con la sua crisi. E conferma come in una fase storica come quell attuale, segnata dalla forte complessità dei fenomeni che la caratterizzano, bisogna evitare di smarrire, nell’analisi e nell’azione politica, il nesso inscindibile che esiste tra movimenti, opinione pubblica e istituzioni che insieme concorrono a definire lo spazio pubblico entro cui rinnovare la lotta per la difesa e lo sviluppo della democrazia oggi a rischio.
Questa possibile deriva, in chiave movimentista e “eccezionalista”, di quanto di più vitale si muove a sinistra nella società italiana non è senza conseguenze. Il rischio che la sinistra stessa, e le forze che più conseguentemente si oppongono a Berlusconi, da fattore di soluzione della crisi democratica, diventino invece elemento del suo aggravamento. E se un merito ha il paradosso invocato da Asor Rosa (il ricorso a un vero e proprio colpo di Stato da parte del Presidente della Repubblica) è proprio la messa a nudo di quanto grande e imminente sia questo rischio. Insomma non è senza conseguenze se, in tempi ragionevolmente brevi, non si opera a sinistra un mutamento di prospettiva e d’indirizzo politico generale che ci faccia uscire dal vicolo cieco di una pura e semplice scomposta reazione alla crisi in atto.

Io credo che nell’affermazione di questa tendenza vadano rintracciate le cause delle difficoltà crescenti che nel corso degli ultimi mesi l’attività della nostra associazione ha incontrato. Si è consumato uno scarto tra quelli che sono i nostri orientamenti e la prospettiva per cui lavoriamo e gli indirizzi prevalsi nel complesso delle forze che si collocano a sinistra e che sono nel loro insieme il nostro essenziale punto di riferimento. Sono anche cresciuti gli elementi di autoreferenzialità a sinistra, per cui si è di molto indebolita la nostra tradizionale funzione di luogo di confronto libero e aperto a tutti, per la semplice ragione che a partire dalle forze politiche organizzate (Sel e Federazione della Sinistra in primo) a sinistra ci si sottrae a qualsiasi forma di discussione comune.
Nel corso di questi mesi la nostra attività si è intensificata sia pure con risultati alterni. Abbiamo avviato un ciclo di presentazione di libri inteso come occasione per sondare le novità che si manifestano nella cultura politica della sinistra. Abbiamo aperto una riflessione sul piano internazionale, a partire dall’iniziativa con la Linke tenuta nel giugno scorso, che continua con i seminari in corso sulle rivolte nel mondo arabo. Con la recente iniziativa di Milano sulle elaborazioni del femminismo italiano sul lavoro abbiamo aggiunto un nuovo capitolo alla nostra tradizionale ricerca sulla centralità del lavoro per la ricostruzione della sinistra, avviata con il convegno di Brescia sulla classe operaia del Nord di qualche anno fa. Nei giorni scorsi abbiamo posto le basi per la costruzione di quell’Osservatorio sulla Costituzione e la crisi della democrazia, di cui in più occasioni a partire dalla nostra iniziativa di qualche mese fa sulla Costituzione abbiamo parlato, che sarà coordinato da Beppe Chiarante e sulla cui attualità non credo che ci sia da spendere molte parole.
Su questi temi (il nesso internazionale-nazionale e il destino dell’Europa, la centralità del lavoro, crisi democratica e Costituzione) il nostro intento è sviluppare un lavoro che abbia una sua continuità e coorenza, giacché questi ci sono sembrati gli assi fondamentali su cui ricostruire una sinistra nuova. Per l’Associazione si tratta anche di occasioni per inaugurare un nuovo modo di lavorare, fondato su una più ampia collegialità nell’azione e nell’impegno di un gruppo dirigente collettivo in formazione.

E tuttavia non ci sfugge che anche questo prezioso lavoro rischia di ridursi a un’attività di nicchia, essa stessa autoreferenziale com’è per molti versi l’intera discussione di merito a sinistra, se non rendiamo esplicito innanzitutto a noi stessi e ai nostri potenziali interlocutori il progetto politico a cui essa è finalizzata.
Questo progetto non può che essere, a mio parere, quello del rilancio della proposta di una forza nuova della sinistra italiana. Non come obiettivo collocato nell’orizzonte indeterminato delle nostre aspirazioni ma come compito di questa fase politica, cioè come la risposta fondamentale alla crisi politica e istituzionale che colpisce la democrazia italiana, capace di concorrere al superamento del sostanziale fallimento del sistema politico costruito nella cosiddetta seconda Repubblica e dei partiti (Pdl e Pd innanzitutto) nate alla fine del suo ventennale percorso. Insomma, per la sinistra riorganizzarsi unitariamente in partito, attraverso un processo di radicale rifondazione a cui chiamare tutti coloro che si dicono disponibili, il “tempo è adesso”, in connessione con la riorganizzazione su basi democratiche del nostro sistema politico attraverso la costruzione di quei “corpi intermedi”, indicati dalla Costituzione, che si collocano tra la società e le istituzioni e garantiscono la partecipazione consapevole dei cittadini alla vita della Repubblica. E’ questo il vero antidoto alla deriva populista che ci affligge.
Non ci sfugge la difficoltà dell’impresa. Essa deve affrontare intanto una radicata diffidenza nell’opinione pubblica verso i partiti. Per tante generazioni i partiti che hanno conosciuto sono solo quelle forme di auto-organizzazione del ceto politico che esistono da venti anni a questa parte. Di che cosa sono stati i partiti di massa della prima Repubblica si è perso anche ricordo. Ed essi, comunque rappresentano un’esperienza oggi improponibile. Si tratta effettivamente di pensare a una cosa nuova.
So bene quali possono essere le obiezioni all’esplicita enunciazione da parte nostra di una siffatta prospettiva: non se ne vedono le condizioni, abbiamo già provato altre volte (mi riferisco allo sforzo che facemmo con il convegno di Orvieto e i documenti che ne sono seguiti). Vorrei tuttavia sottolineare che se non si imbocca questa strada difficilmente la sinistra sfuggirà alla deriva emergenzialista di queste settimane. Si tratta di connettere le risposte immediate all’emergenza democratica in atto alla costruzione di una prospettiva di riforma del sistema politico e della democrazia. Lavorare su questo nesso può essere uno dei nostri compiti. Per l’immediato si tratta di concentrarsi più che su improbabili azioni eclatanti sui prossimi appuntamenti politici (le amministrative, ma ancor più la scadenza referendaria). Il raggiungimento del quorum nei referendum (obiettivo oggi difficile ma più a portata di mano che nei precedenti appuntamenti, anche per il trauma prodotto dalla tragedia Giapponese) e la vittoria dei Si possono concorrere a determinare quella svolta di cui nell’immediato ci sarebbe bisogno. Bisogna poi riaprire da sinistra una discussione sulle alleanze per prossima legislatura, al fine di far pesare nella discussione una propria autonoma proposta, capace di arginare le tentazioni neocentriste che attraversano il Pd e contemporaneamente di essere all’altezza dei compiti di una legislatura che non potrà non avere un carattere costituente, giacché dovrebbe essere del tutto evidente che non basta liberarsi di Berlusconi per risolvere la crisi in cui versa la democrazia italiana.
Lavorare sull’immediato è indispensabile, come dimostra il successo della proposta di Vendola sulle primarie che ha saputo interpretare l’esigenza di trasparenza e di radicalità che attraversa l’elettorato del centrosinistra. Ma come il suo epilogo ci induce a riflettere, ciò non basta. Si tratta perciò di ricominciare il lavoro di lunga lena, a cui pure in questi anni abbiamo accennato, tendente alla rottura del blocco storico su cui si fonda l’egemonia della destra (il rapporto tra la Lega e i lavoratori al nord, la fine della funzione riformatrice del sistema delle autonomie locali nel centro Italia, il persistere del sistema familistico clientelare su cui prospera il radicamento sociale della criminalità nel Mezzogiorno). Se questa è la prospettiva è possibile anche pensare alla mobilitazione di soggetti politici radicati nel territorio e nella società (delegati sindacali, amministratori locali, ecc.) al fine di verificare la possibilità di un processo costituente ampio e partecipato di quella nuova forza politica della sinistra di cui noi pensiamo l’Italia abbia bisogno.
Abbiamo tempo fino alla nostra assemblea annuale, che come al solito collocherei a fine giugno, inizi di luglio per verificare la praticabilità politica di questa prospettiva e valutare il ruolo che realisticamente la nostra Associazione può assumere in questo processo.
Per fare questo bisogna ricostruire i nostri contatti nel Paese e nelle diverse città italiane dove la nostra presenza è diventata qualche volta esangue, superando l’illusione che la comunicazione elettronica possa supplire alla discussione politica e al lavoro di costruzione organizzativa.

Bisogna naturalmente rilanciare un rinnovato impegno per la pace. Anche per questo ci vuole un’elaborazione rinnovata rispetto alle esperienze del decennio scorso. Non siamo più nel mondo unipolare e della guerra preventiva dell’era Bush, ma ciò non diminuisce i pericoli di guerra che si alimentano, ora, dell’instabilità degli attuali assetti mondiali messi a dura prova dalla crisi economica in atto.
Ho travato particolarmente felice un’osservazione di Nichi Vendola sul fatto che la globalizzazione ha seppellito di fatto la dottrina della non ingerenza, ma che tocca alla sinistra fare in modo che l’ingerenza non significhi ricorso alla guerra. Questo comporta una rinnovata riflessione sugli organismi sovranazionali, sulla loro crisi e sulla loro possibile funzione e anche riforma. Ma significa anche che se vogliamo che il sacrificio Vittorio Arrigoni a Gaza, il suo e quelli di altri, non sia vano, bisogna riprendere un’azione e un’iniziativa per la pace che dopo le manifestazioni dei primi di aprile sembra essersi arenata. Per questo aspetto penso che, nel panorama della sinistra italiana, il punto di riferimento più fecondo sia l’azione di raccordo che l’Arci sta cercando di svolgere tra tutte le organizzazioni pacifiste. A questo punto di riferimento, perciò, penso debbano raccordarsi le azioni e le iniziative della nostra Associazione a sostegno della pace.

   
 
         
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