Vigilia a Baghdad

Tarda serata del 5 dicembre all'aeroporto di Baghdad. In una saletta, nella quale i parlamentari del centrosinistra e gli esponenti di numerose associazioni cattoliche e laiche reduci da un fitto calendario di incontri in Iraq attendono l'aereo della compagnia giordana che li a vrebbe portati ad Amman per tornare il giorno successivo a Roma, i rappresentati del Parlamento iracheno venuti a accomiatarsi chiedono a me e Tana De Zulueta di fare in modo che la nostra visita potesse servire almeno ad una cosa. Cercate, ci dicono, di far comprendere all'opinione pubblica del vostro paese che noi non siamo gli aggressori, come in genere si pensa in Occidente, ma siamo coloro che sono aggrediti.

Non ci è stato difficile rispondere che, in quel momento, la possibilità di produrre un mutamento di orientamento nell'opinione pubblica dei nostri paesi era soprattutto nelle loro mani, che – per realizzare un tale obiettivo - era di vitale importanza che da parte delle autorità irachene non fosse frapposto nessun ostacolo all'azione degli ispettori dell'Onu. Abbiamo poi aggiunto che, sebbene fossimo persuasi che la questione della detenzione da parte dell'Iraq di armi non convenzionali di distruzione di massa fosse sostanzialmente un pretesto e che le ragioni che stavano dietro la determinazione ostinata di arrivare comunque a un intervento armato da parte dell'amministrazione Bush fossero altre, la collaborazione da parte del regime di Baghdad con l'Onu poteva essere un fatto dirimente ai fini dell'orientamento dell'opinione pubblica dei paesi occidentali, non esclusa quella degli Stati Uniti ancora afflitta dal trauma dell'attentato dell'11 settembre.

Nel momento in cui scrivo è difficile dire se la mobilitazione dell'opinione pubblica internazionale, le manifestazioni pacifiste, la resistenza delle altre grandi potenze alle mire degli Stati Uniti riusciranno a evitare la guerra contro l'Iraq. Questa, d'altronde, è per certi aspetti già iniziata. Nei giorni nei quali la delegazione italiana era a Baghdad bombardamenti sono stati effettuati sia a nord che a sud dell'Iraq, provocando morti tra la popolazion e civile. E nei giorni successivi sono continuati quasi ininterrottamente.

Tuttavia, nel rapido scambio di battute con i parlamentari iracheni che erano venuti a salutarci - dopo quattro giorni di colloqui con il presidente del Parlamento iracheno, Saadun Hammadi, i presidenti delle commissioni Esteri, Sanità, Istruzione e Affari religiosi del Parlamento, il portavoce degli ispettori, Hiro Hueki, e il responsabile delle ispezioni per l'area di Baghdad, Miroslav Grigorovic, il vicario del patriarca della Chiesa caldea, il vescovo Manuel, rappresentati delle Ong impegnate in programmi umanitari in Iraq e i funzionari delle Nazioni Uniti che ne gestiscono l'attuazione - è racchiuso pressoché tutto il senso del nostro viaggio di quattro giorni nella capitale irachena.

Ci sono momenti in cui soffiano i venti di guerra e la diplomazia ufficiale è prigioniera delle contrapposizioni pregiudiziali e della retorica dei muscol i esibiti da una parte e dall'altra. Ebbene, sono questi anche i momenti nei quali forme di diplomazia informale, quale è stata quella che noi abbiamo cercato di praticare in Iraq, possono provare a "sparigliare le carte" di una partita della quale l'amministrazione Bush sta cercando di predeterminare l'esito.

Il ruolo dell'Onu

In una dimensione più grande, e ovviamente più efficace di quella che abbiamo potuto avere noi (un gruppo di parlamentari italiani, tre sacerdoti, esponenti di organizzazioni pacifiste), "sparigliare le carte" dovrebbe essere il ruolo dell'Onu e delle sue organizzazioni, dall'Unicef all'Organizzazione mondiale della sanità, ai responsabili del programma Oil for food che ha sia pur di poco allentato la morsa dell'embargo. Ma questo compito tocca soprattutto agli ispettori. E, almeno quando ci abbiamo parlato alla vigilia della consegna del rapporto che il regime iracheno ha poi fornito alle Nazioni Unite il 7 dicembre, ci sono sembrati determinati ad assolverlo.

Il portavoce Hiro Hueki ci ha detto infatti con sufficiente chiarezza che per quel che li riguardava la scadenza della consegna del rapporto iracheno non aveva un particolare valore ultimativo, che essi sarebbero stati al completo solo alla fine di dicembre e che quindi quella era la data a partire dalla quale avrebbero potuto dispiegare con una certa efficacia su tutto il territorio le ispezioni, che solo alla fine di gennaio avrebbero potuto stilare un primo rapporto sulla situazione degli armamenti sul quale il Consiglio di sicurezza avrebbe potuto formarsi un primo orientamento. Grigorovic ha aggiunto infine che, dovendo gli ispettori presumibilmente muoversi in elicottero nelle zone no-flay, i bombardamenti che quasi quotidianamente gli americani compiono su obiettivi iracheni avrebbero dovuto essere sospesi, se l'Onu voleva veramente che le ispezioni fossero portate a termine. Insomma, "lasciateci lavorare" è il messaggio che hanno voluto consegnare alla delegazione italiana, e l'impressione è che fosse rivolto più agli Stati Uniti che all'Iraq.

Il nuovo responsabile del programma Oil for food, il portoghese Lopez da Silva (l'Iraq è autorizzato a vendere metà della quantità di petrolio che potrebbe estrarre al fine di acquistare beni autorizzati dalle stesse Nazioni Unite) ci dà un quadro allarmante degli effetti dell'embargo. Innanzitutto, ci dice che se l'embargo finisse l'Iraq sarebbe nei guai più di prima, perché sarebbe costretto a pagare il debito estero (quello accumulato in gran parte con la guerra verso l'Iran fatta per conto degli Stati Uniti e che è stata una delle cause scatenati l'aggressione al Kuwait). In secondo luogo, il bilancio del programma è in rosso, date le oscillazioni al ribasso del prezzo del petrolio, con effetti ancor più devastanti sulla crisi umanitaria che dopo più di dieci anni di embargo affligge l'Iraq. Poi, dice Lopez da Silva, la lista dei prodotti che le disposizioni dell'embargo vietano di acquistare è a dir poco infinita. C'è una contrattazione continua tra una struttura dell'Onu e l'altra, cioè tra quella che sorveglia il rispetto delle sanzioni e quella che gestisce i programmi di aiuto.

In questo c'è il primo paradosso che caratterizza l'azione dell'Onu in Iraq. Le Nazioni Unite, infatti, sono l'autorità che ha stabilito le sanzioni che cartterizzano il lungo e intollerabile embargo e chi contemporaneamente lavora a lenirne gli effetti. La legittimazione degli atti dell'Onu nella crisi irachena dipende dall'equilibrio che si stabilisce tra queste sue opposte e contraddittorie funzioni, le quali coinvolgono il complesso delle sue organizzazioni. Questione, come si vede, ben più complessa, che non può esaurirsi nell'azione e nelle deliberazioni del Consiglio di Sicurezza.

Stando in Iraq si comprende quanto al di sotto della complessa funzione delle Nazioni Unite e della evoluzione di cui necessita il suo ruolo siano quelle posizioni emerse nell'ambito della sinistra italiana, segnatamente da parte di Massimo D'Alema, sulla legittimità dell'intervento armato degli Stati Uniti se questo fosse autorizzato dall'Onu. E' proprio osservando anche solo fuggevolmente il lavoro dei funzionari delle Nazioni Unite - siano essi gli ispettori, oppure gli operatori delle organizzazioni umanitarie - che si comprende come non possa bastare una funzione "notarile" del Consiglio di sicurezza per dare legittimità al ruolo dell'Onu, almeno agli occhi della maggioranza degli stessi suoi stati membri.

La sua legittimazione può realizzarsi solo nel quadro di un effettivo e efficace azione di governo sul piano mondiale delle contraddizioni e dei problemi che in ogni angolo del mondo affliggono l'umanità. L'azione di prevenzione della guerra, anche in casi estremi attraverso l'uso misurato e proporzionato della forza, dovrebbe essere una, non la principale e nemmeno quella ordinaria, delle sue funzioni. Insomma, non la sola. Ma gli strumenti sin qui messi in atto qualche volta dal Consiglio di Sicurezza, spesso di pura ratifica delle pulsioni alla guerra che attraversano la maggiore potenza mondiale, non sempre rendono l'operato delle Nazioni Unite all'altezza delle aspettative della gran parte dei paesi del mondo. Non è azzardato affermare chela crisi irachena può costituire il banco di prova dell'Onu e del suo destino. E come l'Onu agirà nella crisi irachena - cioè se si dimostrerà capace, con comportamenti autonomi da tutti i contendenti in campo, di evitare la guerra - potrà costituire il punto di svolta per un rilancio del suo ruolo e della sua credibilità, oppure l'avvio di una sua crisi irreversibile e senza ritorno.

Dove va l'Iraq?

Ma dove va questo paese che sembra rassegnato a vivere in uno stato di guerra permanente come accade ormai da più di trenta anni? Baghdad ti accoglie con un volto che inganna. Il suo aeroporto è un gioiello dell'architettura. Stilemi arabizzanti sono riprodotti e evocati attraverso moduli costruttivi modernissimi. Questo scalo aereo, dove arriva un volo passeggeri solo per tre volte alla settimana, quando per ufficiosa e "gentile" concessione viene aperto un corridoio temporaneo nelle zone interdette ai voli, offre al primo impatto un immagine di solidità inaspettata. E così anche l'autostrada a sei corsie che porta dall'aeroporto alla città, illuminata da un'interminabile teor ia di lampioni, distanti l'u no dall'altro non più di 100-150 metri. E così anche la zona in cui è l'albergo internazionale in cui alloggia la delegazione, l'Hotel Al Rasheed, dove sono concentrati ospiti stranieri e corrispondenti di guerra delle principali testate giornalistiche e televisive di tutto il mondo che si precipitano a Baghdad in attesa dello scoppio del conflitto. Si tratta di una sorta di Eur irachena, in cui vi sono le sedi di quasi tutti i ministeri: costruzioni rare e distanti l'una dall'altra immerse in mare di palmeti. Anche il clima t'inganna: al mattino ti accoglie una nebbia fittissima che solo intorno alle undici si dirada completamente per lasciare il campo a un tempo grigio e uggioso. Sembra, insomma, di stare in Val Padana.

Ma ben presto appare che questo non è il vero volto di Baghdad, o lo è solo in parte. Basta inoltrarsi verso il centro della città per vedere una serie di case fatiscenti, quasi in rovina . Chi si aspetta di vedere qualche vestigia dell'antico splendore della capitale del Califfato rimane deluso. Vi sono solo le rovine di un antico castello che dicono essere l'antica reggia degli Abassidi, poi più niente. E' stato – dicono - tutto eroso dalle termiti e distrutto dagli incendi, essendo le case per lo più in legno. Le costruzioni più antiche risalgono al periodo coloniale e anche esse sono in genere mal ridotte. Le strade spesso sembrano quasi fogne a cielo aperto. Poi è tutto un pullulare di miseri negozietti, di banchetti. Il centro di Baghdad è un enorme suk, dove però si scambiano povere cose. Le banconote sono tutte di un taglio (250 dinari), grandi e voluminose ma di poco valore.

I segni dell'embargo sono evidenti a occhio nudo nello squallore di quello che dovrebbe essere il centro della capitale, nell'evidente inquinamento del Tigri, nelle automobili che girano e che hanno tutte quasi più di venti anni, con le carrozzerie a brandelli e rabberciate alla meglio. Li vedi, i segni dell'embargo soprattutto negli occhi dei bambini, alcuni dei quali stendono furtivamente la mano in cerca di danaro. Cosa impensabile - dice chi non è la prima volta che viene in Iraq - solo fino a qualche anno fa.

Non si fa fatica a vedere che l'Iraq è sull'orlo di una crisi umanitaria che può segnare il destino di più di una generazione. A lanciare l'allarme su questo pericolo in corso non sono tanto i dirigenti iracheni, che forse per un antico e malinteso orgoglio nazionale sono molto parchi nel denunciare la gravità della situazione, ma i funzionari dell'Onu. Questi non solo confermano, ma ci presentano sotto una luce più drammatica, i dati fornitici dagli iracheni: la mortalità infantile è aumentata di ben cinque volte dal 1990; mancano i chemioterapici per curare il cancro e le leuce mie in continuo progresso forse a causa degli effetti dell'uranio impoverito usato nella guerra del Golfo; c'è un'emergenza igienico-sanitaria senza precedenti (l'Iraq dispone di un terzo delle risorse idriche di cui disponeva il '90 perché i paesi confinanti hanno invasato a nord il corso del Tigri e dell'Eufrate senza nessun intesa con Baghdad). Il regime alimentare consentito dall'embargo è sbilanciato, povero di proteine. Sebbene non scarso ha come conseguenza una situazione di diffusa malnutrizione con la conseguente caduta delle difese immunitarie, soprattutto nelle persone anziane e nei bambini.

Ma i danni dell'embargo non sono solo materiali. Alla lunga essi segnano il costume e il sentire stesso di un intero popolo. Caduto il mito della modernizzazione laicista che sorreggeva il regime del Baath fino al '90, la popolazione irachena sta progressivamente rielaborando i propri tratti identitari nell'ambito degli aspetti più tradizionali dell'islamismo. Non si può parlare di integralismo in senso stretto, giacché il regime tutela la tradizionale libertà di culto da sempre vigente in Iraq per tutte le religioni e confessioni, ma di una sorta di involuzione dei costumi che si manifesta quasi spontaneamente e in modo molecolare. Le donne con il capo coperto sono ormai la norma, mentre fino a un decennio fa erano un'eccezione; solo da un anno nelle scuole elementari i bambini sono stati rigorosamente divisi dalle bambine; c'è chi è stato tra una guerra e un'altra fino a dieci anni sotto le armi con tutte quello che ne consegue sulla formazione della mentalità delle nuove generazioni.

L'embargo ha prodotto anche un altro fenomeno le cui conseguenze sono incalcolabili. Il vicario del patriarca della Chiesa caldea, antica di duemila anni, figlia della prima evangelizzazione degli Apostoli in Asia minore e solo nel Settecen to confluita nella Chiesa di Roma, ci dice che nel giro di soli dieci anni i cristiani sono passati dall'essere il 10% della popolazione irachena al 3%. La ragione sta nell'emigrazione che ha visto andar via soprattutto i cristiani che costituiscono anche, in genere, l'élite della borghesia irachena e quindi la parte più colta della nazione. Alla domanda relativa al fatto che le gerarchie ecclesiastiche della Chiesa caldea sembrano molto indulgenti verso il regime dispotico e a volte sanguinario di Saddam, il vescovo ci risponde che gli americani offrirebbero in alternativa un'altra schiavitù e lascia capire che niente garantirebbe come l'attuale assetto del potere almeno l'incolumità di chi professa confessioni diverse dall'Islam.

Questa considerazione ci svela un altro paradosso della situazione irachena. L'Iraq è già oggi un paese a sovranità limitata. Non dispone a suo piacimento del suo petrolio; nelle zone no-flay gli &e grave; interdetto l'uso dello spazio aereo e l'aviazione degli Stati Uniti non si fa scrupolo di bombardare quando lo ritiene opportuno. Eppure tutto ciò rafforza invece che indebolire il regime, che almeno all'apparenza riconosce l'identità etnica della minoranza curda, almeno fino a quando non rivendica l'indipendenza, tutela la libertà di culto degli sciti come delle altre religioni, è l'unico collante che tiene insieme l'unità nazionale e l'integrità territoriale dell'Iraq. Insomma l'embargo non crea alternative a Saddam e l'opposizione è divisa tra chi confida di entrare a Baghdad a seguito dell'esercito degli invasori americani (difficile dire con quale consenso della popolazione) e chi spera di raggiungere un compromesso con Saddam.

E su tutto ciò campeggia a ogni angolo di strada l'effige del rais, mentre bimbe minute e dall'aperto sorriso ci accolgono in una scuola elementare femminile inneggiando con piglio guerriero a Saddam.

Usa e Europa

Quel che colpisce a Baghdad è la latitanza dell'Unione europea. L'Italia stessa ha una rappresentanza diplomatica che non ha nemmeno il rango di ambasciata. Ma l'Unione non ha nessuno a Baghdad, dopo pure pullulano tra Ong e uffici delle Nazioni Unite numerose presenze occidentali. E' il segno dell'inanità dell'Europa di fronte alla crisi irachena, di un processo di integrazione che finora, forse, può dar vita a un "gigante economico" ma sicuramente conferma che l'Europa rischia di essere un "nano politico".

Tutto ciò è ancor più sorprendente perché non ci vuole molto a capire che da un eventuale intervento degli Stati Uniti in Iraq inizia un percorso della politica mondiale e dei rapporti internazionali di cui a f arne le spese sarà soprattutto il processo di unità politica dell'Europa. La dotrina della "guerra preventiva" di Bush può essere alternativamente al servizio della costruzione dell'Impero unipolare oppure della creazione di una Santa Alleanza tra Usa, Cina e Russia. Non sappiamo se, allo stato delle cose, Bush sarà costretto in questa seconda prospettiva, e a causa delll'esigenza di fronteggiare il vero pericolo terrorista che non è ovviamente costituito dall'Iraq, a addivenire a un compromesso con le due altre potenze sulla questione irachena. Tuttavia, ambedue le alternative non prevedono un posto per un Europa unita e influente sulla scena del mondo. E anche i caratteri della nuova nato sorta a Parga congiurano contro il decollo di una forte Europa politica.

Nella crisi irachena si giocano tante cose: gli equilibri nel Medio Oriente, l'esito della questione palestinese, l'efficacia di un effettivo contrasto al terrorismo, ma a nche un po' le sorti dell'Europa.
E queste non avranno un futuro se le classi dirigenti europee non cominciano a comprendere, come sembra abbiano cominciato a fare la socialdemocrazia tedesca e la destra gollista francese, che non c'è spazio per l'Unione europea se questa non si costruisce in autonomia dalle attuali scelte strategiche degli Usa.
Cosa pensa e fa rispetto a questo problema la sinistra europea? Se c'è batta un colpo, cominciando a dire nettamente no alla guerra all'Iraq. Dopo potrebbe essere tardi.

"Rivista del Manifesto", gennaio 2003

   
 
         
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