Discussione in aula della mozione sul sostegno all'industria dell'auto

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il senatore Di Siena per illustrare la mozione n. 320.

DI SIENA (DS-U). Signor Presidente, signor Sottosegretario, vorrei fosse chiaro che oggi stiamo discutendo non delle sorti di un’azienda, ma di quelle del più grande e forse più importante settore dell’industria italiana.

Il fatto che questo settore viva in una condizione di assoluto monopolio privato è il frutto probabilmente di un gravissimo errore, che coinvolse allora (mi riferisco al momento della privatizzazione dell’Alfa Romeo) trasversalmente il complesso delle forze politiche del nostro Paese, ma nulla toglie al fatto che oggi dobbiamo guardare alla vicenda FIAT come a un capitolo della politica industriale del nostro Paese, che quindi deve avere come protagonista, prima che i vertici dell’azienda, il Governo nazionale.

Non è con questo spirito che, nel corso degli ultimi anni (poiché la crisi della FIAT non è un fatto recente), il Governo ha affrontato tale questione. Infatti, ci siamo trovati ricorrentemente di fronte a due risposte, a mio parere non all’altezza dei problemi, e ad un’azione di Governo che non può essere definita degna di questo nome. Insomma, da diversi anni solleviamo il problema e chiediamo cosa fare di fronte alla crisi della FIAT e quali risposte di sistema bisogna dare al settore dell’automobile in Italia.

Da una parte, ci siamo trovati di fronte alle risposte del ministro Marzano, il quale ci ha ricordato più volte che, poiché la FIAT è un’azienda privata, in sostanza il problema riguarda gli azionisti; dall’altra, ci siamo trovati, in qualche occasione, di fronte alle osservazioni del ministro Maroni, il quale ci ha ricordato che la FIAT ha assorbito molto denaro pubblico nel corso degli ultimi cinquanta anni. Questo, però, dovrebbe essere un argomento affinché il potere pubblico (il Governo) interrompa questo assorbimento di risorse pubbliche concesse senza una sua azione o controllo sul futuro industriale del settore.

Il ministro Maroni ci ha ricordato questo dato di fatto solo per sottolineare che il Governo ha buone ragioni per disinteressarsi di nuovo e a questo punto totalmente delle vicende della FIAT. Non ci siamo trovati, però, di fronte a nessun abbozzo di politica industriale che riguardasse il complesso del settore dell’automobile.

Mi sembra che siamo ancora nella medesima situazione. Se ho ben compreso, in queste ore stiamo discutendo sul modo in cui esaminare il decreto-legge relativo alla competitività del Paese. Al di là della difficoltà obiettiva - sottolineata anche dal Presidente del Senato - di svolgere una discussione parlamentare ordinata su un testo che costituisce un coacervo di provvedimenti, mi è sembrato di capire che in quel decreto, ancora una volta, non vi sia alcuna risposta anche solo ad una parte delle questioni che noi abbiamo sollevato, ad esempio, nella nostra mozione relativamente a possibili provvedimenti di sostegno dell’offerta o di facilitazione della penetrazione sul mercato dei prodotti automobilistici italiani.

Mi sembra di capire che di tutto questo non c’è alcuna traccia. Eppure, dovrebbe essere del tutto evidente che il settore dell’auto è un capitolo importantissimo nella competitività del nostro Paese, nella nostra economia e rispetto al fatto che l’Italia si confermi come uno dei Paesi industriali più importanti del mondo.
Ci troviamo di fronte ad un nodo di problemi che io voglio ripercorrere rapidamente nel tempo che mi è concesso. Nel corso della discussione - che io spero avverrà in un contesto più significativo di quello nel quale si apre questo confronto - ci si dovrebbe pronunciare su tali problemi; anzi, è bene che il Governo inizi a farlo.

Nel corso dell’ultimo quindicennio la FIAT ha puntato su un’innovazione più di processo che di prodotto, che ha riguardato l’organizzazione del lavoro, la costruzione della cosiddetta fabbrica integrata, la sua evoluzione dalla fabbrica a rete alla fabbrica modulare. Mi sembra che gli avvenimenti più recenti - quelli dello scorso anno - abbiano dimostrato come questo percorso sia giunto al capolinea non solo dal punto di vista della sua efficacia per i risultati dell’impresa, ma anche dal punto di vista della tollerabilità sociale.

Vorrei a tutti ricordare, almeno a me e a coloro che la pensano come me, l’esaltante vicenda della vertenza della FIAT di Melfi, questa lunga lotta terminata con un accordo sindacale del tutto soddisfacente per i lavoratori, che metteva in discussione l’esito di quell’innovazione di processo e i suoi effetti sociali devastanti, nonché il fallimento che essa aveva conseguito sul versante della qualità del prodotto, che pure agli inizi degli anni Novanta era uno degli obiettivi che la FIAT aveva detto di volersi porre.

Tale vicenda ha praticamente interrotto il processo di estensione all’intero sistema FIAT dei rapporti di lavoro applicati a Melfi e, come qui ricordava la senatrice Dato, sostanzialmente estesi allo stabilimento di Termoli con l’accordo dei sindacati, ma con un’evidente - ne fui testimone come giornalista - situazione di intolleranza e sofferenza da parte del complesso dei lavoratori di quella fabbrica.

Ciò è avvenuto in un momento in cui sui lavoratori della FIAT incombe la preoccupazione di una ristrutturazione, quindi in una situazione in cui avrebbe dovuto essere ragionevole accettare condizioni lavorative precarie, perché la preoccupazione maggiore è quella per la continuità del posto di lavoro. Si tratta di un segno ulteriore anche dal punto di vista della tollerabilità sociale dell’esito di tale percorso.

Ormai abbiamo anche conclamato, delibato e consumato il fallimento della politica di internazionalizzazione scelta dalla FIAT, cioè quella dell’accordo con la General Motors che ha avuto l’esito a tutti voi noto. L’aver consumato tale scelta non chiude, anzi riapre il problema. Infatti, come abbiamo scritto nella mozione da noi presentata, siamo del tutto consapevoli che in Italia un settore come quello dell’auto non può sfuggire a ineluttabili processi di internazionalizzazione; il problema è appunto quello dei contenuti, dei modi e soprattutto del contesto della politica industriale nazionale entro cui tutto ciò avviene. Tale scelta dovrebbe avvenire in un quadro di investimenti a medio e lungo termine.

Le prospettive di innovazione - questa volta ineluttabili - cui il settore dell’auto in Italia deve far fronte non possono che essere conseguite attraverso una politica degli investimenti. Quest’ultima è una condizione che la FIAT attualmente presenta come del tutto irrealistica, innanzitutto perché l’indebitamento dell’azienda è quello che è ed i suoi andamenti di mercato su scala europea sono quelli non particolarmente brillanti che sono stati confermati anche nel corso dei giorni precedenti.

Non vi è, quindi, alcun dubbio che vi sia necessità di un’evidente ricapitalizzazione dell’azienda, che deve misurare il proprio passo non solo rispetto ad obiettivi congiunturali di risanamento della sua condizione finanziaria, ma anche rispetto alla necessità di individuare investimenti a lungo termine; penso all’idrogeno e ad un’innovazione nel campo stesso della mobilità e della sua gestione in realtà come quelle dei Paesi economicamente e socialmente avanzati.

All’interno di questo quadro, è in gioco il destino del profilo industriale del Paese e quindi il suo destino economico. Vorrei dire proprio a lei, signor Sottosegretario, che è in gioco il ruolo del Mezzogiorno che dalle politiche del Governo e dalle sue scelte finanziarie è ampiamente penalizzato. Ma sarebbe ulteriormente penalizzato perché, senza nulla togliere al fatto che la dimensione industriale della FIAT deve rimanere nazionale, e quindi l’importanza di realtà come quelle di Mirafiori e Termini Imerese è fuori discussione, è del tutto vero che il grosso degli stabilimenti FIAT è nella realtà meridionale, costituendo una delle nervature fondamentali della sua pur gracile condizione industriale.Vi sono poi, ultime ma non per importanza, il destino e le condizioni di vita di migliaia di lavoratrici e lavoratori di quest’azienda.

Nella mozione, con la quale abbiamo avanzato tante proposte, vi sono due prospettive su cui vorremmo finalmente avere, dato che non siamo riusciti a farlo nel corso di questi anni, un confronto con il Governo.

La prima prospettiva è concepire un rilancio ed uno sviluppo del settore dell’auto all’interno del nostro Paese, anche attraverso la definizione di un intervento pubblico. La nostra è una posizione che ha sempre escluso l’ipotesi di nazionalizzazione della FIAT e, per quanto mi riguarda, non tanto per un tabù di carattere ideologico o per una conversione, data la mia storia e la mia età tardiva, alle sorti magnifiche e progressive delle privatizzazioni.

Se il problema è rilanciare il settore in questione in un processo di integrazione internazionale e nello stesso tempo in un quadro di competitività globale, non c’è alcun dubbio che la misura della nazionalizzazione è uno strumento che attiene ad un intervento pubblico chiuso dentro confini internazionali. Il problema è invece quello di un intervento pubblico che concorra alla ricapitalizzazione dell’impresa e dell’intero settore in forme e modi che andranno approfonditi ma che non possono essere a mio parere elusi.

Il secondo punto è il quadro entro cui inserire il processo di internazionalizzazione del settore auto del nostro Paese. La scelta di General Motors si è rivelata sbagliata, perché fatta sugli interessi a breve del management di allora e della proprietà dell’azienda, senza quel respiro strategico di cui passaggi così delicati avrebbero avuto bisogno.

Vi sottoponiamo in termini aperti e problematici, ma disposti ad approfondire il tema, l’ipotesi di esplorare, come del resto su alcuni settori la FIAT sta già facendo, sviluppando e dando organicità ad alcune sue scelte (penso ad esempio, alla joint venture che tiene in piedi l’attività produttiva in Val di Sangro e ai processi di delocalizzazione che si stanno pensando e che avversiamo, perché inseriti in un quadro di politica industriale inesistente da parte del Governo e di logiche di smantellamento da parte dell’azienda, che comunque avvengono in un quadro di rapporti con altre aziende), se non esiste una prospettiva europea per il processo di internazionalizzazione della nostra produzione.

Questo farebbe bene all’Europa, la quale dovrebbe incominciare a misurarsi anche con problemi di politica industriale in termini unitari. Credo che farebbe bene alla nostra industria dell’auto e anche a quella europea, che, pur se in forme meno pesanti di quelle del nostro Paese, sta attraversando significativi momenti di difficoltà.

Di fronte alle scadenze immediate e al fatto che si stia approssimando la data del convertendo, nonché di fronte alla difficoltà di uscire da una crisi di produzione di mercato semplicemente con i mezzi a breve, con un management incerto nella sua stessa durata ormai da tanto tempo, quel che chiediamo al Governo italiano, finalmente, è che assuma tra i suoi compiti quello di costruire una strategia industriale per un settore così importante, per cui sia possibile dare una prospettiva non solo ad un’importante ramo della produzione del nostro Paese, ma a tanti lavoratori e a tante lavoratrici che costituiscono carne e sangue di quell’esperienza industriale.

Costoro sono stati e sono i principali fattori di sviluppo che hanno concorso in maniera significativa alla civilizzazione del nostro Paese, contribuendo a trasformarlo in un grande Paese industriale, quel che credo tutti noi, nelle nuove condizioni, dobbiamo continuare a perseguire come situazione di fatto e come obiettivo per il futuro. (Applausi dal Gruppo DS-U).

Seduta 17 marzo 2005

   
 
         
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