Sul DPEF 2004

DI SIENA (DS-U) Signor Presidente, onorevoli colleghi, signor Sottosegretario, fare una critica a fondo ed esprimere un giudizio severissimo su questo DPEF presentato dal Governo è ormai come sparare sulla Croce Rossa.

Credo che non ci sia mai stata, almeno a mia memoria, una stroncatura così unanime, dalla Confindustria ai sindacati, dalla Corte dei conti al Governatore della Banca d’Italia, della politica economica di un Governo. E credo che a nessuno sfuggano il significato e la portata della richiesta delle opposizioni di ritirare il Documento e di presentarne un altro che corrisponda alle norme sulla contabilità generale; cosa che, mi sembra, è ammessa anche dalla maggioranza, se è vero che nella sua relazione si chiede un aggiornamento del Documento a settembre.

Naturalmente non mi sfugge che l’unanimità delle critiche è poi originata da punti di vista diversi. C’è chi rimprovera, come la Confindustria, alla maggioranza e al Governo di non essere stati in grado di condurre fino in fondo quei tagli alle pensioni, al sistema delle tutele di chi lavora, allo Stato sociale, che ci si aspettava dalla destra al Governo.

Ma comunque è vero che l’Esecutivo ha deciso di tirare a campare, di rinviare ogni scelta all’autunno. Galleggiare e navigare a vista è ormai l’imperativo di questa maggioranza sebbene il disegno di rimodellare l’economia e la società italiana secondo i principi del neoliberismo più estremo sia stato anche perseguito con una certa baldanza all’inizio di questa legislatura. E sui diritti di chi lavora, per certi aspetti, continua tuttora.

Tale baldanza si è infranta sull’opposizione incontrata nel Paese nel corso di questi due anni, ma anche - a me è toccato ripeterlo ad ogni appuntamento relativo alle scelte di politica economica del Governo - su un limite culturale, prima ancora che politico, molto grave.

Mi riferisco alla sottovalutazione della qualità della crisi economica in atto. Come al suo insorgere, invece di predisporre tutto l’intervento sui conti pubblici per fronteggiarla, si è straparlato di improbabili miracoli economici; ora si continua a guardare ad essa come a una fase bassa del ciclo, prolungata in modo troppo inaspettato. Non c’è alcuna consapevolezza che questa crisi, invece, è destinata ad incidere nel profondo. Quando la ripresa verrà l’economia mondiale non avrà più i caratteri di prima.

Diversi fattori mi fanno pensare che - come del resto le relazioni politiche internazionali - l’economia mondiale potrà trovare una via d’uscita virtuosa dalle difficoltà attuali se si avvierà verso un assetto policentrico, non più prevalentemente fondato sul traino della locomotiva americana.

Questa ipotesi, che - a parer mio - dovrebbe essere un obiettivo da perseguire, trova conforto nella novità costituita dal rapporto euro-dollaro, le cui conseguenze sono ancora in gran parte da esplorare sullo sviluppo dell’economia mondiale, nella crescita della Cina e sul ruolo che progressivamente verrà ad assumere l’America Latina se l’attuale esperienza di governo in Brasile darà i suoi frutti.

Tutto ciò comporta per noi una conseguenza: vanno ripensati non solo la posizione dell’Italia nel quadro della competitività internazionale, ma anche i criteri stessi con cui misurare tale competitività. E comporta anche un’altra conseguenza, relativa al profilo della programmazione economica e finanziaria che il governo della cosa pubblica dovrebbe sottoporre al Paese e al Parlamento.

Insomma: più progetti e previsioni sull’economia reale (cioè quale politica industriale, ambientale e sociale e meno finanza creativa) e scelte impegnative per la politica di bilancio (fisco, spese, investimenti e meno misure una tantum come i condo ni e le cartolarizzazioni). Inoltre, dovrà essere ripensato - ciò vale anche per lo schieramento di centro-sinistra - il rapporto tra intervento pubblico e azione dei privati nella vita economica del Paese. Essenziale è a questo scopo l’assunzione piena della dimensione europea come quadro di riferimento delle scelte di politica economica del Paese.

Vale a dire, qual è il posto - per esempio - dell’industria italiana nella divisione del lavoro da realizzarsi nello spazio europeo? C’è posto per una concezione dinamica del Patto di stabilità, di una sua evoluzione che lo trasformi da vincolo, da cui eventualmente derogare, in strumento attivo della politica economica dell’Unione, che volga in relazione ad obiettivi comuni? È in questa direzione che va, a mio parere, la proposta contenuta nella relazione di minoranza di andare verso un DPEF europeo.

L ’angustia della impostazione della politica economica che ci viene proposta dal Governo e dalla destra è testimoniata anche dal modo in cui viene presentata l’unica proposta concreta che sembra caratterizzare questo DPEF, benché priva di certe coperture finanziarie. Mi riferisco alla scelta delle infrastrutture come uno dei volani della ripresa e dell’economia.

Vorrei far notare, come hanno fatto del resto altri colleghi dell’opposizione, che le infrastrutture necessarie non sono solo le strade. Vi è il problema del risanamento della rete idrica, della tutela della risorsa acqua che corre il rischio, nel quadro dei mutamenti climatici, di diventare risorsa scarsa; vi è la necessità di prevedere risorse sufficienti da stanziare di fronte alle calamità naturali (alluvioni e terremoti in Molise e in Sicilia) che collocano gli interventi tra emergenza e prevenzione.

Infine, il grande assente della politica economica del Governo continua ad essere di nuovo, anche quest’anno, il Mezzogiorno. Credo che per la finanziaria il Mezzogiorno debba diventare una priorità assoluta dell’azione delle opposizioni; si tratta, intanto, di ripristinare (poche o molte che siano state) le misure dei passati Governi del centro-sinistra, a cominciare dal credito di imposta, per iniziare a introdurre un'inversione di tendenza rispetto all’azione di vero e proprio smantellamento della già fragile economia e società meridionale, che è stata perseguita dalla destra nel corso di questi anni. (Applausi dai Gruppi DS-U, Misto-Com e Misto-RC. Congratulazioni).


30.07.2003

   
 
         
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