Sulla revisione della Costituzione

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Di Siena. Ne ha facoltà.

DI SIENA (DS-U). Signor Presidente, signori rappresentanti del Governo, stiamo vivendo in un'epoca in cui le democrazie moderne si trovano ad affrontare problemi stringenti. Non solo esse si sentono assediate dall'esterno, dal dilagare dei fondamentalismi, con i rischi di implosione che ne possono derivare, ma esse sono come minate, per certi aspetti, dall'interno.

Il corso della storia mondiale iniziato negli anni Settanta del secolo scorso e che per molti aspetti ancora dura, insieme alle grandi trasformazioni che hanno investito l'economia, la società, i consumi, riassunte sotto il nome di "globalizzazione", ha anche prodotto sul piano istituzionale un rovesciamento radicale tra ‘rappresentanza’ e ‘governabilità’, quale fonte di legittimazione dei sistemi democratici occidentali a favore di quest'ultima.

L'elettore sempre più è stato chiamato a scegliere non chi lo rappresentava, ma chi lo governava, al quale veniva dato per un periodo di tempo determinato un mandato fiduciario sostanzialmente privo di vincoli e controlli. L'intreccio perverso tra questi orientamenti e sistemi elettorali ispirati all'esclusivo principio della governabilità alimenta poi quei fenomeni di mancata partecipazione al voto da parte degli aventi diritto che in alcuni Paesi occidentali ha assunto dimensioni tali da mettere in discussione nei fatti il carattere universale del suffragio che costituisce il fondamento vero delle democrazie moderne.

La rivolta nelle periferie parigine ci parla anche di questo. Dunque, è come se il concreto funzionamento della democrazia reale rischiasse d'invertire il suo corso: da fattore inclusivo legato soprattutto all'affermazione del suffragio universale, rischia di diventare, con il restringimento reale della base di partecipazione attiva al voto, fonte di nuove forme di esclusione che investono prevalentemente le nuove generazioni, le vaste aree di marginalità sociale delle metropoli, gli immigrati di più recente e antica data. Nei Paesi sviluppati è l'esercizio stesso della cittadinanza politica ad essere nei fatti seriamente messo in discussione.

Se sono solo in parte vere queste mie sommarie considerazioni, il primo interrogativo che dobbiamo porci di fronte alla vostra revisione della Costituzione del nostro Paese è come essa si colloca di fronte a questi rischi di fondo a cui vanno incontro le democrazie moderne. Mi sembra del tutto evidente che essa enfatizzi e dilati oltre misura questi rischi ed alimenti queste tendenze che ho sommariamente evocato.

Infatti, alla potestà assoluta che la vostra revisione assegna al Primo ministro sul Parlamento, soprattutto attraverso il potere di scioglimento della Camera, corrisponde un progressivo svilimento delle funzioni del Parlamento stesso.

A questo svilimento, in verità, nei fatti abbiamo assistito per tutto il corso di questa legislatura, attraverso le concrete attività legislative, l'assenza di una reale volontà di confrontarsi con le ragioni dell'opposizione, il ricorso al voto di fiducia su testi - come è avvenuto di recente con la finanziaria - mai sottoposti all'esame delle Camere.

La vostra revisione costituzionale sancisce quello che in questi cinque anni è diventata prassi; la soluzione che viene data al superamento dell'attuale bicameralismo perfetto, oltre a rendere sostanzialmente superfluo il ruolo proprio di questo ramo del Parlamento, del Senato della Repubblica, aumenta la discrezionalità del Governo in un iter legislativo che diventa molto macchinoso e complesso, per le attribuzioni che di volta in volta vengono date ad uno dei due rami del Parlamento.

Se si guardano insieme il ruolo assegnato al Parlamento dalla legge costituzionale che stiamo discutendo e la vostra proposta di legge elettorale fintamente proporzionale e neppure limpidamente maggioritaria, che assume il principio di coalizione e quindi il ruolo della leadership, in modo contraddittorio rispetto alla potestà assoluta che viene data alle segreterie dei partiti, comprendiamo facilmente a quale problemi andiamo incontro.

Già altri hanno parlato dei guasti della devolution, il tributo che la destra tutta intera paga alle imposizioni della Lega, della scomparsa, attraverso di essa, di una pari esigibilità dei diritti fondamentali da parte dei cittadini nel campo della sicurezza, della salute e dell'istruzione soprattutto, della deriva a cui viene condannato il Mezzogiorno.

Voglio toccare questo tema, invece, dal punto di vista degli effetti che la devolution avrà sul concreto esercizio della rappresentanza e della sovranità popolare nel nostro Paese, che viene come smontato, nelle sue funzioni essenziali relative al sistema di diritti legati allo Stato sociale, con il rischio di perdere, rispetto alle istituzioni, quella rappresentazione di sé che lo rende espressione permanente dell'interesse generale.

Le istanze sociali saranno insomma rappresentate, più che sotto forma di interessi generali, da lobbies territoriali contrapposte; di conseguenza, le istituzioni rischieranno di diventare sempre più autoreferenziali.

Il ricorso al referendum per cancellare questa legge istituzionale per noi non è, dunque, una scelta di parte, ma un'azione che guarda agli interessi dell'Italia; insomma, vorrei dire che è un dovere nazionale.

Il dibattito costituzionale ha bisogno in Italia di chiudere questa sciagurata parentesi, rappresentata dalla vostra riforma, e ritrovare le basi di un dialogo tra tutte le parti politiche al fine di raggiungere l'obiettivo di aggiornare l'ordinamento del nostro Stato con scelte che siano effettivamente all'altezza dei tempi.

Vedo un filo rosso che lega i criteri che hanno animato questa riforma e il modo in cui si è arrivati ad approvarla con l'azione unilaterale della vostra stessa parte politica, che ha portato al fallimento della Commissione bicamerale, presieduta dall'onorevole Massimo D'Alema. Vi parla uno che di quella esperienza non è stato mai particolarmente entusiasta, essendo poco persuaso dell'impianto semi-presidenzialista che animava la cultura costituzionale che in quel momento si veniva ad affermare.

In quell'esperienza, però, vi era sicuramente la consapevolezza che, se una revisione della Costituzione deve collocarsi nel solco della ricerca di risposte positive a quei dilemmi cruciali della democrazia contemporanea cui ho accennato all'inizio, essa non può essere fatta da una parte sola e soprattutto non può essere fatta dalla vostra parte. (Applausi dai Gruppi DS-U e Mar-DL-U).

Intervento nella seduta pomeridiana
Del 15 novembre 2005.

   
 
         
Copyright © Piero Di Siena.net 2005 | best view 800x600 | webmaster | Aggiungi il sito ai tuoi Preferiti | contatt@mi | credits
Melfi l'Unità il manifesto liberazione emergency.it critica marxista