Sugli attentati di Roma e Viterbo

Signor Presidente, signor Vice presidente del Consiglio, la necessità di elevare la soglia della vigilanza democratica contro il nuovo terrorismo è questione che abbiamo presente non da ora, ma sin dalle ore terribili dell’omicidio D’Antona e sin dalla presa d’atto angosciosa che, assassinando Biagi, i terroristi delle Brigate Rosse erano in condizione di colpire ancora, allora sembrava impunemente.

Non abbiamo nemmeno sottovalutato gli episodi del cosiddetto terrorismo minore, su cui l’onorevole Fini oggi ha relazionato al Senato, parimenti insidioso e grave quanto quello delle BR: il terrorismo delle bombe recapitate per posta, che producono sofferenze e mutilazioni e che potrebbero causare la morte, al pari dell’assassinio politico.

Ci siamo interrogati, piuttosto, sulle ragioni per le quali dopo il delitto D’Antona le indagini sembravano non andare avanti e abbiamo anche temuto, in alcuni momenti, che si risolvessero nel nulla. Non possiamo pertanto che guardare con soddisfazione ai risultati di oggi e sottolineare, anche autocriticamente, quanto infondata - ahimè - era stata la convinzione, circolata pure fra di noi, che dopo anni di sonno successivi al delitto Ruffilli il fenomeno delle Brigate Rosse fosse ormai alle nostre spalle.

Noi veniamo, signor Vice presidente del Consiglio, da una tradizione politica che ha considerato l’ultimo ricorso legittimo alla violenza la guerra di liberazione contro il fascismo e il nazismo, che è stata permanentemente nel mirino del terrorismo delle BR: non solo i suoi uomini (Guido Rossa, primo fra tutti, e da ultimo Massimo D’Antona, uno dei protagonisti di quella vera e propria fucina del giuslavorismo italiano che è stato l’ufficio giuridico della CGIL), ma anche le sue politiche.

Non è un caso che il massimo dello sviluppo della capacità di forza delle Brigate rosse si manifestò con il rapimento di Moro, che costituì il consapevole attacco al primo tentativo di costruire quel rapporto, quel reciproco ascolto tra movimento operaio italiano e centro democratico che rappresenta la base, il cemento strategico su cui oggi è incardinata l’attuale alleanza di centro-sinistra, ora - speriamo per poco - all’opposizione.

Ma le polemiche di questi giorni sollevano un altro problema, e cioè se il conflitto sociale, la mobilitazione della società civile e dell’organizzazione di base (quelle che siamo soliti chiamare il "movimento"), possono essere - se non terreno di cultura - una condizione di contesto tale da alimentare il terrorismo.

Si parte da una valutazione sulle cosiddette frange estreme del movimento no global, ma poi si arriva a organizzazioni sindacali, ai COBAS e perfino alla FIOM e alla CGIL. Si tratta di giudizi vostri, che sono ampiamente circolati in questi giorni. Vorrei che la maggioranza di centro-destra si accorgesse per tem po su quale piano inclinato si sta mettendo per una certa idea della lotta politica, che non esita a strumentalizzare anche con una certa spregiudicatezza fatti così gravi e rilevanti.

Vorrei rapidamente soffermarmi su due ragioni che rendono del tutto infondati i contenuti di questa polemica. Anche le frange più estreme dei movimenti sono da tempo evolute verso una concezione della disobbedienza civile fondata rigorosamente sul principio della non violenza.

Se negli anni Settanta era lecito chiedersi - e anche molti di noi l’hanno fatto - se il sovversivismo diffuso nel movimento potesse incubare la violenza terroristica (anche se non è mai stato provato che ci fosse un rapporto esteso e sistematico tra terrorismo e sovversivismo di quegli anni), ragionare oggi negli stessi termini da parte delle istituzioni democratiche e del sistema politico significa sbattere la porta in faccia ad una evo luzione culturale e politica ricca di grandi potenzialità per il futuro di tutta la democrazia italiana.

Pertanto, non si comprende quali barriere dovremmo alzare: quelle contro il delitto politico e l’attentato terroristico sono altissime e sono non solo le nostre, ma anche quelle di tanti cristiani, di uomini e donne di sinistra pacifisti, che hanno dato vita agli imponenti movimenti di questi anni. Avrà pure un significato che gli inquietanti fatti del summit del G8 di Genova e la repressione sproporzionata messa in atto in quei giorni abbiano dato vita non ad una spirale di reazioni violente, ma a due anni di enormi e potenti manifestazioni pacifiche.

Concentriamoci quindi sul fenomeno del terrorismo, con serietà e anche con sobrietà, come esso specificatamente si manifesta oggi. Ci rassicuri il Governo che le persone che sono considerate a rischio siano effettivamente protette, che l’organizzazione o le organizzazioni terroristiche - che non possono pre sumibilmente avere l’ampiezza del passato - siano colpite e recise alla radice.

Se proprio vogliamo interrogarci sul contesto che alimenta la violenza, forse sarebbe il caso che ci interrogassimo sulla lotta politica, che spesso assume i toni di una guerra civile incruenta, quando si smantella la concertazione, si lavora per la divisione dei sindacati e si organizzano a freddo vere e proprie campagne contro i dirigenti dell’opposizione, i giornali, i sindacati, insomma l’armatura democratica della nostra società civile.

Forse sarebbe il caso anche di interrogarsi su cosa ci riserva un mondo regolato dal principio della guerra e dalla coppia guerra-terrorismo, che solo il ritorno ad una pacifica coesistenza, in un mondo multipolare, fondato sulla pace, può evitare che si sviluppi in esiti inquietanti.

Vorrei fare un’ultima considerazione sulla proposta del Presidente del Consiglio, presentata in questa s ede dall’onorevole Fini, della partecipazione di tutte le forze politiche italiane all’iniziativa dei sindacati. Le nostre posizioni sono già state esposte dall’onorevole D’Alema e dall’onorevole Fassino, quindi non aggiungo niente di più a ciò che hanno detto il Presidente e il Segretario del nostro partito.

Del resto, si tratta di una manifestazione indetta dai sindacati e non tocca a noi decidere chi debba o non debba partecipare ad una iniziativa di questo genere. Mi si lasci dire, però, che questa proposta dà l’impressione di una certa estemporaneità, nel senso che viene avanzata in un contesto di rapporti politici e di polemiche sulle radici e le cause del terrorismo, su cui io stesso mi sono soffermato, che probabilmente non aiutano lo sviluppo di quella solidarietà nazionale contro il terrorismo, che pure sarebbe necessario.

Ebbene, penso che più che (e forse oltre) la vol ontà di partecipare a manifestazioni unitarie, da parte della maggioranza vi sia un ripensamento sulla propria cultura politica, sul modo in cui affrontare questa fase, sul modo in cui regolare i rapporti con l’opposizione e il complesso della società italiana. (Applausi dai Gruppi DS-U, Mar-DL-U e Misto-Com).


06.11.2003

   
 
         
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