Sul DPEF 2006-2009

DI SIENA (DS-U) Signor Presidente, signor rappresentante del Governo, nel leggere il testo del DPEF di quest’anno si ricava l’impressione di un clamoroso riconoscimento, sebbene implicito, non confessato, del fallimento della politica economica del Governo Berlusconi, annunciata nell’estate del 2001 come foriera di un nuovo grande miracolo economico. I risultati di quelle scelte sono sotto gli occhi di tutti: crescita zero, un Paese ormai, anche tecnicamente, in recessione, l’aggrovigliarsi inestricabile di vecchi e nuovi nodi non sciolti. Né vale il riferimento ricorrente in questi anni alla crisi che è seguita all’attacco terroristico dell’11 settembre perché, come recita il testo dello stesso DPEF, il 2004 ha visto un trend economico mondiale che non ha precedenti nell’ultimo trentennio.

E' vero che esso è prodotto dalla ripresa americana e dalla straordinaria performance della Cina e di altri Paesi asiatici, mentre l’Europa sembra rimanere al palo, ma è anche vero che in Europa l’Italia è diventata il fanalino di coda. L’ingresso nell’euro – è vero – non permette più all’economia italiana di ricorrere a forme di svalutazione competitiva e di galleggiare su un debito pubblico in costante crescita, ma è anche vero che l’ingresso nell’euro ha impedito che la situazione economica gravissima del nostro Paese si trasformasse in vera e propria bancarotta. In verità nel testo del DPEF non c’è traccia di quelle nostalgie per i tempi della lira che attraversano le prese di posizione di tanti Ministri e dello stesso Presidente del Consiglio, ma questo non basta a definire le basi di quella svolta che la situazione richiederebbe.

Il capitolo introduttivo del DPEF individua correttamente nel rapporto
debito-PIL la chiave di volta dei problemi strutturali dell’economia
italiana e indica anche la soluzione per il miglioramento di questo rapporto: un’azione che sostenga la crescita e lo sviluppo dell’economia. Ma è a questo punto che il DPEF si sottrae alle conseguenze che alcune delle affermazioni in esso contenute dovrebbero produrre.

Se le cose stanno così, è mai pensabile che le azioni di politica economica, rintracciabili nel Documento del Governo, si possano ridurre alla riproposizione delle indicazioni di ECOFIN per il rientro, nel biennio accordato, entro i parametri del nuovo Patto di stabilità, per lo più attraverso indicazioni quantitative che molti osservatori giudicano troppo ottimistiche e tali quindi da destinare le azioni future del Governo al fallimento? E' pensabile, come opportunamente faceva notare qualche tempo fa Marcello De Cecco, il quale ha parlato in proposito di keynesismo bastardo, che basti puntare per la crescita sull’aumento della domanda interna in termini congiunturali, tramite un piano di opere pubbliche privo di priorità fondate su un diverso modello di crescita e di sviluppo?

Se i problemi dell’Italia derivano da cause che tutti ormai cominciamo
a vedere nella loro portata di fondo, il DPEF dovrebbe almeno indicare
le linee di massima di una politica di riforme strutturali dell’economia
italiana. Non è così; il relatore di minoranza, senatore Caddeo, ha detto sul complesso delle politiche necessarie alla crescita, io vorrei invece soffermarmi su un solo aspetto, tuttavia cruciale, cioè sulla necessità di riaprire il capitolo delle politiche industriali del nostro Paese, di politiche pubbliche in questa direzione, cioè di un’azione di politica economica che riguardi i settori della produzione in funzione della loro competitività, che affronti i problemi dell’innovazione di prodotto, oltre che quella di processo, che collochi le scelte in questo campo in opzioni di politica industriale su scala europea.

Dentro questo quadro debbono diventare oggetto di una politica economica che scelga la crescita come suo principale parametro i destini dell’unico campo industriale rimasto in Italia, quello dell’auto, ricollocando possibilmente il suo sviluppo nell’ambito di un sistema di alleanze a dimensione europea. E' in questo ambito che si colloca il tema della dimensione di impresa e della innovazione di prodotto del made in Italy, se si vuole affrontare positivamente l’impatto del mercato mondiale su questo aspetto peculiare dell’economia italiana.

Vi sono, inoltre, le grandi scelte che riguardano l’energia e l’impatto
ambientale. Naturalmente, niente di tutto cio` c’è nel DPEF, un Documento che rinvia ogni scelta alla prossima legislatura. Da questo punto di vista, esso dimostra di essere un’ulteriore conferma del vuoto di Governo di cui soffre il Paese. Non è senza significato che il Presidente della Repubblica, nella diversità di valutazioni sulla prossima data delle elezioni politiche che lo ha opposto al Presidente del Consiglio nelle scorse settimane, abbia collegato la necessità di anticipare le elezioni alla prima data utile della prossima primavera, con la possibilità di consentire al Governo futuro di varare un DPEF robusto e vocato allo sviluppo. Questo Documento, insomma, è un’ulteriore conferma che prima finisce questa vostra esperienza di Governo, meglio sarà per il Paese. (Applausi dal Gruppo DS-U e dei senatori Marino e Tommaso Sodano).

26.07.2005

   
 
         
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