Che Guevara, una personalità di transizione tra il Novecento e oggi



Discutere di transizione dall'ordine sociale esistente verso una radicalmente diversa organizzazione dell'economia e della società può di questi tempi avere il sapore di una bizzarrìa. Nelle culture prevalenti, infatti, l'attuale assetto economico e sociale - insomma il capitalismo - viene, più o meno esplicitamente, considerato eterno o comunque il suo superamento storicamente non all'ordine del giorno. Eppure, senza una visione critica del capitalismo contemporaneo e senza un'aspirazione al suo superamento è difficile che rinasca una sinistra politica capace di costituire una prospettiva duratura per se medesima e per le aspirazioni delle donne e degli uomini che intende rappresentare.
Questa discussione, tuttavia, deve avere prevalentemente uno sguardo rivolto al futuro, ma deve contemporaneamente tracciare un bilancio storicamente rigoroso dell'esperienza della costruzione di un sistema socialista nel Novecento. Non c'è nessuna ragione che giustifichi la rimozione che di tutta quell'esperienza si è fatta a partire dal 1989 e dal crollo dell'Urss. Anche quando si pensa, come io penso, che il futuro del socialismo vada costruito attraverso una netta opera di discontinuità con il suo passato, questa stessa difficilmente potrà realizzarsi se non si ricostruisce criticamente la storia di ciò da cui ci si vuole distinguere.
Mi sembra anche giusto che questa discussione parta da un'analisi e una ricostruzione dell'opera di Guevara, ministro dell'economia a Cuba, e dalla contrapposizione del suo modello di pianificazione socialista a quello che stava prevalendo in Urss e negli altri paesi socialisti dell'Europa dell'est. Nel senso che Guevara per tanti aspetti appare come una personalità di transizione tra l'esperienza di costruzione del socialismo del XX secolo e le aspirazioni di oggi. Al pari di Gramsci, il cui spessore teorico resta tuttavia ineguagliato, mi sembra di poter affermare che in Guevara ci sia netta la consapevolezza dei limiti della dimensione economico corporativa entro la quale si sviluppa tutta l'esperienza di costruzione del socialismo da parte del movimento comunista nel Novecento. Ha di recente affermato Fidel Castro che alla base dell'operato di Guevara costruttore del socialismo a Cuba vi è la ricerca "della libertà dell'individuo" e "l'aspirazione a costruire l'uomo nuovo". E individualismo e umanesimo sono infatti i tratti che rimandano a una ricerca sul socialismo che interpellano il nostro tempo, anche se nella costruzione dell'"uomo nuovo" di cui parla Guevara è possibile trovare le tracce di quella concezione prometeica non estranea allo stalinismo (si vedano le campagne stakhanoviste per la produzione o un romanzo come Così fu temprato l'acciaio, grande affresco dell'epopea dei piani quinquennali).
Il confronto tra il modello economico proposto da Guevara e quello che nello stesso periodo si afferma in Urss, fondato su una rivalutazione del mercato e quindi della teoria del valore, proposto nella vostra discussione, consente di incominciare a compiere un'azione di sistemazione storica della costruzione del socialismo in Urss e negli altri paesi del campo socialista e di incominciare a interrogarsi in termini concreti sul fallimento di quella esperienza. Penso sia sbagliato far coincidere con una sorta di ritorno alla Nep le riforme dei modelli economici socialisti fondati su una reintroduzione dello scambio e quindi del calcolo economico. Questa similitudine, propria dell'autorappresentazione da parte di Gorbacev della sua politica di riforma, ha più il sapore di un'operazione ideologica che di una ricostruzione storicamente rigorosa.
Io sarei maggiormente propenso a ritenere che il testo chiave di questa scelta sia lo scritto di Stalin sui Problemi economici del socialismo in Urss che chiude un dibattito sviluppatosi tra economisti sovietici anche molto accesso, pronunciandosi, appunto, a favore dell'introduzione del mercato nel sistema fondato sulla proprietà collettiva dei mezzi di produzione. Esso non costituisce affatto un ritorno alla Nep, dunque al passato, ma esprime la consapevolezza che per l'Urss dopo l'esperienza dei piani quinquennali e della ricostruzione postbellica successiva alla Seconda guerra mondiale, si sarebbe dovuto aprire un capitolo totalmente nuovo. Traggo questa convinzione dal fatto che Nep e comunismo di guerra furono esperienze dettate, come afferma Vasapollo, dall'emergenza (della guerra civile e dei disastri che ne derivarono) e che la pianificazione staliniana costituì invece una sorta di "accumulazione originaria" del modello di economia socialista che si intendeva costruire.
Il libro di Stalin arriva nel momento in cui appare evidente che quella fase di accumulazione si andava esaurendo e bisognava costruire un modello che sapesse trovare un altro equilibrio. E' a questo punto che le esperienze di costruzione del socialismo sembrano imboccare vie che alla fine si riveleranno tutti dei vicoli ciechi. E tali vie non sono nemmeno così univoche. Le esperienze kruscioviane di dissodamento delle terre vergini, di impulso alla ricerca spaziale, tese a indicare il comunismo come una tappa a portata di mano dopo uno sviluppo ininterrotto che avrebbe portato l'Unione sovietica a superare la potenza economica degli Usa, sembrano impostazioni più vicine a quelle di Guevara che non a quelle del modello ispirato al calcolo economico. Certo è che nella seconda metà degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta l'economia sovietica sembrava avesse risorse di dinamismo che poi si rivelarono infondate. Non mi pare che ci siano risposte storicamente soddisfacenti sulle concrete dinamiche che portarono alla lunga stagnazione e poi all'irreversibile involuzione dell'era di Breznev. Quel che conta tuttavia è che la costruzione del socialismo del Novecento non seppe reggere alla prova di una esperienza che si potesse collocare oltre la soglia di quella che ho definito la fase dell'"accumulazione originaria".
Ora questa ricerca e questa discussione mi sembrano importanti perché è difficile costruire il futuro senza un bilancio soddisfacente della storia che abbiamo alle spalle. Se vogliamo riaprire una prospettiva di superamento del capitalismo non possiamo fare a meno di una robusta assunzione di consapevolezza dell'eredità complessiva che il secolo scorso ci ha lasciato. Un'eredità che riguarda i caratteri dell'intera storia del Novecento e non solo, quindi di quella della sinistra, giacché nessun bilancio del secolo scorso sarà effettivamente possibile se si continua a cancellare la storia del sistema socialista che, come ebbe a dire Togliatti,nella prima metà degli anni Sessanta arrivò a rappresentare un terzo dell'umanità. Anche se proprio in quegli anni di massima espansione - a partire dalla crisi dell'Ungheria, passando per la costruzione del Muro a Berlino e il conflitto sovietico-cinese - incominciò a apparire evidente che il campo socialista non avrebbe retto alle sfide generate dal suo stesso sviluppo, come acutamente mostrò di comprendere lo stesso Togliatti nel Memoriale di Yalta.
Non mi sembra però che si possa pensare che sia possibile, anche per una sinistra che intenda riproporre il tema del superamento dell'ordine sociale esistente, fare l'operazione di discernere tra ciò che vivo e ciò che è morto nell'esperienza di costruzione del socialismo del secolo scorso. Insomma, facendo riferimento al tema dei vostri convegni di ricerca ("Il bambino e l'acqua sporca") vorrei dire che è mia convinzione che non c'è nessun "bambino" da salvare e che la prospettiva della transizione a un diverso ordine sociale si può porre solo attraverso un'operazione di netta discontinuità con i paradigmi teorici e le esperienze del secolo passato. Ciò anche perché quello che viene chiamato il capitalismo globale ha prodotto mutamenti così profondi nell'assetto del mondo e nella vita associata tra gli esseri umani da essere ben più significativi e radicali di quelli che generò il sorgere dell'imperialismo, e che pure bastarono a Lenin per imporre un mutamento della prospettiva storica entro cui collocare la lotta del movimento operaio nel corso della Prima guerra mondiale.
Questo significa che quella prospettiva storica va oggi ancora più profondamente e radicalmente mutata.
Per comprendere senso e portata di questa affermazione basti pensare al fatto che lo sviluppo economico è entrato in così forte conflitto con la difesa dell'ambiente, che si è prodotta una contrapposizione senza precedenti tra sviluppo e natura, per cui quella che un tempo era la contraddizione tra rapporti di produzione e sviluppo delle forze produttive, in quanto fondamento materiale di ogni idea di transizione, oggi è sovraordinato da una ben più acuta contraddizione tra sviluppo delle forze produttive e riproduzione delle condizioni di vita del genere umano. L'estensione di un modello economico fondato sulla precarizzazione del lavoro allude a molteplici fenomeni di organizzazione del lavoro in cui il rapporto individuale tra produzione di plusvalore e processo produttivo rompe lo schema fordista della prestazione seriale e produce nell'impostazione di una lotta per il socialismo una situazione in cui il primato della conquista della libertà si impone su quello della realizzazione dell'uguaglianza. E, inoltre, un esame attento delle dinamiche del mondo contemporaneo ci portano a pensare alla transizione al socialismo non come a una prospettiva ineluttabilmente e deterministicamente inscritta nelle contraddizioni dell'epoca attuale ma come una possibilità di offrire ad esse una soluzione.
Insomma, nella riformulazione di una nuova prospettiva di superamento del capitalismo mi atterrei all'indicazione che negli anni Ottanta ci venne da Claudio Napoleoni di "cercare ancora", sapendo che se non superiamo le colonne d'Ercole delle passate certezze forse sottrarremo alla sempre attuale lotta per l'emancipazione del lavoro quelle risorse di innovazione teorica e culturale di cui essa ha bisogno.

Intervento al 2° Forum “Il bambino e l’acqua sporca”
“Il socialismo possibile. A quaranta anni dalla morte di Che Guevara”
6-7 ottobre 2007
pubblicato in “Quaderni di Contropiano per la Rete dei Comunisti”, febbraio 2008

   
 
         
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