Ossezia, Iraq e terrorismo.
Il ritiro delle truppe un "colpo" di pace .

Di fronte all'orrore della strage di bambini in Ossezia c'è, anche a sinistra, chi ha affermato che un limite era stato superato, per cui tutte le categorie con le quali interpretiamo i fenomeni dell'oggi debbono essere ripensati e rivisti. L’urgenza, che del resto nessuno può negare, della lotta al terrorismo tutto cancellerebbe e renderebbe indistinto. Metterebbe in secondo piano tutte le altre questioni di questa complessa e drammatica fase della storia del mondo. Male assoluto, olocausto, nazismo sono i termini che sono circolati sull'onda della grande emozione.

Sinceramente non vede alcun limite che, da tempo, non sia stato già superato. E affermarlo a ogni manifestazione della ferocia terroristica più eclatante di altre denunzia più un ritardo nell'effettiva comprensione di questo fenomeno che una presa di coscienza acuta della sua portata. Del resto non avevamo usato gli stessi argomenti all'indomani del crollo delle Torri Gemelle? E ci siamo trovati con l'aggressione all'Afganistan e all'Iraq.

Sarebbe utile quindi che, di fronte all'aggravarsi dell'attacco terroristico e all'incrudelirsi delle sue manifestazioni, dessimo seguito a quei brandelli di analisi che pure abbiamo incominciato a sinistra a mettere in campo.

Bisogna a mio parere partire dall'affermazione, che ha attraversato tutto il movimento per la pace di questi anni, che il terrorismo è l'altra faccia della guerra. Da parte di settori della sinistra moderata si guarda a questo approccio con imbarazzo, giudicandolo rozzo e puerile, incapace di operare le opportune distinzioni, necessarie quando si vogliono esaminare i processi reali. Si pensa che esso alluda a astratte equiparazioni tra Bush e Bin Laden e riveli una sorta di sottovalutazione della gravità del terrorismo, forse perché da quella parte si è inclini in alcuni casi a giustificare il ricorso alla guerra.

Quando si afferma che guerra e terrorismo sono facce di uno stesso fenomeno non significa fare un'astratta equiparazione tra due eventi fuori dal tempo e dallo spazio, ma ci si riferisce a un preciso contesto che è la condizione globale del nostro pianeta all'indomani della fine dei blocchi sistemici contrapposti: campo socialista e occidente capitalistico.

Partire da tale giudizio significa insomma prendere atto che l'umanità sarà impotente contro il terrorismo se la guerra continuerà a sostituire la politica nella regolazione dei conflitti. Se così è, e per di più - data la potenza militare statunitense che non ha eguali - in condizioni di totale asimmetria nei rapporti di forza, niente potrà arginare lo sviluppo esponenziale del terrorismo. Quest’ultimo può essere combattuto se viene isolato, se si prosciuga il mare da cui trae alimento. Non si tratta di escludere contro il terrorismo all'uso mirato della forza. Ma di evitare di sparare nel mucchio, così come si sta facendo. Si rassicurino le vestali del realismo politico che affollano la sinistra mode rata, non si tratta di aspettare che le enormi disuguaglianze del pianeta siano cancellate e nemmeno attutite. Ma appunto di ritornare alla politica nella regolazione dei conflitti.

Per questo ogni indignazione contro la strage in Ossezia diventa ipocrita se la comunità internazionale non assume a suo carico la risoluzione della crisi cecena invece che lasciarla in appalto a Putin. Per questo non ha senso mettere la sordina sul ritiro delle truppe italiane dall'Iraq, quando si lavora per salvare le due volontarie rapite del Ponte per Baghdad, perché la sospensione dei bombardamenti e poi la fine dell'occupazione militare sarebbe il principale e più efficace colpo al terrorismo che dopo la guerra si è insediato in Iraq.

Solo dall'Europa (e, speriamo, dalla vittoria di Kerry negli Stati Uniti) è possibile che riparta questa rivendicazione del ritorno alla politica nelle relazioni internazionali. Non possiamo chiederlo alla Russia, compromessa nel macello ceceno, né alla Cina che coniuga il suo impetuoso sviluppo capitalistico con un regime dispotico, i cui tratti inumani non sono nemmeno più velati dall'ossessiva aspirazione maoista all'uguaglianza.

Certo anche in Europa si sono prodotti strappi gravissimi, come quello che il governo italiano ha operato con l'art. 11 della Costituzione, ma i tratti fondamentali della civilizzazione che si è imposta con la fine della seconda guerra mondiale non sono del tutto compromessi, pena la dissoluzione dello stesso processo di integrazione europea. E quindi Parlamento e Unione facciano con più determinazione la loro parte perché la politica torni al posto di comando e la guerra sia bandita. Solo così potremmo veramente sconfiggere il terrorismo. Solo così potremmo lasciarci alle spalle l'orrore di queste settimane e onorare la memoria di quei bambini innocenti così barbaramente trucidati.

"La Rinascita", 17 settembre 2004

   
 
         
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