Contro la fiducia al governo Berlusconi

DI SIENA (DS-U) Signor Presidente, signore senatrici e senatori, avremmo voluto puntualmente confrontarci con un vero programma di Governo, definito nei tempi e nelle proposte di merito. Ma ieri il Presidente del Consiglio ha fatto ripetutamente riferimento a testi dati per universalmente noti e che invece - lo confessiamo - a noi sono del tutto sconosciuti. A meno che egli non abbia voluto alludere al programma elettorale della Casa delle libertà apparso su Internet alla vigilia delle elezioni e che tutto è fuorché un compiuto programma di Governo.

Presidenza del vice presidente DINI

(Segue DI SIENA). Non ci rimane quindi che misurarci con dichiarazioni d'intenti, perché tali sono state le affermazioni fatte ieri dal Presidente del Consiglio. Esse sono tuttavia sufficienti a capire la direzione di marcia dell'attuale maggioranza e del Governo e ci consentono perciò di ribadire la nostra netta opposizione.

Ieri il Presidente del Consiglio ha esordito affermando che il suo Governo nasce dalla ferma determinazione di cambiare l'Italia. Accettiamo la sfida, anche noi vogliamo cambiare il Paese. Anzi, è lecito affermare che il centro-sinistra questo cambiamento l'ha avviato già nel corso dei trascorsi cinque anni di Governo. Il problema è certo cambiare, ma anche chiedersi: in che direzione e a vantaggio di chi? Da questo punto di vista, se il programma esposto dal Presidente del Consiglio risulta vago, invece è chiaro il progetto, che va in senso del tutto opposto all'interesse e al benessere della maggioranza degli italiani, anche di tanti e di tante che hanno votato per l'attuale maggioranza.

Infatti, se dalle dichiarazioni del Presidente del Consiglio risultano ancora incerti modi e tempi della promessa riduzione della pressione fiscale, dell'aumento delle pensioni minime e della loro effettiva compatibilità di bilancio con gli investimenti promessi nelle opere pubbliche, nella tutela e valorizzazione del patrimonio artistico e nella ricerca, fino a perdersi nei tempi lunghi della fine naturale della legislatura, non è senza significato che l'azione di Governo intenda concentrare le sue prime attenzioni su scuola, sanità e rapporti di lavoro.

In questa disposizione delle priorità dell'agenda politica mi sembra sia racchiuso il senso dell'azione che il Governo intende svolgere, i caratteri di quel cambiamento che in altre occasioni il Presidente del Consiglio ha definito una vera e propria "rivoluzione".

Le parole del Presidente del Consiglio confermano che sulla scuola la maggioranza di centro-destra ha aperto una vera e propria battaglia di civiltà. L’obiettivo, in sostanza, è la scuola pubblica, prima che nelle strutture e nell’organizzazione, nella sua stessa funzione e nel suo fondamento educativo. Decentramento regionale - e quindi diversificazione dei programmi, dei percorsi formativi, delle modalità di reclutamento e dei livelli retributivi degli insegnanti - tramite la politica di devolution; politica dei buoni scuola e per questa strada promozione della competizione aperta tra le singole scuole sia pubbliche che private; progetto delle "tre i" (impresa, informatica e inglese) quale ridefinizione dell’asse formativo dell’intero campo dell’istruzione: ecco in sintesi i capisaldi di una azione del Governo che ieri sono stati confermati dal Presidente del Consiglio.

È l’esatto contrario di quello di cui la scuola italiana ha bisogno, cioè di una rilegittimazione della sua funzione eminentemente pubblica, perché tesa a fornire le risorse culturali per l’esercizio di una cittadinanza matura e consapevole, la prima fondamentale opportunità per accedere a un mondo del lavoro in continua trasformazione.

Anche sulla sanità le parole del Presidente del Consiglio sono state chiare. Non c’è nessun infingimento sul fatto che si voglia sostituire il Servizio sanitario nazionale con un sistema misto pubblico-privato. Vorrei fosse chiaro che qui stiamo parlando della salute e, in tanti casi, della vita di uomini e donne in carne ed ossa. Il Presidente del Consiglio ha parlato di lunghe liste d’attesa per visite ed esami, di letti nei corridoi di ospedali. È una rappresentazione che, soprattutto in tante realtà meridionali, corrisponde al vero e che tuttavia contrasta con tante altre situazioni di eccellenza, di cui bisogna pur parlare, nella sanità pubblica che non han no eguali. Comunque, il Presidente del Consiglio sa che esiste già ora una vasta rete di convenzioni con i privati che potrebbe supplire a queste carenze e spesso lo fa.

Ma il problema non è questo. Perseguire la fine del carattere eminentemente pubblico del Servizio sanitario costituisce un vulnus alla condizione di pari opportunità di tutti i cittadini rispetto alla tutela della propria salute. Coloro che per sventura hanno dovuto fronteggiare seri problemi di salute sanno che non c’è niente che possa sostituire il potenziale di risorse e competenze professionali di cui dispone il Servizio sanitario nazionale.

Sui rapporti di lavoro e le relazioni sindacali il Presidente del Consiglio ha detto che il suo Governo non ricorrerà a misure unilaterali. Ne prendiamo atto: vuol dire che la lezione del 1994, che viene dalla grande mobilitazione sindacale a difesa delle pensioni, ha lasciato il segno. Ma anche in questo campo l’obiettivo è chiaro: nel mirino del Governo vi sono i modelli contrattuali e c’è l’indicazione di una loro flessibilizzazione.

L’allusione, mi pare, alla volontà di superare il contratto nazionale di lavoro, il suo ruolo equitativo, la sua funzione di fondamento dei diritti di chi lavora è del tutto evidente.

Se si guardano le cose da questo punto di vista, si capisce anche meglio in che senso sul terreno del federalismo la coalizione di centro-destra intende fare "meglio e di più". Esso diventa il canale attraverso cui passa non una più capillare diffusione del potere pubblico, un avvicinamento dello Stato ai cittadini, ma, attraverso il principio di sussidiarietà, un enorme trasferimento di potere e risorse dal pubblic o al privato. Verso questa azione, che domenica un grande organo di informazione non ha esitato a definire "classista", la nostra opposizione sarà netta e intransigente, ma lo sarà tanto più quanto più all'azione del Governo opporremo programmi ispirati ad una forte e responsabile cultura di governo, arricchendo e introducendo anche le opportune correzioni di rotta rispetto all'azione sin qui da noi svolta, arricchendo - dicevo - l'azione riformatrice del centro-sinistra, in vista anche di una sempre più forte convergenza tra tutte le opposizioni presenti in Parlamento, tra i Gruppi dell'Ulivo e quello di Rifondazione Comunista, rispetto alla linea del Governo.

In conclusione, mi ha colpito l’enfasi con cui ieri il Presidente del Consiglio ha sottolineato la lealtà del suo Governo alla nostra Costituzione. Sarebbe un’enfasi inusitata per un Governo costituito - qual è questo - secondo le regole della nostra legge fondamentale, se ogni giorno membri del Governo e della maggioranza non dimostrassero con dichiarazioni e atti di essere, quando non ostili, comunque estranei al sentimento civico che anima la nostra Carta costituzionale.

Un’estraneità che spesso – me lo si lasci dire – traspare anche da alcune affermazioni del Presidente del Consiglio. La verità è che la Costituzione è spesso nel centro-destra accettata come sistema di regole condivise, ma non per quello che effettivamente è: un insieme di princìpi ispiratori dell’agire politico collettivo. Ed è ciò che alla fine getta un’ombra - e forse più di un’ombra - sul progetto presidenzialista evocato ieri nel suo intervento dal Presidente del Consiglio. Per queste ragioni, preannuncio il voto contrario al suo Governo. (Applausi dal Gruppo DS-U)

19.06.2001

   
 
         
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