Dopo Falluja a maggior ragione ritiro immediato delle truppe italiane dall'Iraq.

Le truppe di occupazione sono strumenti inutilizzabili al fine di una normalizzazione della situazione irachena.

Le parole sul ritiro graduale e concordato sono patetiche.

Molti di fronte alle atroci immagini dei morti bruciati di Falluja hanno in questi giorni sottolineato il terribile paradosso di una guerra avviata per cercare e distruggere armi di distruzione di massa che non c'erano e che ricorre proprio a quelle armi proibite da tutte le convenzioni internazionali per piegare la resistenza di un'intera città. Ma la strage di Falluja ci pone anche un interrogativo più di fondo su quello che è diventata la guerra moderna per mano della più grande potenza del mondo. Dai bombardamenti di Dresda alla fine della seconda mondiale, all'uso dell'atomica su Hiroscima e Nagasaki, all'uso del napalm in Vietnam e dell'uranio impoverito nei Balcani, al fosforo bianco di Falluja - si tratti di armi convenzionali o di strumenti di distruzione di massa - il più grande paese del mondo, quello in cui la libertà è il valore che sta in cima a ogni altro, ha trasformato da più di sessanta anni la guerra in un'azione di sistematico sterminio delle popolazioni civili.

Ragionamenti da comunisti e antiamericani, direbbe con voce vibrante dall'indignazione Silvio Berlusconi, senza che il suo cervello fatto a misura di spot sia solo sfiorato dall'interrogativo che sta dietro queste considerazioni.

Il problema infatti è il quando e il come l'umanità saprà fare i conti con il nodo irrisolto ereditato dal secolo scorso, per cui in nome della libertà si fa la guerra alle popolazioni civili, il comunismo involve in dispotismo e stagnazione economica, la democrazia partorisce il suo esatto contrario, cioè quel grande fenomeno di esclusione sociale da cui ha origine la rivolta irrefrenabile delle "banlieues" parigine.

Comunque, di fronte alle immagini di Falluja bisogna avere la faccia di bronzo del ministro Martino per pronunciare le frasi da governante borioso di una piccola potenza di complemento usate di fronte ai membri, presumo attoniti, del nostro contingente a Nassiriya. Che senso ha parlare dell'"Italia che non fugge dall'Iraq", di un governo che ritirerà le truppe solo quando lo chiederà il governo iracheno, ma "d'intesa con gli alleati" (vale a dire con l'autorizzazione dell'amministrazione Bush), quando bisognerebbe invece dare conto della corresponsabilità morale di quello che è accaduto a Falluja?

Quelle terribili immagini ci dicono che senza una soluzione di continuità rispetto alla presenza militare attuale, frutto di una guerra ingiustificabile sotto tutti i punti di vista, niente di buono ne uscirà per l'Iraq. Ciò non vuol dire che la comunità internazionale debba disinteressarsi della situazione irachena. Ma bisognerebbe sapere che le attuali truppe di occupazione sono strumenti inutilizzabili al fine di una normalizzazione della situazione irachena. Nessuno, del resto, si fa illusioni che anche se si arrivasse a una presenza militare diversa, sotto l'egida delle Nazioni Unite, la crisi in cui la guerra ha gettato l'Iraq si risolverebbe d'incanto. Più il tempo passa e più le soluzioni diverranno difficili. E per nessuno saranno rose e fiori. E tutto si vede in questa guerra infinita fuorché la messa sul campo di un'azione di contrasto e di un piano di annientamento della rete terroristica di Al Qaeda, che è quello che ci saremmo aspettati dopo l'attacco alle Torri Gemelle e che dopo quattro anni ancora non vediamo.

Per tutte queste ragioni tutte le affermazioni da parte degli esponenti dell'ala moderata del centrosinistra su un ritiro delle truppe dall'Iraq, che sia graduale e concordato con gli alleati, rischiano di apparire patetiche e molto al di qua della nettezza necessaria nelle decisioni da assumere che la drammaticità della situazione richiede.

E' del tutto evidente che, con l'approssimarsi dell'eventuale assunzione di responsabilità di governo, possa scattare un condizionamento frutto di un malinteso realismo politico. Il ragionamento che - presumo - viene fatto è che, nel quadro delle relazioni internazionali date, non c'è nessun grande paese europeo che possa portare al limite della rottura i suoi rapporti con gli Stati Uniti d'America. Ora, non vi è niente di più irrealistico di questa manifestazione di "realismo politico", perché l'unica scelta che possa impedire che i rapporti tra Europa e Usa sul medio-lungo periodo siano irreversibilmente logorati è proprio accentuare l'azione di contrasto della politica estera dell'amministrazione Bush. Si tratta di produrre una sorta di azione tesa alla riduzione del danno in attesa che dopo questo secondo quadriennio una svolta si realizzi alla guida di quel grande paese.

E anche in nome di questo obiettivo il centrosinistra non ha alternative al ritiro immediato delle nostre truppe dall'Iraq.

"La Rinascita", 18 novembre 2005

   
 
         
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