Guerra e Democrazia. D'Alema, Fassino e i Neocons

Quale posto spetta al tema della democrazia, e più in generale a quello della libertà e alla sua coniugazione con i principi di uguaglianza e solidarietà, nella ridefinizione delle prospettive strategiche della sinistra del Duemila? Può la democrazia essere la forma di convivenza a cui l'umanità si conforma in ogni parte del mondo? Deve la sinistra, e in particolare quella dei paesi più sviluppati, porre a se stessa questo obiettivo e incaricarsi di questo compito? E come e con quali mezzi?

Non c’è alcun dubbio che si tratta di domande cruciali che restano, nella sostanza, ancora senza risposta. E su di esse sono tornati di recente Fassino e D’Alema, il primo attraverso interviste concesse alla "Stampa" e al "Corriere della Sera", il secondo nella sua relazione al convegno della Fondazione Italianieuropei sui compiti del riformismo.
Non sono quesiti inediti. La riflessione costante sul rapporto tra movimento operaio e democrazia costituisce uno dei tratti originali della sinistra italiana dello scorso secolo, comunista e socialista. E dopo la "svolta" dell'89 era del tutto chiaro che questi sarebbero stati problemi ineludibili per chi avesse voluto gettare le basi di una nuova sinistra che fosse all’altezza dei tempi e del tutto rinnovata, sebbene non ignara della sua eredità, rispetto alla teoria e alla pratica del movimento operaio del Novecento.

A metà degli anni Novanta, per rimanere a un'esperienza a me molto vicina, nel programma politico editoriale della rivista "Finesecolo"- firmato tra gli altri allora da Bruno Trentin, Beppe Vacca, Livia Turco, Anna Finocchiaro e Stefano Rodotà - si affermava che se si fosse aperta una nuova via del socialismo questa sarebbe necessariamente passata attraverso un allargamento della democrazia su scala mondiale. Ma "secondo i più recenti approcci della teoria politica - era scritto - le forme stesse della democrazia risultano storicamente determinate e soggette al mutamento. Se le cose stanno così, dunque, ritrova una nuova legittimazione una ricerca che esplori, tra le altre cose, anche la possibilità di uno sviluppo della democrazia oltre il capitalismo".

Come si vede - nonostante avesse a tema il medesimo oggetto (l'allargamento della democrazia nel mondo) -, si trattava tuttavia di un'impostazione che risulta essere radicalmente diversa, se non del tutto opposta, a quella sostenuta di recente da D’Alema e Fassino. Infatti, l’affermazione su scala planetaria della democrazia sarebbe stata possibile, secondo quell'impianto concettuale, solo attraverso uno sviluppo della democrazia stessa oltre i suoi tradizionali confini, oltre i limiti dell’Occidente, sia dal punto di vista geopolitico che da quello dei suoi fondamenti culturali e storici, non inevitabilmente circoscrivibili - come ha sottilineato Amartya Sen nel suo recente La democrazia degli altri - entro i confini della "civilizzazione" europea e americana.

Questo avrebbe dovuto significare, altresì, che lo sviluppo della democrazia assumesse i caratteri di una processo storico, come del resto aveva argomentato nella sua fondamentale opera della fine degli anni Ottanta Robert Dahl, in cui essa stessa si trasformasse sotto tanti aspetti: ad esempio, da democrazia politica a democrazia economica, da sistema della convivenza umana basato sui diritti civili a uno nuovo fondato sull’affermazione dei diritti umani. Si tratta di un processo che non ignora ma si fa carico del carattere ineguale che il capitalismo ha impresso (in parte ereditandolo dalle formazioni economico-sociali che l’hanno preceduto) allo sviluppo della civiltà umana sotto il profilo economico, sociale e culturale. Infatti, la globalizzazione, se ha dato una poderosa accelerazione ai processi di unificazione dei mercati, della finanza, e delle reti di comunicazione, ha contemporaneamente reso laceranti le contraddizioni principali che attraversano l’umanità - da quella tra i sessi a quella tra sviluppo e ambiente, da quella tra capitale e lavoro a quella tra zone ricche e zone povere del pianeta, da quella tra le religioni a quella tra il sacro e i processi di secolarizzazione -, sino allo scontro tra fondamentalismi di segno opposto e tra loro irriducibili. E, come sottolinea Amartya Sen nel suo Lo sviluppo è libertà, pur nell’ambito di un architettura di pensiero che non oltrepassa l’orizzonte del liberalismo, tra la soluzione di queste contraddizioni e l’affermarsi della democrazia (o meglio della libertà) su scala mondiale esiste un rapporto biunivoco, che rimanda a soluzioni complesse. Insomma, si delinea la necessità di un processo storico-politico capace di modificare gerarchie e equilibri consolidati, aggredendoli da più versanti.

Non è questo, nella sostanza, il problema di cui si occupano Fassino e D’Alema. Più che dello sviluppo e della trasformazione della democrazia contemporanea, presidente e segretario dei Ds sembrano parlare più tradizionalmente della possibilità che essa sia esportata dai paesi in cui sarebbe nata a paesi e civiltà che non l’avrebbero mai conosciuta. Anche con la forza? Fassino e più esplicitamente D’Alema non lo escludono, facendo derivare da ciò un’apertura di credito, altrimenti incomprensibile, verso gli orientamenti dei "neocons" americani e la politica di Bush in questo suo secondo mandato presidenziale. La guerra in Iraq diventa, così, un errore e non un passaggio cruciale di una strategia su scala mondiale che va radicalmente osteggiata.
Quella di Fassino e D’Alema è dunque innanzitutto una scelta di campo che riguarda l’Occidente. Si badi: non l’Europa ma l’Occidente, come sottolinea Angelo Panebianco commentando l’intervista del segretario dei Ds al "Corriere della Sera". E più che la scelta di una nuova via sembra essere l’affermazione di un antico primato, come è del resto per i neocons americani.

Tutto ciò avviene in un quadro di ragionamento in cui l’approccio al tema della democrazia e al suo sviluppo su scala mondiale - o se si preferisce alla sua affermazione come "valore universale" secondo la definizione che ne diede Enrico Berlinguer - ignora totalmente la crisi che essa attraversa in Occidente.

Si tratta di una crisi che deriva dall’affermarsi, a partire dalla metà degli anni Settanta del secolo scorso, di quella rivoluzione neoconservatrice che ha ispirato le politiche neoliberiste di Reagan e della Thatcher. Quel corso della storia mondiale che ancora dura, insieme alle grandi trasformazioni che hanno investito l'economia, la società e i consumi, ha anche prodotto sul piano istituzionale un rovesciamento radicale tra "rappresentanza" e "governabilità" quale fonte di legittimazione dei sistemi democratici occidentali a favore di quest’ultima. L’elettore è chiamato sempre più a scegliere non chi lo rappresenta ma chi lo governa, a cui viene dato per un periodo di tempo determinato un mandato fiduciario, sostanzialmente privo di vincoli e controlli. L’intreccio perverso tra questi orientamenti e sistemi elettorali maggioritari alimenta poi quei fenomeni di mancata partecipazione al voto da parte degli aventi diritto che in alcuni paesi ha assunto dimensioni tali da mettere in discussione, nei fatti, il carattere universale del suffragio, che costituisce il fondamento vero, benché recente (a conferma ulteriore del carattere storicamente determinato dello sviluppo degli istituti democratici), delle democrazie moderne.

E' in questo quadro che è stato possibile a Tony Blair realizzare lo storico obiettivo di conquistare il suo terzo mandato, ottenendo la maggioranza dei seggi in Parlamento attraverso il consenso di solo un terzo dei cittadini inglesi che hanno espresso la loro volontà di voto, che si riduce a un quarto se consideriamo la totalità degli aventi diritto. E' questo che ha reso possibile che George W. Bush sia stato eletto presidente degli Stati Uniti, senza che fosse possibile sapere se avesse raccolto effettivamente la maggioranza dei consensi. E come ha documentato Michael Moore nel suo Fahrenheit 9/11, la sua elezione ha trovato la sua legittimazione non nel voto popolare ma nel riconoscimento della parte avversa. E non si tratta di anomalie ma di sistemi politici, indubbiamente democratici (le più antiche democrazie del mondo), che possono normalmente funzionare in questo modo.

Dunque, il concreto funzionamento della "democrazia reale" è come se avesse invertito il suo corso. Da fattore inclusivo legato soprattutto all’affermazione del suffragio universale rischia di diventare fonte di nuove forme di esclusione che investono prevalentemente le nuove generazioni, le vaste di aree di marginalità sociale delle metropoli, gli immigrati di più recente e antica data. Nei paesi sviluppati è l’esercizio stesso della cittadinanza politica che è, nei fatti, seriamente messo in discussione.
E’ questa democrazia che deve e può essere esportata dall’Occidente nei paesi che ne sono privi? Oppure il problema non è quello che la possibilità di estendere la democrazia oltre i suo confini attuali è intimamente connessa a una critica dei suoi limiti, a un rafforzamento delle sue capacità di inclusione? Insomma alla sua capacità di contribuire al cambiamento - in Occidente e nel resto del mondo - dell’ordine di cose esistenti?

Se si vogliono affrontare queste questioni, è necessario però che la sinistra non precluda a se stessa l'esplorazione della possibilità (al riparo quindi da ogni determinismo storico) di uno sviluppo della democrazia oltre il capitalismo. La democrazia e il suo sviluppo debbono poter essere indicati esplicitamente come un terreno su cui ricollocare la prospettiva di una transizione da un modello sociale ad un altro, in altri termini del superamento del capitalismo. Non si tratta, naturalmente, di delineare i tratti di un’alternativa di sistema quanto piuttosto di sondare una pluralità di percorsi nelle diverse parti del mondo, indeterminati nel punto di arrivo ma sicuramente chiari nella direzione di marcia. Del resto, come sarebbe impensabile che il futuro dell'umanità possa essere affidato a un'estensione su scala planetaria del modello di produzione e di consumo dei paesi occidentali, pena la sostenibilità stessa dell'ecosistema Terra (rischio meno remoto di quello che si è soliti pensare se si considera l'impetuoso sviluppo economico e tuttavia senza qualità della Cina), così sarebbe infondato concepire lo sviluppo della democrazia come mera estensione dei modelli istituzionali storicamente consolidati in America e Europa.

A ben vedere è l'estraneità a questa problematica che porta D’Alema e Fassino a convergere di fatto, sul piano dei valori e delle idee guida, con le posizioni dei "neocons" sulla democrazia. Nella prospettiva in cui si collocano presidente e segretario dei Ds è difficile concepire un’estensione della democrazia che sciolga, senza tagliarli d'imperio, i nodi gordiani costituiti dalle contraddizioni fondamentali del tempo presente, a cominciare da quello che sul piano materiale riguarda la condizione di marginalità in cui il neoliberismo ha posto il lavoro anche in presenza di fenomeni di sviluppo economico, per finire alla soluzione di grandi temi che riguardano l’antropologia e il simbolico, quali la condizione della donna in ogni parte del mondo e quell’atto di valorizzazione della persona umana costituito dall’abolizione della pena di morte in ogni parte del pianeta.

Essenziale perciò è che ogni progetto di estensione della democrazia nel mondo rinunci all’uso della forza per la sua affermazione, pena la negazione in radice di questo stesso obiettivo. Insomma, "ripudio della guerra", come recita la nostra Costituzione, e sviluppo della democrazia in direzione della sua universalizzazione sono due questioni intimamente connesse tra di loro. Se la soluzione delle controversie internazionali richiede, in alcuni casi, un uso limitato della forza, esso deve essere prerogativa esclusiva (come del resto è accaduto all'interno dei singoli paesi con la nascita degli stati moderni) di istituzioni sopranazionali rifondate, a cominciare dall’Onu, svincolate il più possibile dalle logiche della politica di potenza. E quanto esportazione della democrazia e della libertà possono contribuire a creare scenari inquietanti di instabilità, quando sono connessi a una politica di potenza, lo dimostrano gli effetti di quel vero e proprio "cordone sanitario" che la politica di Bush sta costruendo attorno alla Russia con i sommovimenti che dall'Ucraina ai paesi dell'area del mar Caspio scuotono quella parte del mondo.

Sarebbe perciò possibile che da parte di D'Alema e Fassino, nonostante l’opposizione alla guerra in Iraq e alle sue conseguenze e la contrarietà alla dottrina della "guerra preventiva", si torni in un certo senso a riesumare, sia pure implicitamente, un concetto come quello di "guerra umanitaria".
La verità è che nella sinistra italiana permane una questione che non è stata cancellata dalla comune posizione di contrarietà alla guerra in Iraq e che è costituita dalle differenze che si sono palesate al suo interno sulla vicenda del Kossovo, e sulla guerra che ne derivò (definita appunto da alcuni a sinistra come "guerra umanitaria"), su cui non c’è mai stato un vero e esplicito chiarimento.

Se, insomma, sul sostegno a quella guerra non c’è un ripensamento critico da parte di coloro che a sinistra ne affermarono le buone ragioni, o almeno l’esplicita ammissione che si è trattato di una scelta eccezionale e assolutamente irripetibile nelle forme in cui è avvenuta anche se si dovessero manifestare analoghe condizioni, la tentazione di non escludere il ricorso alla forza per affermare democrazia e diritti umani resta nella sinistra italiana sempre in agguato.
E l’esito per le sorti stesse della sinistra, e per i medesimi appuntamenti di governo che dovrà affrontare la coalizione di centrosinistra, sarebbe alla lunga devastante.

"Critica Marxista", luglio 2005

   
 
         
Copyright © Piero Di Siena.net 2005 | best view 800x600 | webmaster | Aggiungi il sito ai tuoi Preferiti | contatt@mi | credits
Melfi l'Unità il manifesto liberazione emergency.it critica marxista