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Relazione all’assemblea congressuale
dell’Associazione per il Rinnovamento della Sinistra

Roma 15 maggio 2010
Relazione di Piero Di Siena

Ammesso che ve ne fosse bisogno, le cronache di questi giorni confermano ciò che dovrebbe essere chiaro già da tempo al complesso dell’opinione pubblica e al paese: mai si erano visti un’intera classe dirigente, quella che oggi governa il paese, e importanti esponenti degli apparati dello stato che alimentano e riproducono se stessi giovandosi della rovina del paese. L’Italia è sotto la minaccia incombente di una lunga crisi finanziaria e economica internazionale, di cui la vicenda della Grecia e il suo salvataggio sono solo l’inizio. Le Borse continuano ad andare a picco. E in Europa sono messi in discussione i bilanci degli stati e la solvibilità sui mercati finanziari del loro debito. E quindi è sotto tiro la moneta unica, che costituisce per volontà dei principali paesi europei il fondamento della possibile unità politica del Vecchio Continente. Se l’euro si dissolve, come si è paventato nei giorni scorsi, finisce dunque l’Europa e la speranza che l’Unione politica resti una prospettiva aperta.
Le misure che si prospettano per affrontare questa vera e propria bufera annunciano un panorama di “lacrime e sangue” per le popolazioni dell’Europa. Né si comprende se sarà possibile tenere un punto di equilibrio tra risanamento dei bilanci pubblici e rilancio dell’occupazione e dell’economia reale evitando di cadere in uno stato di recessione permanente.
E, dinanzi a tutto ciò, la classe dirigente della destra al governo del paese s’ingrassa, dopo aver cercato di ubriacare la parte più disarmata dell’opinione pubblica sul carattere transeunte della crisi economica, sul fatto che sarebbe bastato un po’ di “ottimismo” e tutto sarebbe tornato a posto.
Siamo nel pieno di una “questione morale”, per usare un’antica espressione di Berlinguer, senza precedenti nella vita della Repubblica. Berlusconi può affannarsi a dire che non siamo a Tangentopoli. Bossi può anche dire, con un po’ di perfidia verso il presidente del Consiglio, che fin quando ci saranno lui e Tremonti il governo rimarrà in sella. Ma la verità è che siamo in una situazione peggiore di Tangentopoli, a una crisi di legittimazione delle classi dirigenti che, senza un’adeguata reazione da parte delle opposizioni, può travolgere l’intero sistema politico del paese.
I segnali vi sono tutti. L’astensionismo che si allarga sempre di più a ogni appuntamento elettorale segnala un fossato sempre più profondo tra politica e paese reale. La crisi che si è aperta nel Pdl è reale e molto profonda e perciò difficilmente sanabile, e il successo conseguito nelle elezioni regionali l’ha paradossalmente accelerata.
Se essa dovesse precipitare fino a provocare elezioni anticipate, da molti a destra in queste settimane evocate, nessuno si illuda di potersi sottrarre al prevedibile terremoto che investirà l’intero sistema politico. Non la sinistra che nel corso di un’opera faticosa e incerta di ricostruzione sarà chiamata a fare scelte politiche inedite e audaci. Non il Pd, che nato per promuovere un’evoluzione bipartitica del sistema politico italiano difficilmente uscirebbe indenne da un faticoso processo di riconversione di ruolo e funzione. Non le forze del nuovo centro conservatore e moderato che Casini sogna di raccogliere attorno a sé.
L’emergenza costituzionale strisciante che da anni stiamo attraversando sarebbe sicuramente al centro dello scontro politico e su di essa si aprirebbe una prova di forza nel paese, a cui le diverse forze fedeli – sia pure da diversi punti di vista – alla Costituzione non potranno sottrarsi.

Tutto ciò non va pensato e visto in alternativa alla costruzione di una nuova coalizione democratica, a un nuovo centrosinistra. Anzi, le forze che potrebbero dare vita a questa alleanza, alternativa a tutta la destra oggi al governo, potranno assumere un ruolo di primo piano anche di fronte a un’eventuale accelerazione della crisi politica e morale che ha investito in questo settimane il paese, quanto più sarà percepito dall’opinione pubblica che un nuovo capitolo del centrosinistra si aperto. In questo lavoro di costruzione, comunque ancora incerto e stentato, noi guardiamo con interesse e partecipazione a quelle esperienze particolarmente protese a ristabilire un circolo virtuoso tra ricostruzione di un’alternativa politica alla destra e opinione pubblica democratica, capaci di promuovere e dare una cornice adeguata a iniziative dal basso, a un’esigenza di partecipazione che c’è nel paese.
Mi riferisco all’iniziativa illustrata da Tonino Perna nei giorni scorsi sul “Manifesto” di un incontro a Teano a ottobre, in occasione delle celebrazioni del 150esimo dell’Unità d’Italia, tra amministratori e comunità locali, movimenti e associazioni dell’altra economia, con l’obiettivo di porre su nuove basi un progetto di riconciliazione nazionale, tra il nord e il sud del paese, contro ogni prospettiva – sia pure occulta e strisciante – di divisione e separazione dell’Italia.
Mi riferisco soprattutto ai modi in cui può contribuire alla costruzione, sul piano nazionale, di una coalizione democratica capace di mobilitare ampi strati di opinione pubblica e renderli partecipi di un progetto di trasformazione e salvezza dell’Italia la particolare esperienza di mobilitazione popolare condotta in Puglia dalla sinistra, in tutte le sue componenti, attorno alla candidatura di Nichi Vendola a presidente della regione.
Si tratta di lavorare a un programma che saldi insieme la questione morale alla drammatica crisi sociale che attraversa il paese, con il dilagare dei licenziamenti e il peggioramento insieme delle condizioni di lavoro e di reddito, con l’aggravarsi della piaga del precariato in una società che ai suoi giovani toglie il futuro e del lavoro nero, altra faccia di economia sommersa, evasione fiscale e borghesia criminale. E saldi ambedue alla soluzione della questione democratica, alla crisi di partecipazione, alla distanza sempre maggiore della politica dal corpo vivo della società e dai suoi problemi, a cominciare dal tema posto dai compagni della Fiom di una vera e propria rifondazione della democrazia sindacale per quel che concerne la validazione dei contratti da parte dei lavoratori.
Si tratta di lavorare a un programma che - a partire dal referendum sull’acqua promosso dalle associazioni a cui rinnoviamo per intero il nostro appoggio e che sta raccogliendo significativi successi nella sottoscrizione da parte dei cittadini dei quesiti referendari – faccia proprio una vera e propria strategia dei “beni comuni” che investa il complesso delle risorse naturali, a cominciare da quelle energetiche, cruciali per il futuro dell’umanità e dell’ecosistema, per giungere a questioni che riguardano la vita degli uomini e delle donne, cioè a un diverso modo di concepire salute, istruzione e diritto a un reddito per tutti e per tutte, appunto essi stessi beni universali da sottrarre alle logiche del mercato.
Si tratta di elaborare un vero e proprio nuovo progetto di “democrazia economica”, fondato innanzitutto su un’inedita alleanza tra risparmio e lavoro quale alternativa alla perversa solidarietà, di tipo familistico, tra imprenditore e lavoratore che tende a caratterizzare oggi il mondo della piccola impresa, innanzitutto al nord, e sulla messa in rete, soprattutto nell’agricoltura e nei servizi, di tutto quel complesso di esperienze che sperimentano nuovi modelli cooperativi e solidali dell’agire economico e si muovono entro circuiti alternativi di mercato, più diffuse di quanto si pensi ma che stentano a fare massa critica e pesare sulla scena politica e sociale.

Se è questo il contributo che da sinistra può venire alla costruzione del programma di una nuova coalizione democratica esso tuttavia non può esaurire il compito e l’obiettivo che la sinistra ha, soprattutto in Italia, di ricostruire se stessa. Spesso nei nostri ragionamenti questi due livelli – contribuire da sinistra al rifacimento del centrosinistra e ricostruire una sinistra degna di questo nome - si soprappongono e si confondono. E ciò non ha aiutato a dare inizio all’opera ardua e complessa che sta di fronte a noi e spesso è stato causa di tante “false partenze”. Ricostruire la sinistra per noi significa innanzitutto – l’abbiamo detto più volte – restituire un’autonoma rappresentanza politica al lavoro attraverso una formazione politica che sia radicata innanzitutto negli strati popolari del paese. Oggi la sinistra, come il complesso delle forze di centrosinistra, è più l’espressione delle classi medie figlie del meglio che la modernizzazione del paese ha prodotto che non dei settori più deboli della società. Rompere quel “blocco storico” - formatosi attraverso un complesso processo che è passato attraverso l’evoluzione degli interessi, i sistemi della comunicazione televisiva, le paure derivanti dalle sfide della globalizzazione - tra i settori più arretrati e spregiudicati delle classi dominati e vasti strati popolari e del mondo del lavoro, è la condizione essenziale per ricostruire la sinistra nel nostro paese. E questo – lo si comprende - non può avvenire né domani e nemmeno entro il 2013. E ciò crea una prima difficoltà politica perché ricostruire i contenuti e l’assetto di una nuova coalizione democratica ha necessariamente tempi più ravvicinati: deve guardare alla scadenza del 2013, con la consapevolezza, come abbiamo visto, che la situazione politica del paese potrebbe anche precipitare prima di quella data. Ciò ha le sue conseguenze nell’agire politico che si determina a sinistra. Si oscilla tra l’urgenza di un’accelerazione che possa essere risolutiva, oppure si ripiega in una condizione di arroccamento. In questa contraddizione e in questa incertezza si stenta, così, a mettere al centro del proprio agire politico quello che non esito a definire il compito strategico della sinistra, cioè rompere il blocco storico a che alimenta la Lega e il berlusconismo, e al Sud la contiguità della politica con clientelismo, criminalità organizzata e malaffare.
Eppure si dovrebbe comprendere a sinistra che basterebbe solo enunciare questa missione, praticare la strada della ricostruzione di una forza popolare e di massa, per dare un contributo di stabilità al processo di ricostruzione di una nuova coalizione democratica, collocandolo entro orizzonti più ampi che nel passato e radicandolo in profondità nel corpo della società italiana. In questo senso ricostruire la sinistra è un dovere nazionale.

Non bisogna nascondersi tuttavia, a questo punto, l’interrogativo che non formuliamo spesso nemmeno a noi stessi. Dove sono a sinistra, tra noi che siamo così sparsi e divisi e spesso impegnati in un’aspra competizione intestina, le forze e le risorse per una simile impresa? La dissipazione che abbiamo fatto del nostro patrimonio non è forse senza ritorno? Sono domande legittime e esprimono un sentimento che merita comprensione e rispetto. Eppure se ci guardiamo attorno e cerchiamo di correggere la nostra tendenza all’autoreferenzialità, che è essa stessa figlia di un’assenza di chiarezza su quale possa essere la nostra funzione e la nostra prospettiva, vediamo che le forze e le iniziative in atto non sono insignificanti. Penso al Tavolo per il lavoro promosso da Alfonso Gianni, all’Associazione che lavora sui problemi energetici promossa da Alfiero Grandi, al Comitato per l’Acqua che ha dato il via al referendum, alla rete di associazione locali di Rete@sinistra impegnate nella costruzione di un movimento nazionale, all’azione dei partiti della sinistra e dei progetti da essi messi in campo, e non ultimi agli eletti della sinistra nelle regioni e negli enti locali che stentano ad essere protagonisti di un’azione comune per il rilancio delle autonomie locali e di forme rinnovate di autogoverno. Se tutto ciò sapesse trovare i collegamenti giusti, confrontarsi su progetti comuni, le forze che si metterebbero in campo non sarebbero indifferenti. So che c’è molto scetticismo su questo, cioè sulla possibilità che a sinistra si raggiunga almeno una sorta di patto di unità di azione. Noi come Associazione ci siamo, spesso senza successo, spesi con ostinazione in questa direzione negli ormai lunghi anni della nostra esistenza. E solo oggi si può, forse, valutare quanti guasti e disillusioni ha prodotto la scelta, da parte delle forze politiche, di far cadere l’ultimo generoso tentativo di provocare un impegno unitario sollecitato da molti nell’imminenza delle elezioni europee.
Eppure, sebbene non sia essa la soluzione ai nostri problemi, l’unità d’azione a sinistra aiuterebbe ad affrontarli con maggiore efficacia. Per questo vale la pena riprovarci. E perciò abbiamo risposto positivamente a un appello che Alberto Burgio insieme a altre personalità della sinistra ha rivolto a noi tutti. Così si determinerebbe un agire politico più aderente ai sentimenti di un’opinione pubblica che, se ancora comprende che ci vorrebbe nel panorama politico italiano un punto di vista di sinistra, nulla comprende e nulla sa delle divisioni tra noi. E a noi riesce sempre più difficile spiegarne le ragioni.

Certamente, questo non basta. Sappiamo bene che il grande compito è quello di costruire, sul terreno dei valori e dei fondamenti, una netta discontinuità con le esperienze della sinistra del Novecento, accompagnando tutto ciò a un serio bilancio critico della sua storia. L’esatto contrario della colpevole rimozione o della superficiale revisione che ha contraddistinto questi venti anni. Questa del resto per la nostra Associazione costituisce la sua originaria ispirazione. E penso che restino contributi ancora attuali i lavori che insieme ad altri abbiamo prodotto dopo il seminario di Orvieto nel 2006. E che sono riproposti e aggiornati nel documento che abbiamo posto a base della nostra discussione congressuale. E, tuttavia, su questo versante oggi sentiamo di dover aprire un ulteriore capitolo della nostra ricerca. Il peso che i processi di globalizzazione e le crisi enormi che da essi derivano, e le trasformazioni che inducono – argomenti che sono stati al centro della nostra Assemblea del luglio scorso e ai cui testi rimando – pongono alla sinistra il problema dell’elaborazione di una nuova teoria politica della transizione. Tutti abbiamo la consapevolezza che, sul piano dei rapporti tra Nord e Sud del mondo, di quelli tra sviluppo e ambiente, tra paesi emergenti e di più antico sviluppo capitalistico, e ancora nella differenza di sesso, e nello stesso rapporto della persona con la vita e la morte, non vi sono più aggiustamenti che tengano. Vi è un’esigenza di cambiamenti radicali, di passare da un ordine a un altro, da un vecchio a un nuovo modello di sviluppo e di relazioni nel genere umano. Che questa esigenza è inscritta nel corso stesso delle cose.
Ma su come fare a costruire questo passaggio, su quale sia il percorso e quali possano essere le tappe intermedie, nessuno a sinistra sa e si interroga. E anche per questo che la politica si riduce a una tecnica priva di prospettiva e futuro e l’evocazione di un avvenire diverso a mera predicazione. E’ assente ogni ricerca, se non attraverso l’evocazione d’indistinti orizzonti, sulla dimensione storico-politica del cambiamento, sui modi, sulle tappe e sui tempi di una trasformazione possibile.
Si possono fare alcuni esempi concreti.
Si veda la questione dell’auto, della sua crisi, e del suo futuro. E’ indubbio che un modello fondato sul trasporto individuale, soprattutto se esteso su scala mondiale è destinato a essere insostenibile. Ora in Italia dobbiamo misurarci con un piano industriale della Fiat che raddoppia le produzioni di auto nel nostro paese, a scapito tuttavia dell’occupazione e delle condizioni di chi lavora. Cosa dice la sinistra? E come si elabora una proposta alternativa che comprende forme e tappe di passaggio da un modello a un altro di industria dei mezzi di trasporto senza che questo vada a scapito dell’occupazione e crei un deserto economico e produttivo?
Si veda la questione energetica. In Italia la scelta della destra è il ritorno al nucleare in modo conclamato e, in una maniera che meno tocca l’opinione pubblica, permettere che nell’Adriatico e nel cuore del Mezzogiorno, a cominciare dalla Basilicata, si facciano un numero enorme di trivellazioni per la ricerca in profondità del petrolio. Il disastro della Florida ci dice i rischi cui va incontro il Mediterraneo. L’opposizione nostra a queste scelte deve essere comunque netta e puntare sulle energie rinnovabili. Ma anche qui, qualcuno sa o discute di come passare, attraverso quali tappe intermedie, da una politica che concepisca le energie rinnovabili come meramente integrative a un diverso e alternativo modello energetico?
Ultimo esempio. La libreria delle donne di Milano ha prodotto lo scorso anno un manifesto che illustra come, a partire dal rapporto tra vita e lavoro delle donne, sia possibile assumere una diversa e più compiuta prospettiva, per uomini e donne, di liberazione e valorizzazione del lavoro, visto non solo nella sfera mercato ma nell’ambito dei bisogni e della loro soddisfazione. Se si vuole, per dirla con Marx, ci dice che nella concezione del lavoro bisogna passare dalla dimensione dal valore di scambio a quella del valore d’uso. Ebbene, ma chi sa e chi s’interroga su quali debbano essere i modi e i passaggi per cui questo riconoscimento del lavoro informale non diventi una condizione in cui, invece di allargarli, i diritti si demoliscono?
Insomma, senza un’idea generale di cambiamento e sui processi attraverso cui realizzarlo, senza una teoria della transizione, è difficile pensare che la sinistra trovi le ragioni per rinascere, ritornare ad essere il movimento reale che cambia effettivamente l’ordine delle cose esistente.
È un ragionamento questo che inizieremo ad affrontare nel seminario che stiamo organizzando con la Fondazione Rosa Luxemburg per la metà di giugno, nel quadro di una rinnovata riflessione sulle possibili prospettive mondiali di un nuovo socialismo.

A questo punto è lecito chiedersi se l’Associazione ha le risorse intellettuali e materiali per affrontare questioni di questa portata. Spesso ce lo siamo chiesti in questi anni ed è quindi giusto chiederselo anche ora, in questa occasione. La prima risposta è che non abbiamo preteso mai di affrontare i temi e i problemi che ci si sono posti da soli. Abbiamo sempre pensato la nostra esistenza come intimamente legata a un confronto e un rapporto che investisse tutta la sinistra. La verità è che, con l’aggravarsi della crisi della sinistra, ci siamo trovati più di frequente da soli.
A partire dal 2006 ci siamo prodigati perché diverse esperienze associative di carattere nazionale confluissero in un percorso che fosse comune, abbiamo continuato a tentare questa strada ancora all’indomani della sconfitta della Sinistra l’Arcobaleno, abbiamo anche registrato fino al triste epilogo dell’appello per una lista unitaria alle elezioni europee, dei successi, come la manifestazione unitaria dell’ottobre del 2008. Ma alla fine diverse associazioni hanno preferito rientrare nell’alveo delle dinamiche interne alle forze politiche a loro più affini. E noi ci siamo ritrovati più deboli e più soli. E quello che ci divide dal precedente congresso è stato un periodo di luci e di ombre che, naturalmente, non ci ha visto uscire indenni dalla crisi di tutta la sinistra
Non abbiamo comunque rinunciato ai nostri programmi. Ci attende un calendario impegnativo. Ci sarà l’11 giugno a Rosarno un’iniziativa, promossa da Giuseppe Lavorato, insieme alla Sinistra Euromediterranea e all’Associazione da Sud, per il trentesimo anniversario dell’asssassinio di Rosario Valarioti per mano della criminalità organizzata, per riaffrontare le questioni dello sviluppo economico e civile di una realtà funestata dai gravi episodi di xenofobia a tutti noti. Del seminario con la Fondazione Luxemburg ho detto. Per il 22 giugno è previsto un incontro che avrà per tema l’attuazione della Costituzione, in cui spero ci gioveremo anche dei risultati del seminario sulla democrazia organizzato dalla Rete@sinistra con il contributo della nostra associazione di Bologna. Ci auguriamo che domani la marcia tra Perugia e Assisi contribuisca a rimetter al centro dell’azione politica i temi della pace e il rifiuto della guerra e di ogni violenza, nei giorni in cui i massacri in Iraq, la guerra afgana, e la repressione che imperversa in Tailandia ci offrono l’immagine di un mondo che è lungi dall’essere pacificato.

Sottoporremo oggi alla vostra approvazione uno statuto più snello e più aderente alla nostra effettiva composizione associativa, e, come nella tradizione, un coordinamento molto ampio che costituisce la sintesi di tutte le nostre relazioni. Avremmo voluto in verità fare altre: presentarvi oggi invece un’assemblea nazionale degli iscritti, registrati tramite una campagna di tesseramento compiuta, che fosse l’effettivo organismo deliberante dell’Associazione, e quindi un coordinamento più ristretto. Non ce l’abbiamo fatta e quindi dobbiamo confermare un modo di costruire i gruppi dirigenti che pure abbiamo sempre sperimentato nel corso dei lunghi anni della nostra esistenza. Dobbiamo poi oggi eleggere il comitato dei garanti e confermare Tortorella, come nostro presidente onorario. Presidente e organi esecutivi saranno eletti dal coordinamento, così come prevede lo Statuto.
Vogliamo riannodare il dialogo e il confronto a sinistra. Nostri interlocutori sono, innanzitutto, le associazioni locali che hanno dato vita alla Rete@sinistra, che in un certo senso sono la continuazione dell’esperienza a cui abbiamo tentato di dare vita tra il 2006 e il 2009. Vogliamo intensificare il confronto e il rapporto con i partiti, essendo consapevoli di essere partecipi e equamente responsabili di una crisi che è comune, e con quelle esperienze di cui si è detto tese a contribuire a rifondare dal basso il centrosinistra.
Lo sappiamo: prima della sinistra sarebbe tempo che rinnovassimo noi stessi, nei gruppi dirigenti e anche dal punto di vista generazionale. Vogliamo farlo, con determinazione ma senza improvvisazioni. Perché vogliamo, per questo aspetto, risultati duraturi. Vogliamo insomma riprovare a “cercare ancora” in diversi campi e più direzioni. Abbiamo così titolato questo nostro appuntamento congressuale, riprendendo un’espressione di Claudio Napoleoni della seconda metà degli anni ottanta, agli inizi di quella crisi della sinistra di cui ancora non si vede la fine, perché ci piace il connubio che in quella espressione c’era tra “pensiero critico” e “trascendenza”, trascendenza dall’ordine costituito e da un futuro che fosse solo la replica del presente. Convinti come siamo che nessuno potrà mai sopprimere l’aspirazione degli uomini e delle donne al proprio riscatto. Non so che cosa ne caveremo fuori. Ma nel farlo saremo certamente fedeli alle convinzioni e alle passioni di una vita.

   
 
         
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