Dichiarazione di voto sul DPEF 2003

DI SIENA (DS-U) Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE Ne ha facoltà.
DI SIENA (DS-U) Signor Presidente, signor rappresentante del Governo. Dopo le polemiche retrospettive verso il senatore Amato del ministro Tremonti, che si è diffuso su questo aspetto per ben 45 minuti questa mattina, oggi pomeriggio abbiamo ripreso a discutere del DPEF, anche qui, in verità, con un sorprendente ritardo rispetto ai tempi che ci eravamo dati, a causa della dilazione, da parte della maggioranza, della presentazione del proprio documento.

Sono molte le ragioni che inducono noi Democratici di sinistra ad esprimere netta contrarietà al Documento di programmazione economico-finanziaria presentato dal Governo. La prima riguarda, a dire il vero, la vera e propria crisi di credibilità cui il Governo sottopone questo fondamentale passaggio della discussione parlamentare e dell’azione del Governo stesso in materia di politica economica, indirettamente confermata dal ministro Tremonti questa mattina, quando ha parlato di un ridimensionamento oggettivo del peso di questo Documento nella strumentazione della politica economica del Governo e anche dal fatto che nella risoluzione della maggioranza si continuano ad indicare misure per il raggiungimento degli obiettivi, senza dire tuttavia di quali misure si tratti.

Del resto, è già il secondo anno nel quale le previsioni del Documento di programmazione economico-finanziaria sono palesemente infondate rispetto all’andamento dell’economia reale e allo stesso bilancio dello Stato, come ha sottolineato per quest’anno la Corte dei conti. Lo scorso anno ci siamo trovati di fronte ad un Documento che annunziava, su basi esclusivamente volontaristiche, un miracolo economico, che già allora faceva "a pugni" con i segni di rallentamento dell’economia mondiale, ben visibili già molto prima dell’11 settembre e con la stessa denuncia del presunto buco nel bilancio dello Stato, che allora il ministro Tremonti attribuì, come è noto, ai Governi di centro-sinistra. Il miracolo era così esclusivamente affidato alle virtù taumaturgiche del Presidente del Consiglio e del suo Ministro per l’economia. Come siano andate le cose è sotto gli occhi di tutti.

Quest’anno le previsioni macroeconomiche per il triennio contenute nel DPEF sono affidate per la loro realizzazione ad una ripresa economica, che dovrebbe ripartire dagli Stati Uniti già da questa seconda metà del 2002 ed estendersi a tutte le economie sviluppate. Prima di ragionare sulla palese infondatezza di tale impostazione, mi si permetta, signor Presidente e signor rappresentante del Governo, di soffermarmi per u n attimo sulla cultura politica che sta dietro questa posizione.

Negli anni del risanamento e della realizzazione della convergenza delle grandezze di bilancio per realizzare gli obiettivi del Trattato di Maastricht, vi è stata da parte dei Governi europei un’assunzione di responsabilità nel determinare le coordinate della politica economica dei propri Paesi. A sinistra, e io ero tra quelli, potevano non piacere la curvatura monetarista di quella scelta, ma non c’è dubbio che lungo quella strada i Governi europei di ogni tendenza hanno praticato e costruito l’autonomia dei propri Paesi e dell’Unione.

Il ciclo economico era certo determinante ai fini di quelle scelte, come vincolo da fronteggiare nelle fasi di basso andamento dello stesso o opportunità da utilizzare nei suoi punti alti, ma nulla di più. Oggi l’impressione è quella di trovarsi di fronte ad una concezione della politica economica da parte del Governo fondata su un principio di sostanziale etero direzione, di introiezione passiva di processi di globalizzazione.

Aspettiamo che l’economia americana riprenda la sua corsa, con l’inversione di tendenza auspicata (sembra essere il convincimento profondo di Tremonti e Berlusconi) in materia di politica economica. Ma la ripresa annunciata tarda a venire, e anzi, le recenti crisi finanziarie dei grandi gruppi americani e l’andamento della Borsa che ne consegue rischiano di rendere ancora più sfavorevole il contesto entro cui si muove la nostra economia.

In un momento in cui tutto ciò può rendere ancora più drammatica e più ardua l'azione di risanamento e salvataggio, di rilancio dell'unico settore industriale strategico rimasto in Italia, quale quello dell'auto; in un momento in cui l'apprezzamento dell'euro può costituire una seria difficoltà per il m ade in Italy, una delle risorse dell'economia italiana degli anni Novanta, l'andamento dell'economia reale è così palesemente in contraddizione con il Documento di programmazione economico-finanziaria che rischia di fare delle sue previsioni solo carta straccia.

L'unico dato macroeconomico presente nel DPEF, che è nelle esclusive potestà del Governo, è costituito dal tasso di inflazione programmata ed è la seconda ragione della nostra contrarietà a questo Documento.

Avremmo compreso, signor rappresentante del Governo, un tasso di inflazione programmato dell'1,6 per cento, inferiore a quell'1,8 che noi e le organizzazioni sindacali riteniamo realistico anche di fronte ad una opinione pubblica ed alle famiglie che, con l'introduzione dell'euro, percepiscono un aumento del costo della vita reale ben superiore al tasso d'inflazione. Avremmo ritenuto ragionevole quell'1,6 per ragioni di competitività delle nostre merci sul mercato europeo, ma la scelta dell'1,4 significa non solo che la sanità, l'istruzione, le pensioni ed il Mezzogiorno sono esposte ai tagli annunciati dal Governo ma anche le retribuzioni.

Ammesso che fosse legittimo lo scambio tra diritti e tutele - giustamente respinto dalla CGIL - presente nel Patto per l'Italia, firmato da CISL e UIL, anche i termini di questo scambio con questa scelta sono stati disattesi. E CISL e UIL si trovano nella paradossale situazione di vedere il Patto, da esse firmato, posto a fondamento di un Documento di programmazione economico-finanziaria di cui non possono condividere nulla, attori, forse loro malgrado, di un'impostazione neocorporativa delle relazioni tra le parti ed il potere pubblico, senza alcuna contropartita; tutto ciò in una prospettiva di manomissioni molto serie a sanità, istruzione, previdenza, contrattazione nella pubblica amministrazione al fine di realizzare quella generalizzata, iniqua politica di riduzione della pressione fiscale, finora in verità più annunciata che attuata dal Governo.

L'interrogativo è: se le previsioni macroeconomiche nel Documento di programmazione economico-finanziaria sono palesemente infondate, basterà quel taglio alla spesa, per noi già intollerabile, del 4 per cento prevista dal Documento o la scure dovrà andare più a fondo, se volete fare sul serio, e con quali conseguenze per la coesione sociale e la politica del Paese? Per questo aspetto io vedo e sento nella maggioranza una incertezza.

L'interrogativo sembra essere nella maggioranza se andare comunque a fondo nell'azione di quella che a noi appare una vera e propria controriforma, oppure segnare il passo. Insomma, rompere gli indugi, come sembrano suggerire anche le affermazioni di oggi sul terreno delle riforme istituzionali del Presidente del Consiglio oppure galleggiare, ricorrendo a forme di maxicondono fiscale e contributivo che la dicono lunga sulla qualità del consenso che sorregge l'attuale maggioranza del Paese.

Questa incertezza, tuttavia, danneggia soprattutto il Mezzogiorno che rischia ancora di essere la vittima predestinata di questa politica economica. Non bastano alcune pagine in più dedicate al Mezzogiorno rispetto al silenzio dello scorso anno per fugare timori e preoccupazioni. Non sono solo nostre queste preoccupazioni ma sono state fatte presenti in numerosi interventi di colleghi della maggioranza che, essi e non noi, hanno sostenuto che crisi idrica e collasso delle infrastrutture primarie richiederebbero ben altri impegni e risorse.

Sul Mezzogiorno pesa inoltre negativamente il ritorno a discrezionalità nella politica della spesa pubblica e al centralismo che, nel corso del primo cinquantennio repubblicano, hanno costituito la principale ragione del divario tra Nord e Sud e che si erano faticosamente superati o avviati a superamento nel quinquennio trascorso.

PRESIDENTE La prego di concludere, senatore Di Siena.
DI SIENA (DS-U) Concludo subito, signor Presidente. Insomma, il nostro giudizio è severo. Ma l’appuntamento che abbiamo di fronte dopo questa discussione è l’autunno, quando le cose forse saranno più chiare, la legge finanziaria, ma anche la ripresa delle lotte sociali, in cui noi pensiamo che la saldatura tra opposizione politica e opposizione sociale possa contribuire ad avviare quella svolta di scelte e di indirizzi di cui il Paese ha bisogno. (Applausi dai Gruppi DS-U, Mar-DL-U e Misto-Com. Congratulazioni).

24.07.2002

   
 
         
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