Iraq, la guerra è evitabile. Basta volerlo.

Sugli esiti della crisi irachena pesa un sentimento che è molto vicino alla rassegnazione. Anche chi è nettamente contrario alla guerra, in fondo pensa che questa sia inevitabile, che n essuno ormai riuscirà a fermare la macchina bellica angloamericana, peraltro già avviata con gli spostamenti di truppe e i bombardamenti in corso sul territorio iracheno.

Anche coloro che, nella sinistra, hanno nei mesi e nelle settimane scorse affermato di preferire di concentrarsi sulle iniziative che avrebbero potuto evitare il conflitto piuttosto che schierarsi preventivamente pro o contro la guerra, hanno poi fatto ben poco rispetto all'obiettivo che essi stessi si erano dati. E c'è chi, come Scalfari, si augura che - se guerra deve essere - almeno sia breve, per evitare o attutire le conseguenze disastrose che un conflitto prolungato potrebbe avere sulle attese di ripresa economica degli stessi paesi sviluppati.

Eppure, mai dalla guerra del Golfo a oggi l'ostilità al ricorso della forza è stato così forte nell'opinione pubblica occidentale. Sono, come è noto, in camp o la Chiesa cattolica e quella anglicana, e nella sinistra europea le posizioni contrarie all'uso delle armi sono per la prima volta maggioritarie. Bush non è riuscito dopo mesi a piegare ai suoi voleri le altre potenze mondiali presenti nel Consiglio di sicurezza.

E tuttavia tutto ciò stenta a trasformarsi in azione politica e diplomatica efficace anche a causa della convinzione che Bush ormai si è spinto troppo avanti e che niente riuscirà a farlo recedere dai suoi obiettivi.

Bisogna reagire a questo sentimento. E ben venga, nel nostro paese, l'assemblea dei parlamentari del centro sinistra se potrà servire a mettere in campo una vera e propria offensiva di pace, in una sorta di corsa contro il tempo rispetto ai preparativi di guerra angloamericani.
A questo scopo è proprio irrealistico e impensabile che qualcuno solleciti o promuova sulla questione irachena un'Assemblea generale straordinaria dell e Nazioni unite, restituendo all'Onu la sua funzione che non può essere risolta, di fronte a problemi di questa portata, nel confronto tra Consiglio di sicurezza e Segretariato generale? Può la sinistra italiana esercitare un'energica pressione sul Partito del socialismo europeo, e possono i Popolari italiani fare altrettanto sullo stesso Partito popolare europeo perché il parlamento europeo e l'Unione assumano un ruolo più attivo, al fine di evitare la guerra?

Iniziative di questo genere potrebbero consentire di affrontare sul terreno negoziale anche il problema della detenzione da parte di numerosi paesi di armi non convenzionali di distruzione di massa. Il fatto che nell'attacco all'Iraq da parte di Bush questo sia con ogni probabilità solo un pretesto, non vuol dire che il problema non esiste, come dimostrano le recenti e inquietanti decisioni del regime nordcoreano in materia di armamenti nucleari, di cui sa rebbe necessaria una valutazione più approfondita rispetto all'attuale contesto internazionale. Naturalmente, bisogna affermare con chiarezza che il problema non riguarda solo i cosiddetti "stati canaglia" ma anche le grandi potenze e gli stati loro alleati, a cominciare da Israele.

Insomma, essere sull'orlo della catastrofe che la guerra all'Iraq potrebbe generare dovrebbe indurre la comunità internazionale a rilanciare una politica generalizzata di disarmo bilanciato. E questo dovrebbe diventare uno dei principali obiettivi di un movimento orientato alla pace.

Un movimento che sia oggi capace di riempire le piazze ma anche di irrompere nei santuari della politica e della diplomazia internazionale per cercare di rompere lo schema di un mondo in cui pochi sono titolati a decidere delle sue sorti mentre ad altri resta solo un ruolo di mera testimonianza.

Oggi sulla crisi irachena ci si può provare. Perciò è necessario reagire a ogni minimo segnale di inerzia e passività.

"l'Unità", 31 dicembre 2002

   
 
         
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