Fermare la guerra, prima che dilaghi.

Bisogna cercare di fermare questa guerra. Non solo perché il costo di vite umane, da una parte e dell'altra, sta diventando intollerabile, ma anche perché - per come è nato e per come si sta sviluppando - q uesto è un conflitto che rischia di essere destinato ad allargarsi. Già gli ideologi dell'amministrazione Bush prevedono che i mutamenti di regime politico debbano riguardare, oltre che l'Iraq, la Siria e l'Iran.

Con le buone o con le cattive, visto il trattamento riservato al regime di Saddam. Già oggi la guerra in Iraq porta con sé l'aggravamento di tutti i conflitti nelle aree limitrofe. Lo dimostrano l'inasprimento delle operazioni in Afghanistan, il precipitare della crisi israeliano-palestinese, il proliferare degli scontri di frontiera tra India e Pakistan, l'intervento turco nel Kurdistan iracheno.Ma non solo di questo si tratta. La teoria che la democrazia vada esportata con la forza delle armi fuori dai confini dell'occidente e che l'Iraq e solo l'inizio di una campagna infinita che non risparmierà altri stati avrà come conseguenza che molti dei paesi che si sentono minacciati ricorreranno all'effet to deterrente costituito proprio da quelle armi di distruzione di massa - atomiche, chimiche, batteriologiche - di cui si invoca l'eliminazione.

E, infine, è ormai lecito chiedersi fino a quando le altre potenze - Cina e Russia in primo luogo - staranno a guardare limitandosi a una sorta di resistenza passiva, come hanno fatto nella lunga crisi che ha preceduto l'attacco all'Iraq. Si rassegneranno a restare chiuse nell'angolo e assistere impotenti a questa trasformazione del ruolo mondiale degli Stati uniti, promossa da una leadership di destra che nell'attentato dell'11 settembre ha trovato la legittimazione di un'idea delle relazioni internazionali fondate sulla «guerra infinita»? Oppure esse stesse si prepareranno a ricorrere a una politica di riarmo come strumento di dissuasione se non di contrasto verso la particolare aggressività che contraddistingue la politica internazionale dell'amministrazione Bush?

Ha ragione il Papa: questa guerra potrebbe innescare una catastrofe che rischia di investire l'intera umanità. Perciò nessuno si adagi e si limiti ad aspettare la caduta del regime di Saddam e la fine della guerra per cercare di ricomporre i cocci di un sistema di rapporti internazionali andati in frantumi. Ognuno faccia la sua parte: Kofi Annan convochi l'Assemblea generale delle Nazioni Unite per rivendicare quella potestà di cui l'Onu è stata spossessata; il Parlamento europeo faccia sentire la propria voce; la diplomazia non ceda alle armi.

Fermare la guerra oggi è premessa indispensabile per costruire relazioni internazionali che interrompano la spirale in cui siamo entrati. Nessuno s'illuda: la guerra in Iraq tutto potrà essere fuorché una parentesi in un quadro sostanzialmente immutato dei rapporti su scala mondiale. Il mondo è a un bivio: o continua lungo la strada tracciata dall'amministrazione Bush o da qualche altra parte si contrappone il progetto di un nuovo ordine mondiale fondato sulla legalità internazionale che oggi non può contare sugli Stati Uniti, almeno fino a quando non siano sconfitte al loro interno le forze che oggi li governano.E' in questo quadro che va ripensato e riformulato dalle fondamenta il ruolo che spetta all'Europa.

Non possiamo rassegnarci al fatto che essa sia, come ha detto con amarezza Romano Prodi, poco più di una Ong che si candida a partecipare alla ricostruzione postbellica dell'Iraq. Il progetto della sua unificazione politica non può più, oggi, essere affidato solo agli stati. E la stessa sfida dell'allargamento ad est si sta rivelando un boomerang.

In questo quadro non c'è dubbio che Francia e Germania rischiano alla lunga l'isolamento, se sul tema della pace e della guerra non si costruiscono nuovi rapporti politici, non si ridisegnano i confini della stessa sinistra europea e si definiscono le appartenenze ad essa, non si forma un'alleanza di portata strategica con le forze moderate del centro democratico contrarie alla guerra, non ci si prefigge di rovesciare elettoralmente le attuali maggioranze di destra in Italia e in Spagna. Si tratta insomma di trasformare l'opposizione alla guerra che ha investito l'Europa in un movimento politico consapevole che si dia lo scopo di invertire l'attuale, inquietante, corso delle cose. E sappia parlare all'opinione pubblica degli Stati Uniti e della Gran Bretagna, perché anche nei paesi direttamente impegnati nel conflitto in Iraq l'ostilità alla guerra si trasformi in un'azione politica tesa a cambiare la guida di quegli stessi paesi.E bisogna farlo subito, prima che sia troppo tardi.

"Il Manifesto", 30 marzo 2003

   
 
         
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