Afghanistan, una politica di pace è possibile

E se, in vista dell'approvazione del decreto sul rifinanziamento delle missioni militari all'estero, la maggioranza parlamentare che sostiene il governo Prodi provasse a discutere, in relazione al punto cruciale che riguarda la presenza italiana in Afghanistan, di che cosa sarebbe veramente utile per quel paese e i popoli che lo abitano?

La convergenza realizzatasi nel vertice dell'Unione sulla politica estera potrebbe per questo aspetto costituire un buon punto di partenza.
Se così si facesse, dunque, si capirebbe che gli afgani certamente non hanno bisogno dei bombardamenti a tappeto della Nato a cui sono sottoposte le regioni meridionali del paese, fatti in nome della guerra ai talebani ma destinati ineluttabilmente a colpire la popolazione civile. E, tuttavia, si scoprirebbe anche che, dal nostro punto di vista, quello dell'Italia, il problema vero, oggi, non è se le truppe italiane debbano ritirarsi o meno, e in quanto tempo debbano farlo, ma a servizio di quale politica esse siano poste. In verità, da parte della sinistra della coalizione da tempo si sta tentando di spostare il confronto su questo terreno, mentre la componente moderata dell'Unione si è attardata a spiegare che dall'Afghanistan è proprio impossibile andar via solo a causa degli impegni che abbiamo nei confronti dei nostri partner dell'Alleanza atlantica e verso le Nazioni Unite. Insomma, avanzando solo questioni di metodo e di opportunità.

E, invece, sarebbe utile incominciare a spostare la riflessione partendo da un quesito diverso. Bisognerebbe interrogarsi, cioè, se non siano maturi i tempi nei quali la comunità internazionale si ponga il problema di iniziare a sanare le ferite prodottesi nei paesi vittime della guerra preventiva di Bush e della sua Amministrazione. Questo dovrebbe valere ormai, forse, anche per l'Iraq. Bisognerebbe sicuramente provarci in Afghanistan.

Non si tratta di sottovalutare il fatto che la guerra di Bush non è ancora finita e che i colpi di coda dell'attuale amministrazione americana a partire dall'aumento del contingente statunitense in Iraq - anche in presenza di un suo progressivo isolamento rispetto all'opinione pubblica degli Stati Uniti -possono costituire per la pace nel mondo un pericolo maggiore della stessa azione di sistematica aggressione condotta all'indomani dell'attacco terroristico alle Torri Gemelle. Non è da escludere infatti che per sfuggire alla disfatta possano riprendere corpo all'interno dell'Amministrazione americana le tentazioni, in verità ricorrenti, di allargare i focolai di guerra che si addensano nel Medio Oriente, dal Corno d'Africa alla Palestina, per finire all'Iraq e all'Afghanistan. Ma proprio per questo - cioè anche per scongiurare un'estensione dei conflitti - è necessario che si affacci sulla scena internazionale un'altra politica tesa a promuovere la pace e non a vincere una guerra come invece continua a pensare l'attuale esecutivo degli Stati Uniti.

Naturalmente, non debbono sfuggire le difficoltà che vi sono per una chiara azione di pace che sia promossa da una parte dell'Occidente e segnatamente dall'Europa. Ci vuole innanzitutto determinazione e autonomia. Insomma, la condotta italiana nella crisi del Libano deve diventare per gli europei la norma e non ridursi a una felice eccezione. Non bisogna arrendersi al corso della cose, soprattutto al conflitto senza quartiere che oppone nei paesi islamici, moderati e fondamentalisti, sciti e sanniti, frutto dell'esasperazione a cui una guerra senza fine ha condotto quelle popolazioni e che a volte appare senza alternative.

Che conseguenze un simile atteggiamento deve avere per la presenza militare italiana in Afghanistan? Deve essere sempre più evidente che tale presenza debba essere finalizzata non a vincere una guerra contro i talebani - obiettivo che i fatti hanno dimostrato irrealistico - ma a contribuire a una pacificazione nazionale tra le diverse etnie, a limitare lo strapotere dei signori della guerra, a recidere o quantomeno allentare i legami tra fondamentalismo e terrorismo, a tutelare i più elementari diritti umani e civili così sistematicamente violati dal fanatismo fondamentalista. E' probabile che in prospettiva per realizzare questo obiettivi sia necessario un contingente europeo non inquadrato nella missione Nato. E la stessa conferenza internazionale di pace per l'Afghanistan non è quindi un contentino alla cosiddetta sinistra radicale italiana in vista del voto sulle missioni, ma dovrebbe avere questi scopi, creando il contesto internazionale, a partire da un'intesa con Iran e Pakistan, che possa aiutare a realizzarli.

E' vero che una conferenza internazionale sull'Afghanistan non si può fare senza che siano anche gli americani a volerla, ma ciò non impedisce all'Italia di condurre una campagna politica e diplomatica, a partire dal Consiglio di Sicurezza dell'Onu, per cercare di creare le condizioni perché possa alla fine aver luogo.

Dunque una svolta e un esplicito mutamento d'indirizzo nell'Unione nei riguardi della crisi afgana s'impone per tutte le sue componenti, partendo dalla consapevolezza che i problemi debbono essere affrontati in modo diverso da come lo si farebbe se fossimo alla vigilia o nell'immediato indomani di Enduring Freedom. D'altra parte solo una politica estera coerente e autonoma, senza residui di ambiguità, dagli indirizzi generali che ancora persegue l'amministrazione Bush può giustificare la presenza di un contingente militare italiano in quel paese e togliere quel velo di ipocrisia che spesso ammanta i giudizi sulla nostra presenza militare all'estero, quando si afferma che essi assolvono al dettato dell'art. 11 della nostra Costituzione.

“Il Manifesto”, 10 febbraio 2007

   
 
         
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