Voto contro la guerra in Iraq

DI SIENA (DS-U) Signor Presidente, signori rappresentanti del Governo, onorevoli colleghi, abbiamo appreso ieri che l’Italia è stata reclutata nella coalizione che partecipa a questa nefasta guerra contro l’Iraq, per usare un’ormai antica espressione del Presidente del Consiglio.

Ha avuto la bontà di comunicarcelo il segretario di Stato americano Colin Powell prima che il Parlamento italiano discutesse e votasse. Del resto, bisogna chiedersi perché la maggiore potenza, che ha deciso per la "guerra senza se e senza ma", dovrebbe supporre che la partecipazione ad un evento bellico dovrebbe essere deliberata dagli organi sovrani di un Paese (nel nostro caso il Parlamento), quando si mette in piedi una coalizione a cui 15 Paesi su 45 partecipano in modo segreto rispetto all’opinione pubblica mondiale e, suppongo, anche alle popolazioni dei rispettivi Paesi.

La verità è che, sin dall’enunciazione della dottrina Bush sulla guerra preventiva, questa guerra nasce, nella sua stessa concezione, come stravolgimento di ogni principio esistente di legalità internazionale, di quella Dichiarazione dei diritti dell’uomo su cui si basa l’Organizzazione delle Nazioni Unite.

I partecipanti alla guerra di Bush sono già da ora trattati alla stregua non di alleati, ma di una sorta di sudditi, a cui, come ha scritto il Presidente degli Stati Uniti a Berlusconi, non mancherà di giungere la gratitudine del Paese che guida la coalizione.

Ma vi siete chiesti se non vi sia una ragione per la quale la resistenza più accentuata alla guerra è venuta da quei Paesi che hanno un ruolo da salvaguardare sullo scenario internazionale? Mi riferisco alla Russia, alla Francia, alla Cina, alla Germania, la cui politica di potenza (sì, di potenza) è garanzia di un mondo multipolare.

La verità è che questa guerra - che cerca, senza lo straccio di una prova, di presentarsi come la risposta al terribile attacco terroristico dell’11 settembre alle Torri gemelle - rappresenta la testimonianza più significativa della pulsione a mire imperiali che attraversano la destra americana, oggi purtroppo alla guida di quel Paese.

Siamo di fronte ad una situazione inedita; siamo di fronte, cioè, ad un’Amministrazione americana che costituisce uno strappo, una soluzione di continuità, nella dottrina e nella pratica, alle stesse tradizioni politiche degli Stati Uniti: quella dei democratici e quella dei repubblicani, almeno da Roosevelt ad oggi.

Siamo di fronte ad uno schiaffo senza precedenti al ruolo dell’ONU, ad un cambiamento epocale del rapporto tra gli USA e l’Europa, nato con la seconda guerra mondiale e sopravvissuto alla fine della stessa Guerra fredda.

Tutti debbono misurarsi con questi cambiamenti per tanti aspetti ormai irreversibili. Dobbiamo farlo noi, la sinistra ed il centro-sinistra. Dobbiamo farlo intanto per noi stessi e su noi stessi, se si tiene conto che almen o due dei leader internazionali - mi riferisco a Blair e Clinton - che nel decennio trascorso hanno costituito un punto di riferimento per una parte di noi ora sono addirittura in campo avverso.

Deve farlo il Paese, l’Italia, che in queste settimane ha visto dissolvere una tradizione di politica estera che, da De Gasperi ad Andreotti al Craxi di Sigonella, ha sempre saputo coniugare l’amicizia con gli Stati Uniti con una forte autonomia.

Deve farlo l’Unione Europea, che fin d’ora deve ripensare alle basi su cui riavviare il processo di unità politica del vecchio Continente.
L’Iraq si disgregherà sotto i colpi di questa guerra, non c’è dubbio. Noi però ci troviamo impegnati in un conflitto in palese contrasto con la nostra Costituzione, con il suo articolo 11. La stessa concessione delle basi e del sorvolo è, a mio parere, in contrasto con la Costituzione e non risolvono del tutto il problema i paletti messi all’uso delle basi dal Consiglio Supremo della difesa - presumo - per merito dell’intervento del Capo dello Stato.

Ora, però, nemmeno un voto di maggioranza delle Camere può dare legittimità ad una scelta che costituisce una ferita per la nostra Carta fondamentale. Credo che non vi sfuggano le conseguenze di tutto ciò per quel che potrà concernere i rapporti tra Parlamento e Paese, in sostanza per il comune sentire democratico della nostra Nazione.

Colleghi della maggioranza, se posso permettermi, vorrei invitarvi a votare con l’animo sgombro da qualsiasi condizionamento. Non so - come ha detto il Papa - se ci sia un Dio a cui dovrete rispondere. Quel che è certo è che vi troverete di fronte alla vostra coscienza e so bene che non sarà un confronto agevole.

19.03.2003

   
 
         
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