Iraq, sulle armi di distruzione di massa

Interpellanza con procedimento abbreviato, ai sensi dell’articolo 156-bis del Regolamento, ed interrogazione sul conflitto iracheno

Interpellanza
Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro degli affari esteri.

Premesso:
che il capo del Governo ha più volte dichiarato, anche presso il Senato della Repubblica, che la guerra in Iraq è stata causata dalla necessità di neutralizzare le armi di distruzione di massa del regime iracheno;

che il Presidente del Consiglio ha testualmente affermato in Parlamento che «il Rapporto Powell dimostra drammaticamente quanto sia attuale e urgente prevenire con mezzi adeguati il rischio costituito da armi di distruzione di massa nelle mani di chi ha dimostrato di saperle usare»;

che, nei giorni scorsi, esponenti dell’Amministrazione USA hanno ammesso che non sono state trovate armi chimiche, batteriologiche o nucleari nel territorio iracheno e che la guerra è stata voluta dalla suddetta Amministrazione per indurre un cambio di regime politico nel Paese e ridisegnare la presenza americana nell’area;

che ormai anche il Presidente Bush ammette che «potrebbe essere appropriata» un’indagine parlamentare sull’attendibilità delle informazioni ottenute dalla CIA,

si chiede di sapere:
se il Governo fosse a conoscenza dei motivi reali all’origine del conflitto iracheno e, nel caso, per quali motivi non abbia ritenuto di informare adeguatamente il Parlamento;

per quali motivi il Presidente del Consiglio abbia ritenuto di dare credito al Rapporto Powell nonostante il capo degli ispettori ONU avesse messo in dubbio per tempo le prove fornite in quel rapporto;

per quali ragioni il Governo abbia appoggiato politicamente e logisticamente la guerra in Iraq, atteso che le ragioni di quella guerra non risiedevano, per esplicita ammissione dell’Amministrazione Bush, nella necessità di eliminare il pericolo rappresentato dal regime iracheno per la sicurezza internazionale.

DI SIENA, ACCIARINI, BARATELLA, BASSANINI, BEDIN, BOCO, BONAVITA, BONFIETTI, BRUNALE, BRUTTI Paolo, CALVI, CORTIANA, DATO, DE PETRIS, DE ZULUETA, DI GIROLAMO, FALOMI, FASSONE, FILIPPELLI, FLAMMIA, IOVENE, LIGUORI, LONGHI, MALABARBA, MARINO, MARITATI, MARTONE, MICHELINI, OCCHETTO, PIZZINATO, RIPAMONTI, ROTONDO, SALVI, SOLIANI, TOGNI, TURRONI, VITALI.

Segue la Discussione sull'interpellanza
PRESIDENTE. Segue l’interpellanza 2-00406, con procedimento abbreviato, ai sensi dell'articolo 156-bis del Regolamento, sul conflitto iracheno. Ricordo che, ai sensi dell'articolo 156-bis del Regolamento, la predetta interpellanza potrà essere svolta per non più di dieci minuti e che dopo le dichiarazioni del Governo è consentita una replica per non più di cinque minuti.

Ha facoltà di parlare il senatore Di Siena per illustrare l’interpellanza.

DI SIENA (DS-U). Signor Presidente, signor Sottosegretario, è oggetto di questa interpellanza una questione che negli Stati Uniti e soprattutto in Gran Bretagna sta assumendo un peso e una rilevanza nel dibattito parlamentare non trascurabili.

Mi riferisco al fatto che a molti di noi era già evidente sin da molto prima dell'effettiva apertura delle ostilità nei confronti dell'Iraq che la presenza in Iraq di armi di distruzione di massa era solo un pretesto e che le ragioni del conflitto erano evidentemente altre.

Posso testimoniare per esperienza diretta, avendo guidato una delegazione di parlamentari del centro-sinistra e di associazioni di volontari a Baghdad nella prima settimana del dicembre scorso, che questa era anche l'opinione degli ispettori dell'ONU, confermata progressivamente dallo svolgimento delle ispezioni. A noi che eravamo lì gli ispettori, più o meno esplicitamente, hanno espresso la preoccupazione, poi rivelatasi fondata, che l'ostacolo alla loro attività potesse venire non tanto dal regime di Saddam Hussein ma proprio dall'Amministrazione americana.

Le cosiddette prove portate al Consiglio di Sicurezza dal segretario di Stato americano Colin Powell apparvero immediatamente inconsistenti e tali vennero considerate sia nella sede delle Nazioni Unite che nelle principali Cancellerie europee.

Nonostante ciò, nel rapporto con il Parlamento nonché con l'opinione pubblica del nostro Paese, il Presidente del Consiglio e il Ministro degli affari esteri in particolare, avendo invece dimostrato il Ministro della difesa una pulsione interventista per così dire a prescindere, hanno dato un credito amplissimo alla tesi sostenuta dall'Amministrazione Bush e dal Governo inglese rispetto all'esistenza in Iraq di armi di distruzione di massa.

Ebbene, a guerra finita non solo apprendiamo che di queste non c'è nessuna traccia, ma anche che con ogni probabilità l'amministrazione americana avrebbe manipolato le stesse informazioni provenienti dalla CIA piegandole ad una tesi che i fatti, per come finora si sono svolti, dimostrano infondata.

Ora, si pone anche per il nostro Governo un problema molto delicato: in più occasioni il Presidente del Consiglio ha sottolineato, per così dire, la familiarità dei suoi rapporti con il Presidente degli Stati Uniti. È possibile, noi ci chiediamo, essendo intrattenuti rapporti di questo tipo, che il Presidente del Consiglio italiano non sia stato messo a parte di come effettivamente stavano le cose e sulle vere motivazioni della guerra in Iraq?

Due sono le alternative: o l'Amministrazione Bush ha mentito al nostro Governo o il nostro Governo ha mentito al Parlamento in merito alla questione degli armamenti di distruzione di massa in possesso dell'Iraq.

Le conseguenze, in ambedue i casi, a me paiono enormi: nel primo, infatti, sarebbe messa in discussione la correttezza dei rapporti del nostro principale alleato con il nostro Paese; nel secondo, la correttezza del rapporto del Governo con il Parlamento del Paese.

Noi vogliamo sapere come stanno le cose e vogliamo saperlo non soltanto per il passato ma anche perché, sulla base della dottrina della guerra preventiva, minacce si addensano su altri Paesi, a cominciare dall'Iran.

Chiarire la fondatezza delle ragioni che, di volta in volta, da parte dell'Amministrazione americana e dei suoi più stretti alleati, sono addotte per eventuali interventi bellici, costituisce un elemento di valutazione essenziale della credibilità, sul piano internazionale, dei gruppi dirigenti dei Governi di questi Paesi che deve essere, nel caso della vicenda irachena, preliminarmente chiarita anche per trarne le giuste lezioni per il futuro.

PRESIDENTE. Il rappresentante del Governo ha facoltà di rispondere congiuntamente all'interpellanza testé svolta e all’interrogazione.

VENTUCCI, sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri. Signor Presidente, l'intervento armato in Iraq è stato deciso sulla base di un fondamentale e incontrovertibile elemento: il perdurante rifiuto di Saddam Hussein di offrire piena e attiva collaborazione ai rappresentanti della comunità internazionale, fornendo sufficienti garanzie sulla completa distruzione delle armi di distruzione di massa possedute dal regime iracheno.

In questo senso, la risoluzione 1441 offriva "l'ultima opportunità" di disarmo pacifico al dittatore di Baghdad e chiedeva "piena, immediata e incondizionata" collaborazione, ammonendo esplicitamente che la comunità internazionale non avrebbe assistito passivamente all'ennesima violazione da parte del regime iracheno. Quel regime, nel corso degli anni, aveva infatti dimostrato purtroppo di possedere armi di distruzione di massa poiché le aveva usate più volte per sterminare uomini, donne e bambini del suo stesso popolo.

Era dunque Saddam Hussein, cooperando attivamente, a dover dimostrare che le armi di distruzione di massa erano state eliminate, e in quale luogo e tempo.

È stata perciò la mancata e piena collaborazione del dittatore di Baghdad a provocare obiettivamente la decisione angloamericana di disarmare con la forza l'Iraq: con il suo atteggiamento di protervia e arrogante resistenza alle richieste internazionali, lo stesso Saddam Hussein ha volutamente alimentato fino all'ultimo il fondato sospetto che e gli preferisse nascondere qualcosa, anche a costo di trascinare il suo Paese e il suo popolo in un doloroso conflitto.

Quest'analisi trova riscontro in precisi elementi concreti: il rapporto che il direttore esecutivo della Commissione ONU per il monitoraggio delle armi chimiche (UNMOVIC) e il direttore generale dell'Agenzia internazionale energia atomica (AIEA) El Baradei presentavano al Consiglio di Sicurezza il 7 marzo 2003, a pochi giorni dall'inizio delle ostilità, evidenziava infatti che Baghdad non aveva ancora fornito prove esaustive sulla distruzione dei suoi arsenali di armi letali.

Non solo, il regime iracheno non aveva consegnato tutti i documenti ripetutamente richiesti ma continuava a quella data - malgrado il senso di urgenza comunemente percepito - a frapporre ostacoli alla realizzazione di interviste di quanti avevano preso parte al programma di riarmo iracheno.

Così come riferito dagli ispettori il 7 marzo, la stessa distruzione dei missili Al Samoud, malgrado un iniziale e parziale smantellamento, non aveva fatto registrare ulteriori significativi progressi. Il 17 marzo Blix consegnava ai membri del Consiglio di Sicurezza un programma di lavoro che conteneva nell'annesso una lista di questioni chiave per il disarmo ancora rimaste in sospeso.

Tra queste, sarà sufficiente ricordare quelle legate ai missili Scud con tesate chimiche e biologiche, le munizioni per agenti chimici e biologici, antrace, gas VX, botulino, agenti del vaiolo.

L'Italia ha mantenuto durante il conflitto un atteggiamento di non belligeranza, seppur non neutrale, limitandosi ad offrire sostegno logistico agli anglo-americani, anche in considerazione degli obblighi derivanti dalla comune appartenenza all'Alleanza atlantica.

Per le stesse ragioni, Paesi come la Francia e la Germania, ben più critici dell'approccio anglo-americano, si sono comportati nello stesso modo: Parigi ha infatti concesso l'uso del suo spazio aereo, mentre Berlino ha in aggiunta autorizzato il transito di truppe e materiali statunitensi, nonché il pieno uso delle basi presenti sul suo territorio.

Come ha indicato il Ministro degli esteri in Parlamento lo scorso 15 aprile, la componente militare della missione italiana in Iraq è giustificata dall'esigenza di garantire un indispensabile quadro di sicurezza alla nostre azioni di assistenza umanitaria.

Questo impegno, che trova attuazione in queste settimane con l'arrivo del nostro contingente in Iraq, è peraltro pienamente coerente con quanto richiesto dalla Risoluzione delle Nazioni Unite 1483 del 22 maggio 2003, che all'articolo 1 richiede espressamente agli Stati membri di assistere il popolo iracheno e di contribuire alla condizioni di stabilità e di sicurezza in Iraq.

DI SIENA (DS-U). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

DI SIENA (DS-U). Signor Presidente, sono insoddisfatto non solo per la linea che viene qui ribadita dal Governo sulla questione irachena, ma anche perché mi sembra che l’argomentazione portata dal rappresentante del Governo poggi su elementi di fatto che lo sviluppo della situazione post-bellica dimostrano essere totalmente infondati.

Ritengo che non si debba dimenticare, anzi va sottolineato, il carattere di novità che questa guerra ha introdotto nello scenario internazionale. Io sono tra coloro che hanno manifestato nel corso di più di un decennio contrarietà agli interventi militari legati alla guerra del Golfo del 1991 e poi alle successive vicende balcaniche, soprattutto quando si è trattato dell’intervento nel Kosovo; tuttavia non mi sfugge - e non deve sfuggire a nessuno - la differenza di fondo tra quei momenti e quello verificatosi in Iraq.

In quelle guerre nessuno poteva contestare l’aggressione dell’Iraq al Kuwait o che fosse in corso, come pericolo evidente, una violazione dei diritti umani e quella che è stata definita come pulizia etnica.

Oggi, invece, ci troviamo di fronte ad una guerra che è partita da una premessa che i fatti tendono a dimostrare infondata. Siamo di fronte ad un vulnus che sulla scena internazionale tocca la credibilità delle maggiori potenze e costituisce un elemento di inquinamento delle relazioni su scala mondiale.

Ritengo che il Governo italiano si sia reso corresponsabile di questa situazione e per questa ragione non riteniamo ovviamente conclusiva della discussione su tale argomento la risposta del Governo a questa interpellanza. Noi andremo avanti nella discussione sull’argomento, sia in Parlamento che nel Paese, a cominciare dall’impegno che svilupperemo per quanto riguarda la discussione del disegno di legge, di cui è primo firmatario il senatore Martone, sulla costituzione di una Commissione d’inchiesta intorno a questi avvenimenti, che punti al chiarimento sia delle modalità e delle ragioni che hanno portato alla guerra in Iraq, sia del grado di consapevolezza più o meno presente all’interno del nostro Governo circa la palese infondatezza della questione delle armi di distruzione di massa.

Avremo quindi altri momenti e possibilità per far luce su uno degli aspetti più inquietanti della tragedia che ha colpito l’Iraq, ma che può costituire una premessa inquietante per lo sviluppo successivo delle relazioni mondiali.

18.06.2003

   
 
         
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