L’Europa e il conflitto globale

Critica Marxista, 4/2008

Nella ricerca delle ragioni della vera e propria disfatta che la sinistra italiana ha subito nelle elezioni politiche circola un’interpretazione dei caratteri della società italiana e, in genere, delle società di capitalismo maturo che suona un po’ autoassolutoria. Al fondo di questa sconfitta vi sarebbe l’”onda lunga” di una mutazione di fondo del capitalismo contemporaneo. Esso, a causa dei cambiamenti prodotti dalla rivoluzione neoliberista dell’ultimo quarto di secolo, a differenza di quanto è accaduto tra l’Ottocento e il Novecento, espungerebbe i conflitti dal suo seno e quindi non produrrebbe più dal suo interno i suoi “becchini”, o comunque chi ne potrebbe, sul piano sociale, politico e culturale, contrastare le tendenze di fondo.
Si trovano echi di questa impostazione nelle analisi delle ragioni della sconfitta che Bertinotti ha fatto in un seminario promosso dalla sua rivista “Alternative per il socialismo”. Essa costituisce l’impianto di fondo di interpretazioni teoriche della realtà attuale, diversissime tra loro ma convergenti su questo punto fondamentale, che vanno da Revelli a Toni Negri e a alcune delle stesse elaborazioni dell’altermondialismo.
Naturalmente, la varie posizioni poi differiscono su che cosa significhi che il capitalismo contemporaneo espungerebbe dal suo seno il conflitto. Per alcuni - si potrebbe dire con qualche semplificazione, i sostenitori di quello che oggi viene chiamato “il partito sociale” – esso è ormai bandito dalla politica e quindi può essere espresso solo attraverso movimenti e nuove forme di mutualismo. Per altri tale rimozione riguarda il simbolico, così come viene a costituirsi anche attraverso i mezzi di comunicazione di massa, producendo un corto circuito tra cultura critica dell’ordine sociale esistente, formazione del senso comune e agire politico. Per altri, invece, riguarda la rappresentanza, a causa della crisi, irreversibile, dei sistemi politici dei paesi sviluppati tendenti a esiti “postdemocratici”. Per altri ancora esso è espunto dal processo stesso di riproduzione dei rapporti di produzione e quindi diventa estraneo alla dinamica delle stesse relazioni sociali. In questo caso se ne trae la conseguenza che sia nell’ordine stesso delle cose che la sinistra sia destinata ad essere cancellata, oppure – rimosso il conflitto sociale – che ad essa non resti che affidarsi all’”autonomia del politico”.
Si potrebbe facilmente obiettare che tutte queste posizioni, qui esposte con una certa sommarietà, non sono affatto nuove. Sin da quando, soprattutto a partire dal secondo dopoguerra, il corso delle cose ha contribuito alla confutazione fattuale di tutte le teorie crolliste o stagnazioniste sulle tendenze del capitalismo e ha dimostrato come quest’ultimo contenga risorse inimmaginabili di autoriproduzione e di rinnovamento, ci si è arrovellati attorno a questo nodo. Infatti, tutti i filoni più moderni di aggiornamento e revisione del marxismo che hanno attraversato il Novecento, dalla scuola di Francoforte sino alle diverse teorie sul neocapitalismo e sulle sue capacità di autoriformarsi, hanno ruotato attorno a questi interrogativi. E persino la stessa riflessione gramsciana sulla categoria della “rivoluzione passiva” potrebbe essere letta in questa chiave. E, infine, essi hanno rappresentato uno degli aspetti cardine dell’esperienza politica, sociale e di costume che ha caratterizzato il movimento del ’68.
Insomma, si potrebbe dire che si tratta di ragionamenti e riflessioni che risalgono almeno a quaranta anni fa e che quindi non c’è niente di nuovo sotto il sole. Ma sarebbe una risposta sbagliata. Infatti non è detto che dover constatare che, a partire d’allora, il mondo che il capitalismo ci ha consegnato sia tutt’altro che pacificato e che grandi conflitti hanno invece segnato la storia dell’umanità a cominciare da come si è sviluppato e trasformato il rapporto tra capitale e lavoro (o se si vuole dalla vera e propria guerra che il capitale, attraverso la rivoluzione neoliberista, ha condotto contro il lavoro) sia sufficiente per affermare che la questione, spesso riassunta nella categoria dell’”americanizzazione”, sia mal posta. E’ possibile, infatti, che ci troviamo di fronte a un processo di “lunga durata”, segnato da corsi e ricorsi, e tuttavia orientato verso l’esito di cui qui si discute, e cioè che è il capitalismo della globalizzazione tende a mettere ai margini delle dinamiche politiche e sociali il conflitto e quindi a provocare la fine stessa della sinistra.
E’ bene perciò discuterne con spirito aperto, perché comunque una cosa è certa: se si può dubitare che la sinistra sia destinata a essere cancellata, non c’è dubbio sul fatto che la sinistra così come l’abbiamo conosciuta nel Novecento sia stata già cancellata. Fausto Bertinotti, nella citata discussione promossa da “Alternative per il socialismo”, ha giustamente collegato, in modo problematico, alle risposte che debbono essere date a questi interrogativi sul carattere del capitalismo della globalizzazione l’intero dibattito che oggi attraversa la sinistra italiana dopo la sconfitta. Insomma, difficilmente verremo a capo delle divisioni che attraversano le forze di sinistra sulla praticabilità o meno di una politica di riforme e sulla possibilità di ricostruire una sinistra di governo, e quindi di un nuovo centrosinistra che sottragga la sinistra a un ruolo di opposizione senza alternative, se non si ha un’interpretazione del mondo contemporaneo e delle tendenze che lo attraversano.
Per cercare di incominciare a ricostruire un’interpretazione condivisa dei processi provocati dalla globalizzazione, partirei dal fenomeno che molti reputano il più importante che si sia prodotto nel corso degli ultimi decenni, sia sul piano quantitativo che su quello qualitativo. Mi riferisco al fatto, che del resto viene sottolineato da più parti, che non c’è mai stata una fase nella storia del capitalismo in cui il lavoro salariato in campo industriale abbia avuto una diffusione così ampia su scala mondiale. E’ accaduto, quindi, l’esatto contrario di quanto sia stato teorizzato nei paesi sviluppati sul declino della centralità del lavoro. Mai come ora cioè – come ha scritto di recente anche Rossana Rossanda – il proletariato industriale si è avvicinato a essere effettivamente quella “classe universale” di cui il movimento operaio nel corso di un secolo e mezzo ha parlato. Naturalmente lo è entro un processo storico e con modalità del tutto nuove e mai immaginate. Come è noto, infatti, tutto ciò è insieme causa e conseguenza di uno spostamento dell’asse dello sviluppo economico internazionale. Mentre nel secondo dopoguerra il rapporto tra Stati Uniti e Europa faceva dell’Atlantico il baricentro delle dinamiche economiche su scala planetaria, oggi questo sembra spostarsi nel Pacifico attorno a un nuovo rapporto tra Stati Uniti e Asia. L’Europa è messa ai margini e sembra smarrire un suo ruolo e una sua prospettiva. La “paura” di cui parla Tremonti nel suo libro sulla globalizzazione ha questa origine, come anche lo spostamento a destra dell’opinione pubblica dei diversi paesi europei e la difficoltà di individuare un percorso condiviso di unificazione politica del Vecchio Continente che solo fino a qualche anno fa sembrava a portata di mano.
Ma, allora, se il conflitto tra capitale e lavoro e le dinamiche che lo attraversano hanno per la prima volta assunto una dimensione effettivamente mondiale entro i confini di un modello di sviluppo il cui baricentro è prevalentemente collocato fuori dall’Europa forse non è il caso di ripensare a una nuova soggettività del lavoro e della sua liberazione – cioè alla ricostruzione della sinistra – in quella dimensione? Non è possibile che le teorie sulla messa ai margini del conflitto nel capitalismo globalizzato siano frutto di un corto circuito tra questa collocazione dell’Europa nelle nuove dinamiche mondiali e le difficoltà della sinistra a pensare la sua crisi dentro un contesto più generale, che peraltro implica – come si è detto - questa inedita espansione mondiale assunta dal lavoro industriale?
Ciò vuol dire che la sinistra europea per ripensare se stessa deve necessariamente prendere atto di questa collocazione dell’Europa sulla scena mondiale e ripartire da qui, dalla funzione che essa può svolgere in una nuova divisione internazionale del lavoro, da come rimettere in campo le sue enormi risorse di civilizzazione, da come la “paura” possa ritornare a trasformarsi in progetto e speranza. Ma ciò non sarà possibile se la sinistra non riuscirà a uscire dalla sorta di “eurocentrismo inconsapevole” che l’attanaglia.
Non dobbiamo nasconderci le difficoltà. La prima fra tutte consiste nel fatto che tra le culture politiche della sinistra, i suoi valori e i suoi principi, elaborati prevalentemente nell’ambito della civilizzazione europea, e questo allargamento del proletariato industriale su scala mondiale non è all’orizzonte la costruzione di una qualche relazione. Anzi a questo decisivo fenomeno di evoluzione dei rapporti sociali corrisponde, sul piano delle ideologie sposate da sterminate masse umane, l’affermazione di correnti di pensiero fondamentaliste. Si tratta quindi di un lavoro immane che, tra l’altro, deve fare i conti con il tragico fallimento dell’unica operazione, quella del movimento comunista internazionale del Novecento, che ha effettivamente tentato di fare del socialismo un fenomeno mondiale.
Ora, ciò che bisogna scoprire è se una lettura dei processi di globalizzazione, che assume il tema della “universalizzazione” effettiva che in essa ha raggiunto il conflitto tra capitale e lavoro, possa essere anche la lente attraverso cui leggere le condizioni che possono rendere possibile e realistica una lotta per la collocazione in senso progressivo dell’Europa nella nuova divisione internazionale del lavoro. E se per questa via è possibile costruire un’analisi di fase, storicamente determinata, in cui “compromesso sociale”, politica delle alleanze, funzione di governo possano tornare ad essere in questa parte del mondo strumenti di un’azione di emancipazione e di liberazione, di una battaglia per un altro modello di sviluppo.
Insomma, solo se si chiarisce il nesso che può esistere fra conflitto tra capitale e lavoro su scala mondiale e ruolo che l’Europa può assumere nel mondo contemporaneo, probabilmente la sinistra europea potrà uscire dai dilemmi che l’attanagliano e sfuggire all’alternativa nefasta tra subalternità e emarginazione che purtroppo sembra stia segnando la sua storia dopo la fine delle grandi “narrazioni” del secolo scorso.

Critica Marxista, 4/2008

   
 
         
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