Sul rifinanziamento della missione in Iraq

PRESIDENTE È iscritto a parlare il senatore Di Siena. Ne ha facoltà.
DI SIENA (DS-U) Signor Presidente, signor rappresentante del Governo voglio andare senza indugio al nocciolo della questione che sta al centro delle spesso oblique discussioni che nel corso delle scorse settimane si sono intrecciate, sia nella maggioranza che tra le opposizioni, sul decreto in esame.

La domanda è che cosa deve fare l’Italia per l’Iraq; quali scelte toccano al nostro Paese se vuole contribuire ad evitare che la crisi irachena diventi un pozzo senza fondo, privo di vie d’uscita, in cui i giacimenti d’odio si accumulano ogni giorno, fino a che diventa impresa impossibile rimuoverli.

Per schematizzare, dirò che le tesi sono due. Per la maggioranza, ma anche per una parte dell’opposizione, qualunque sia il giudizio che si è dato e si dà sulla guerra in Iraq e sulle sue ragioni, non sarebbe opportuno ora ritirare le truppe italiane; alcuni, in attesa di una svolta nella gestione del dopoguerra, altri, la maggioranza, in coerenza con il loro appoggio all’invasione anglo-americana e con la partecipazione alla coalizione dei cosiddetti volenterosi.

Per un’altra parte dell’opposizione il ritiro immediato delle truppe italiane dall’Iraq costituisce invece il primo e più significativo contributo a provocare un cambiamento nella gestione della crisi irachena, un ritorno in campo, sullo scacchiere mediorientale, del ruolo delle Nazioni Unite e della legalità internazionale.

Vorrei brevemente esporre le ragioni di questa seconda posizione. In primo luogo, è un’illusione pensare che l’approdo del popolo iracheno ad una condizione di pace dopo decenni di guerre, quelle volute da Saddam Hussein e quelle subite per l’aggressione anglo-americana, possa essere gestito dagli attuali occupanti.

E’ vero, l’Iraq è in preda al terrorismo e a diverse forme di reazione violenta, ma anche chi non reagisce armi in pugno all’occupazione, in Iraq prova solo ostilità verso l’attuale presenza militare. Senza la fine dell’occupazione, senza cioè una soluzione di continuità nei Paesi che con le loro truppe dovrebbero gestire una transizione ordinata verso il ripristino pieno della sovranità irachena sull’Iraq, non ci sarà via d’uscita.

In secondo luogo, il riferimento che spesso viene fatto alla necessità di applicare la risoluzione n. 1511 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite non dà ragione del perché quel compromesso sia saltato e, ahimè, questa non è solo una metafora. A mio parere, la sua principale debolezza stava appunto nel fatto che affidava ai responsabili dell’invasione la gestione del dopoguerra sotto l’egida dell’ONU, naturalmente a determinate condizioni.

Quella risoluzione risulta ora comunque un punto di riferimento inefficace. È necessario, nell'ambito delle Nazioni Unite, ripensare ad una nuova prospettiva, ad una nuova fase.

In terzo luogo, se vogliamo effettivamente una svolta in Iraq bisogna creare una crepa nella coalizione dei volenterosi: un ritiro immediato delle truppe italiane dall'Iraq potrebbe avere questo significato e provocare un ripensamento generale da parte della comunità internazionale.

Sia chiaro, nessuno pensi che il subentro della NATO agli angloamericani possa essere la soluzione alternativa allo stato di cose presenti. Non vedo altre vie d'uscita che il ritiro immediato delle nostre truppe: solo questo sarebbe il vero segno tangibile di quella svolta dell'Italia in politica estera che tutte le opposizioni chiedono. Solo questo, insieme al disimpegno completo da "Enduring Freedom" da parte del nostro Paese, può riconciliare la complessiva nostra presenza militare all'estero con i valori sanciti dall'articolo 11 della nostra Costituzione. (Applausi dal Gruppo DS-U e del senatore Malabarba).


17.02.2004

   
 
         
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