L'Iraq, l'Europa e la sinistra europea.

Sapranno le sinistre italiana e europea trarre tutte le conseguenze necessarie dalla diffusa ostilità alla guerra che è tornata ad attraversarle e dall'opposizione da esse medesime manifestata verso un attac co militare all'Iraq, obiettivo che invece l'amministrazione Bush persegue con ostinata determinazione?

Le incertezze e la confusione che si sono venute a determinare nelle posizioni del centrosinistra italiano al momento della discussione parlamentare sull'invio del contingente di mille alpini in Afganistan dimostrano quanto sia pertinente una tale domanda. Ed è giusto anche interrogarsi se questa opposizione continuerà a vivere anche se da parte del Consiglio di sicurezza dell'Onu vi fosse una qualche autorizzazione al ricorso all'uso della forza contro l'Iraq.

E' del tutto evidente, infatti, che l'approdo della sinistra moderata europea a posizioni di contrarietà alla guerra è, per l'immediato, più il frutto del condizionamento prodotto dagli orientamenti dell'opinione pubblica europea ostili a un intervento militare contro l'Iraq che di convinzioni a lungo meditate e maturate. In un paese come la Germania, poi, il peso di un'opinione pubblica così orientata è stato talmente forte da determinare un vero e proprio rovesciamento dei risultati elettorali rispetto alle previsioni della vigilia. Si tratta quindi di una posizione influenzata quasi del tutto dalla congiuntura. Se dunque l'attuale posizione di contrarietà a un attacco all'Iraq delle sinistre moderate nei diversi paesi europei si limitasse a questo, potrebbe anche non resistere a lungo. Eppure, gli scenari che una guerra all'Iraq aprirebbero - questa è la contraddizione - sarebbero di una portata tale che non potrebbero essere giudicati solo in relazione al grado di consenso che un'azione militare contro Saddam potrebbe raccogliere.

Bisogna tuttavia avere riguardo - soprattutto da parte di chi è stato in questi anni sempre contrario al ricorso alla guerra per risolvere i problemi insorti sulla scena internazionale del dopo "guer ra fredda" - per le incertezze e il travaglio con cui la sinistra europea d'ispirazione moderata vive questa sua stessa nuova posizione di contrarietà alla guerra in Iraq. Se fosse mantenuta in qualsiasi circostanza, qualunque fossero le ragioni che l'hanno inizialmente prodotta avrebbe conseguenze enormi. Non si tratterebbe infatti solo di un cambiamento di posizione politica, ma di un mutamento di prospettiva storica rispetto a quella nella quale è maturata l'esperienza di governo delle sinistre moderate europee nella seconda metà degli anni Novanta.

Non è esagerato quindi affermare che, oggi, il tema della pace e della guerra, e segnatamente quello dell'atteggiamento verso un eventuale attacco all'Iraq, contribuiranno in modo decisivo a definire lo sbocco del lungo processo di rifondazione della sinistra europea dopo la fine del comunismo e il contemporaneo esaurimento del "secolo socialdemocratico", per usare una vecchia espressione cara a Lord Darhendorf.

Con l'Iraq pace e guerra ritornano a essere fattori identitari per la sinistra del dopo "guerra fredda". Non è stato così finora, né con la guerra del Golfo, né poi con il Kossovo, né con i bombardamenti in Afganistan. In quelle circostanze non è stato chiaro a vasti strati dell'opinione pubblica democratica europea che quelle scelti militari, comunque motivate, contribuivano a alimentare una nuova concezione dell'ordine mondiale nel quale il ricorso alla guerra tornava ad essere un fattore normale e permanente. Ma oggi, di fronte all'agghiacciante chiarezza sulle prospettive del mondo contenute nella dottrina annunciata da Bush nel suo recente discorso sulla sicurezza, la sinistra europea non può sottrarsi dal ridefinire nuove scelte di campo.

Siamo obiettivamente oltre l'analisi della situazione mondiale entro la quale è cresciuta la "terza via" di Blair e Clinton prima, di Schroeder per qualche tempo, e poi - con una determinazione e un fanatismo ideologico degni di miglior causa - ancora oggi di D'Alema in Italia. E' comprensibile che tra i sostenitori di quella posizione si manifestino nervosi colpi di coda mentre il mondo va da un'altra parte, come è accaduto nel dibattito sulla crisi dell'Ulivo in Italia successivo al voto in parlamento sulla missione degli alpini in Afganistan. Ma è lecito supporre che tali posizioni non abbiano più lo spazio che avevano solo un anno fa, perché sostanzialmente in contrasto con l'attuale "corso delle cose".

Già la sconfitta subita dalle principali esperienze di governo della sinistra nate negli anni Novanta aveva dimostrato quanto caduca fosse una sua ridefinizione storica esclusivamente legata alle "sfide" dell'innovazione nate nell'ambito della rivoluzione neoliberista e, dal punto di vista sociale, a quelle "classi medie" espressione di tali processi di modernizzazione. Ora le parole di Bush chiariscono senza ombra di dubbio che nel nuovo assetto mondiale che seguirebbe a un attacco all'Iraq sarebbero a rischio il destino dell'Europa e la sua civilizzazione, il suo posto nel mondo rispetto agli inquietanti scenari portati alla luce dall'attacco terroristico dell'11 settembre e alla depressione seguita a un lungo ciclo di espansione economica che ha avuto negli Stati Uniti il suo motore.

Nella dottrina Bush, insomma, l'Europa non esiste come entità politica sovranazionale autonoma. E la dissoluzione di un'autonoma funzione dell'Europa non è solo un problema geopolitico, relativo al ruolo della parte del mondo in cui viviamo e che nel bene e nel male resta la culla della sinistra che trae le sue origini dal movimento operaio, ma costituisce una questione cruciale per la qualità della democrazia e per le vie che imboccherà il suo sviluppo storico. Costruire un'alternativa che contrasti queste tendenze in atto è il compito che grava sulle spalle della sinistra europea. La sua contrarietà all'uso della guerra è parte essenziale di questa scelta e una sua ineludibile componente strategica.

Il tema della pace e della guerra diviene perciò, come lo è stato per la Costituzione italiana, dirimente ai fini del processo costituente dell'Unione europea e della realizzazione della sua unità politica.

La costituzione politica dell'Europa è dunque il vero banco di prova della sinistra europea del secolo nuovo. Siamo per il Vecchio Continente di fronte a un vero e proprio mutamento di fase. Il percorso che ha portato alla moneta unica non è più in grado di sostenere le ulteriori tappe del processo di integrazione dell'Europa. E non solo perché si è deciso l'allargamento ad est in una prospettiva in cui tutto diventa più complesso, ma perché l'impianto monetarista su cui far nascere l'Unione scelto dalle vecchie classi dirigenti conservatrici europee (un'unica moneta "forte" come leva per la costruzione di un ruolo autonomo non solo economico ma politico sulla scena mondiale) da tempo non è più una risposta ai problemi che la nuova situazione internazionale crea al processo di integrazione. E' in questo vuoto che la nuova destra europea si è inserita e ha mietuto successi.

Ora, non è una risposta alle dinamiche in atto, di cui la nuova dottrina Bush sul ruolo internazionale degli Stati Uniti e l'attacco all'Iraq costituiscono i segnali più drammatici e inquietanti, la prospettiva agitata anche di recente da Massimo D'Alema e Giuliano Amato dell'"unità dei riformismi" nell'ambito del Partito del socialismo europeo, come punto di approdo della sinistra del dopo "guerra fredda". Essa aggira il nodo di fronte a cui si trova la politica democratica in Europa: quello, cioè, della costruzione della più ampia convergenza possibile delle forze di una sinistra in trasformazione e di un centro democratico i cui confini a livello europeo sono ancora scarsamente delineati, al fine di costruire una grande coalizione democratica a vocazione maggioritaria (e quindi in grado di guardare con interesse anche all'orgoglio europeista di una destra moderata come quella gollista) e perciò capace di contrapporsi con efficacia alla nuova destra europea e alla sua aggressività.

Questa è la vera sfida che si è aperta per la sinistra in Europa. E l'obiettivo dell'"unità delle sinistre", a cui le componenti moderate in Italia contrappongono la cosiddetta "unità dei riformisti", lungi dal ricalcare vecchie suggestioni frontiste assume un rinnovato valore e significato in questa prospettiva.

Il problema è quindi quello dei caratteri e della natura del centrosinistra europeo. E' questa la prova più immediata per una nuova sinistra critica in Europa, che sia rinnovata nei fondamenti e nell'identità. E da questo tema discende un confronto ad ampio raggio che, finalmente, con gli occhi rivolti al futuro si misuri su quale modello sociale, quali assetti istituzionali, quale sostenibilità dello sviluppo, quale ruolo internazionale per l'Europa la sinistra deve perseguire nel quadro di un nuovo compromesso storico su scala europea all'altezza di questa drammatica fase della storia del mondo.

"Critica Marxista"

   
 
         
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