Sul rifinanziamento della missione in Afghanistan

intervento in aula, seduta antimeridiana del 21 marzo 2007


Signor Presidente, signor Sottosegretario, il mio assenso al rifinanziamento della missione militare in Afghanistan nasce dalla persuasione che essa possa essere oggi, differentemente dal passato, uno strumento a sostegno della politica di pace condotta dal Governo italiano in quel contesto geopolitico, come del resto avviene in altri, a partire da quello mediorientale. Ora, dunque, il problema è come garantire, coerentemente con l'articolo 11 della nostra Costituzione, che questa politica possa avere successo.

La chiave di volta di tale politica in Afghanistan è la realizzazione di quella Conferenza internazionale proposta dal Governo italiano, inizialmente accolta con freddezza e scetticismo, ora guardata con attenzione da altri attori sulla scena internazionale, non osteggiata dal Governo Karzai, non più esplicitamente rifiutata dagli Stati Uniti. Una tale Conferenza deve avere come principale obiettivo un processo di pacificazione interna - come è capitato anche a me di scrivere su «il manifesto» di circa un mese fa, e quindi al riparo di ogni sospetto di condizionamento scaturito dagli avvenimenti legati al rapimento di Daniele Mastrogiacomo - o, se si vuole, di riconciliazione nazionale, come ha detto il nostro Ministro degli affari esteri nel corso delle sue giornate all'ONU. Questo mi pare dunque il senso dell'affermazione del segretario dei DS sulla possibilità di aprire anche ai talebani il tavolo di un eventuale negoziato di pace.

Certo, per arrivare ad un tale risultato è necessaria una tregua, e in questo quadro un mandato chiaro per le nostre truppe che le metta in condizione di concorrere a realizzare un equilibrio anche militare tra le forze in campo, consapevoli come dovremmo essere che non ci sarà alcuna conferenza di pace se - da un lato - non si creano le condizioni politiche innanzitutto perché si fermi l'avanzata dei talebani, e se - dall'altro lato - non si mette fine alla guerra di annientamento di cui a volte sembrano tentate le truppe della NATO impegnate in prima linea in Afghanistan.

Vorrei aggiungere che, prima che dal punto di vista politico, da quello culturale e storico appaiono infondate le analogie che vengono fatte da destra tra situazione afgana e vicenda del terrorismo italiano. D'altra parte, il fondamento tribale dell'assetto della società Pastun, su cui i talebani esercitano in particolare la loro influenza, ci debbono indurre a non fare valutazioni troppo semplici e indifferenziate sul fondamentalismo afgano e le sue potenziali articolazioni.

Certo è che dopo l'11 settembre e lo scatenamento di «Enduring freedom» non si è fatto alcun passo in avanti nell'azione di isolamento dei terroristi di Al Qaeda, né tantomeno sono stati sconfitti i talebani, né risultato apprezzabile ha ottenuto l'azione della NATO.

Voglio scommettere sulla possibilità di una svolta che riguardi l'Afghanistan ma anche nel suo complesso questa epoca di guerra permanente che stiamo vivendo sul piano generale, e che per certi aspetti precede l'11 settembre e che inizia forse con la guerra nel Kosovo della fine degli anni '90. Mi piacerebbe che tutta la sinistra partecipasse a questa scommessa, senza defezioni, anche in nome della comune impresa che ci aspetta nelle settimane e nei mesi che verranno. (Applausi dal Gruppo Ulivo e delle senatrici Brisca Menapace e Negri)

21 marzo 2007

   
 
         
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