Sul documento di programmazione economica e finanziaria
Intervento in Aula del 26 Luglio 2006

Signor Presidente, signor Ministro, credo non sia utile sottacere in questo dibattito che la discussione avviatasi sul DPEF all'indomani della sua approvazione da parte del Governo ha messo in evidenza che l'impianto della politica economica ha costituito, nelle scorse settimane, uno dei punti di criticità nel confronto interno alla maggioranza.

Come è noto, il ministro Ferrero non ha votato in seno al Consiglio dei ministri il DPEF e problemi sono sorti nel rapporto tra il Governo e i sindacati. Ora, come anche la discussione sin qui svolta dimostra, siamo molto avanti rispetto a questo stato delle cose ed elementi di coesione si sono introdotti nel dibattito all'interno della maggioranza.

Tuttavia, voglio dire che nelle scorse settimane ho condiviso molte delle contrarietà e perplessità emerse all'interno della maggioranza. Non sfugge, infatti, a nessuno che il fatto che si individuino nel sistema pensionistico, nella sanità, negli enti locali e nella pubblica amministrazione le fonti da cui trarre le risorse per il risanamento dei conti pubblici sottopone inevitabilmente ad una ulteriore pressione i capitoli principali su cui è costruita la nostra spesa sociale, già ampiamente ridimensionata dall'azione di governo della destra, che ha portato i nostri conti fuori controllo, soprattutto per la sciagurata politica delle entrate e per il mancato controllo della spesa corrente più che per una politica della spesa sociale, che non è stata nel quinquennio che abbiamo alle spalle particolarmente generosa.

Vedremo con la legge finanziaria che cosa accadrà. Comprendo, naturalmente, che il Governo si è trovato di fronte ad una situazione dei conti pubblici ben più grave di quella a cui si pensasse al momento della elaborazione del programma dell'Unione.

Il riferimento alle condizioni del 1992 è troppo forte per essere semplicemente di maniera, come sostiene l'opposizione, né mi sfugge quanto impegnativa, dal punto di vista finanziario, sia la realizzazione del principale obiettivo che abbiamo posto in campagna elettorale: mi riferisco a quella riduzione del carico fiscale e contributivo sul lavoro delle imprese - altro che aumento della pressione fiscale - nota come riduzione del cuneo fiscale. Apprezzo anche la correzione di rotta che il DPEF avvia sulle politiche del lavoro, rimettendo al centro delle politiche del Governo azioni di sostegno all'allargamento dell'occupazione e alla promozione del lavoro a tempo indeterminato, anche se non è ancora del tutto chiaro con quanta coerenza e compiutezza riusciremo poi a continuare lungo questa strada.

Tuttavia, le novità negative sull'andamento dei conti pubblici - questo è il mio giudizio politico- avrebbero dovuto impegnare con maggiore evidenza la maggioranza a riformulare un nuovo patto con le forze fondamentali del Paese, a partire dai sindacati dei lavoratori fino alle organizzazioni degli imprenditori.

La risoluzione della maggioranza che voteremo alla fine di questo dibattito penso che incominci ad andare in questa direzione e spero che l'apertura di tale confronto caratterizzi il tempo che ci separa dalla legge finanziaria. Come hanno suggerito anche molti economisti, non nascondo che, proprio per tener fede al messaggio centrale del DPEF (quello di coniugare crescita, risanamento e sviluppo) avrei preferito una diversa tempistica nella gestione dei suddetti tre obiettivi, cioè maggior tempo da dedicare all'azione di risanamento piuttosto che alle misure sull'equità e la crescita.

È sicuramente fondato il timore secondo cui, indicando un rientro secco dei nostri conti nei parametri del Patto di stabilità europeo, la contestualità dei tre obiettivi della nostra strategia diventi o corra il rischio di diventare solo un'affermazione retorica e che si ricada, nei fatti, in una logica dei due tempi. Toccherà al confronto che apriremo sulla finanziaria dover fugare questi timori che non sono solo miei ma dei sindacati e di tanta parte dei lavoratori.

Per ultimo, vorrei evidenziare due questioni: è necessario dare un risalto maggiore nella risoluzione della maggioranza ai temi del Mezzogiorno e dare a essi la centralità strategica che avevano nel programma dell'Unione.

La seconda questione è come si affronta la questione salariale e retributiva nel nostro Paese. Il DPEF fissa al 2 per cento il tasso di inflazione programmata. Ebbene, io ritengo che sarà difficilmente sostenibile, di fronte a un travaso di lungo periodo nella distribuzione del reddito nel nostro Paese dai salari, ai profitti e alle rendite, assumere - come avviene da più di un decennio - il tasso di inflazione programmata quale criterio pressoché esclusivo su cui si basa l'incremento delle retribuzioni. Mi auguro che la nostra discussione nei prossimi mesi ne tenga conto, per mantenere quella coesione sociale di cui la maggioranza di centro sinistra ha bisogno.

26 Luglio 2006

   
 
         
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