Sulla legge elettorale della destra

DI SIENA (DS-U). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

DI SIENA (DS-U). Signor Presidente, ai sensi dell'articolo 93 del Regolamento del Senato, intendo chiedere la sospensione dell'esame del disegno di legge che ci avviamo a discutere.

In particolare, chiediamo che esso sia rinviato in Commissione, in modo che possa essere discusso in modo congiunto con il disegno di legge recante «Disposizioni in materia di pari opportunità tra uomini e donne nell'accesso alle cariche elettive parlamentari» su cui ieri è iniziata la discussione nella Commissione affari costituzionali.

La mia richiesta tuttavia deriva anche da osservazioni che riguardano il merito di questo disegno di legge. In alcuni interventi di questa mattina sono state sollevate questioni d'ordine diverso sul complesso delle norme che ci sono state trasmesse dalla Camera, ma tutti si sono soffermati sulle modalità di elezione del Senato.

Anch'io, come la maggior parte degli intervenuti, voglio concentrare le mie osservazioni sugli effetti che le nuove norme hanno sull'elezione del Senato della Repubblica, perché a mio parere costituisce il punto di maggior criticità di questo progetto per tanti aspetti discutibile e discusso.

Nel corso del dibattito che ha investito la politica e la cultura giuridico-costituzionale del nostro Paese in queste settimane, si è ampiamente dimostrato che le norme sottoposte alla nostra discussione potrebbero assecondare un risultato che può produrre al Senato una maggioranza diversa che alla Camera, oppure nessuna maggioranza, a fronte del medesimo risultato elettorale.

In una situazione di bicameralismo perfetto, che caratterizzerà la funzione nei due rami del Parlamento anche nella prossima legislatura, anche nella eventualità da noi avversata che fossero confermate le norme contenute dalla recente revisione della Costituzione, ciò sarebbe causa di una forte instabilità politica ed istituzionale che è palesemente in contraddizione con altre norme che stanno alla base della stessa legge.

Insomma, non si capirebbe la ratio di una legge che introduce il principio di coalizione, l'indicazione del suo leader nel deposito dei contrassegni e delle liste, se tutto ciò non dovesse concorrere alla formazione di maggioranze stabili, al rafforzamento di quel principio di governabilità che ha ispirato, anche discutibilmente, tutte le scelte del legislatore, a partire dal referendum del 1993. È un principio che si è rivelato, a parer mio, per tanti aspetti lesivo del principio di rappresentanza e di espressione della sovranità popolare che è l'essenza prima della funzione delle assemblee elettive in una democrazia moderna, ma ha una sua razionalità.

Ora, per il Senato della Repubblica ci troviamo di fronte a norme (sbarramento, premio di maggioranza su base regionale) che diminuiscono ulteriormente il valore del peso della rappresentatività nella formazione di quest'Assemblea elettiva e il paradosso che si aggiunge a questa lesione è che ciò non viene fatto nemmeno in funzione della garanzia di stabilità e governabilità necessarie al nostro assetto istituzionale.

Le diverse soglie di sbarramento tra Camera e Senato (2 per cento alla Camera e 3 per cento al Senato, per le liste facenti parte di una coalizione; 4 per cento alla Camera, ma 8 per cento al Senato, per le liste che non fanno parte di una coalizione; 10 per cento alla Camera e 20 al Senato, per le coalizioni) creano una disparità nel valore attribuito al voto di ogni cittadino tra i due rami del Parlamento, che costituisce un vulnus ulteriore, appunto, a quel principio di rappresentanza che è il vero punto critico del rapporto tra istituzioni e società nelle democrazie moderne.

Siamo di fronte quindi ad un vero mostro giuridico, secondo il quale l'assegnazione del premio di maggioranza su base regionale, come avviene per il Senato, appunto produce quell'effetto del tutto opposto che l'assegnazione di un premio di maggioranza produce in tutti i sistemi elettorali conosciuti al mondo: cioè, invece che aumentare la distanza tra i due schieramenti, quello che ha vinto le elezioni e quello che le ha perdute, sortisce l'effetto opposto di avvicinare tale distanza e quindi rendere impossibile la formazione di maggioranze autosufficienti.

La verità è che (come ha dimostrato il senatore Manzella, oltre che nell'intervento di questa mattina, in un suo lucidissimo articolo apparso su «la Repubblica» del 5 novembre) la nuova legge elettorale mal si adatta (Brusìo in Aula. Richiami del Presidente)alle vicende che la Costituzione pone per l'elezione del Senato su base regionale.

Con grande spregiudicatezza, in verità, conferma indiretta della considerazione che questa maggioranza ha della Costituzione, nella sua prima formulazione la legge proposta non aveva tenuto assolutamente conto di questo vincolo; poi si è compreso, dopo molti autorevoli richiami, che si era passato il limite, ma la correzione si è rivelata peggiore addirittura della prima soluzione.

Sarebbe forse segno di saggezza ripensare almeno le norme che sono state qui proposte per il Senato ed entrare nell'ordine di idee che probabilmente la soluzione migliore sarebbe (come del resto fu fatto anche nel 1953) soprassedere a qualsiasi modificazione della legge attuale del Senato; o comunque, se si fosse veramente proporzionalisti, come ci si dice da parte degli esponenti della maggioranza, si potrebbe tornare alla vecchia legge elettorale del Senato, fondata sui collegi uninominali, ma assegnati con metodo proporzionale; oppure eliminare il premio maggioritario su base regionale.

E se tutto questo non fosse possibile per la maggioranza, che è chiamata disciplinatamente a sostenere una legge blindata, ritengo che forse si potrebbe, almeno, pensare di eliminare quel vero mostro che è il premio di maggioranza a livello regionale. (Applausi dai Gruppi DS-U e Misto-RC).

24.10.2005

   
 
         
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