La Grecia e la sinistra europea

Critica marxista, 4, 2015

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Con le dimissioni di Tsipras e il ricorso alle elezioni anticipate si chiude definitivamente l’esperienza politica apertasi con la vittoria di Syriza nelle elezioni politiche di gennaio e segnata dal lungo e complicato braccio di ferro che ha visto come protagonista il nuovo governo greco solo contro tutti gli altri partner europei. Come è noto le condizioni imposte dall’ Europa, e accettate dal governo e dal parlamento greco, risultano particolarmente pesanti e sostanzialmente in linea con quelle che Tsipras aveva respinte e sottoposte a un referendum popolare che aveva sancito la linea fino allora seguita dal governo.
Nei mesi che ci separano dal referendum si è molto discusso sulle ragioni che hanno portato a questo repentino mutamento di fronte da parte di Tsipras, deciso evidentemente già nel corso della campagna referendaria, se all’indomani del risultato il ministro dell’economia, Varoufakis – contrario al mutamento di linea –, rassegna le dimissioni. E sono state date diverse spiegazioni che, a fase politica conclusa, è bene riassumere perché ognuna di esse ci aiuta a comprendere qual è la portata dei problemi cui si trova di fronte una forza della sinistra europea che è chiamata ad assumere responsabilità di governo in questa fase complessa della vita del Vecchio Continente.
La prima è che il referendum più che vincolare il governo a una linea di condotta nel rapporto con l’Unione europea doveva servire a ridare una rilegittimazione popolare a Tsipras e al suo esecutivo. Era infatti evidente – come è stato sottolineato da più parti – che nell’irrigidimento del governo tedesco e di alcuni degli altri partner europei vi fosse l’obiettivo di sbarazzarsi del governo greco, di provocarne la caduta a seguito del marasma economico che sarebbe seguito al mancato esito positivo della trattativa o a seguito della resa incondizionata a cui sarebbe stato costretto.
La seconda è che, in tutta la prima fase della trattativa, la resistenza greca alle imposizioni dell’Unione europea era accompagnata da una ricognizione sullo scacchiere mondiale di eventuali nuovi partner (dagli Stati Uniti, alla Russia e persino la Cina) che potessero in qualche modo giungere in soccorso della Grecia, la quale avrebbe potuto usare questi rapporti per aumentare il suo potere contrattuale nei confronti dell’Europa o, in alternativa, per entrare nel quadro di diverse relazioni internazionali che facessero da sponda alla sua eventuale uscita dalla zona euro. Come è noto questa ricognizione non è andata a buon fine. L’amministrazione Obama, alle prese col declino della sua leadership su scala mondiale in un mondo segnato da una grande instabilità e da gravi focolai di crisi, ha ritenuto imprudente concorrere a una destabilizzazione degli assetti che attualmente governano l’Europa. La Russia è ancora alle prese con la difficile situazione che si è determinata in Ucraina e con le conseguenze pesanti derivanti dalle sanzioni cui è stata sottoposta. Era difficile che essa potesse prestarsi a aprire un altro fronte di conflitto con l’Europa senza, tra l’altro, la giustificazione di dover salvaguardare la propria integrità territoriale. La Cina, come le vicende finanziarie dell’estate hanno poi dimostrato, è alle prese con un passaggio cruciale della sua crescita economica che segna una battuta d’arresto cui, congiunturalmente, le autorità cinesi hanno risposto con la svalutazione ripetuta della loro moneta. Ed è ciò che ha reso irrealistica la possibilità che il gigante asiatico s’impegnasse in uno sconvolgimento degli equilibri geopolitici che una diversa collocazione della Grecia nell’ambito dei rapporti internazionali avrebbe comportato.
Non deve stupire, tuttavia, che agli occhi dei governanti greci questa prospettiva potesse sembrare praticabile. Nel luglio dello scorso anno, a Fortaleza in Brasile, i paesi del Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) hanno dato vita a una loro struttura finanziaria autonoma, alternativa al Fondo monetario internazionale, che però dovrebbe entrare in funzione nel corso dei prossimi due anni. E’ probabile che Tsipras e Varoufakis abbiano pensato, a un certo punto delle trattative, che la Grecia potesse essere tra i primi beneficiari di tale nuova entità monetaria a livello mondiale.
La terza ragione è che, dopo il referendum, la riapertura della trattativa con l’Eurogruppo muta di oggetto. Tsipras è costretto a subire la linea dei suoi interlocutori che lo costringono a pesanti cambiamenti di rotta soprattutto in relazione al taglio delle pensioni e alle privatizzazioni, ma a differenza che nel primo semestre dell’anno – dove la manovra era relativa a misure di salvataggio a breve o a medio termine – dopo il referendum l’oggetto diventa per l’entità delle risorse finanziarie messe in campo una rinnovata operazione complessiva di salvataggio dalla Grecia dal default.
Del resto è in questa fase di perfezionamento del piano che appare evidente che a volere l’uscita della Grecia dall’euro fossero i “falchi” delle politiche dell’austerità, in particolare tedeschi. E’ il ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schaeuble, a proporre a un certo punto un’uscita temporanea di Atene dall’euro. E’ Angela Merkel a tentare fino all’ultimo di sostituire il piano complessivo di interventi con un prestito ponte che avrebbe mantenuto la Grecia in una permanente situazione di incertezza. E’ in questa fase dei rapporti tra Tsipras e Eurogruppo che il fronte compatto degli interlocutori europei del governo greco incomincia a articolarsi. La prima a distinguersi dalla Germania è la Francia, seguono paesi come l’Olanda e la Finlandia tradizionalmente collocate nello scenario europeo tra i “falchi”. Parlare di ristrutturazione e riduzione del debito, a partire dalle dichiarazioni del Fondo monetario internazionale, per la Grecia e quindi anche, eventualmente, per altri paesi non è più un tabù. E per la prima volta, dopo molti anni, la Germania subisce in seno all’Unione europea un accordo non corrispondente del tutto alle sue posizioni e alle sue aspettative.
Non c’è dubbio, tuttavia, che i critici dell’accordo ormai operante, interni e esterni alla Grecia, hanno ragione a ritenere che gli effetti recessivi di una tale intesa sull’economia greca possono essere altrettanto gravi di quelli provocati dal primo Memorandum. E in effetti i margini per evitare questo rischio sono molto stretti come ha riconosciuto lo stesso Tsipras e ha ampiamente argomentato Varoufakis per spiegare la sua opposizione all’intesa raggiunta. Del resto che con le elezioni anticipate per la sinistra greca al governo si apre una fase completamente diversa da quella caratterizzata dalla vittoria di Syriza a gennaio e chiusasi con il referendum è sotto gli occhi di tutti, innanzitutto perché la sinistra greca così come l’abbiamo conosciuta nel corso di questi anni successivi alla prima crisi greca e al crollo del Pasok, di fatto, non esiste più.
La scissione del partito al governo, con le dimissioni di Tsipras e l’annuncio di elezioni anticipate, è ormai un dato di fatto. E il primo quesito che si pone, più volte sollevato da Angelo Mastandrea nelle sue corrispondenze da Atene per il Manifesto, è che cosa ne sarà della rete partecipativa fatta di sezioni territoriali, associazioni, forme di mutualismo a tutela dei bisogni della parte più povera della popolazione che ha fatto di Syriza una forza di massa organizzata e radicata nelle pieghe della società greca. Era, del resto, questo l’aspetto peculiare di Syriza anche rispetto ad altre forze che, al pari di essa, in altri paesi sono cresciute sull’onda della protesta contro le politiche di austerità (da Podemos in Spagna al Movimento 5Stelle in Italia), più movimenti di opinione che promotori di forme di democrazia organizzata e partecipata. Da più parti, giustamente, dopo l’annuncio delle dimissioni di Tsipras e il ricorso a elezioni anticipate, si è sottolineato il carattere profondamente democratico della scelta di sottoporre gli indirizzi dell’azione di governo nel corso di un anno al consenso dei cittadini in ben tre elezioni generali (le elezioni di gennaio, il referendum sulla trattativa con l’Europa, le elezioni anticipate di settembre). Ma non deve sfuggire, però, che questo ricorso permanente alla democrazia di mandato può entrare in contraddizione con le forme di democrazia organizzata che avevano dato vita a Syriza. Del resto è lo stesso Tsipras a porre il problema quando afferma che “Syriza non era nata per governare” e costruisce l’intero percorso di ricostruzione del consenso intorno alla nuova linea di governo, saltando di fatto il confronto interno al suo partito che arriva alla scissione senza una vera discussione che abbia coinvolto gli aderenti e i suoi organismi dirigenti.
C’è il rischio cioè che anche l’esperienza della sinistra greca rientri nell’alveo di quel rapporto diretto tra leadership ed elettorato costruito sulle macerie della funzione dei corpi intermedi che è forse la causa fondamentale della crisi dei sistemi democratici in corso.
Ma non è questo l’unico dei problemi aperti che dovranno affrontare la sinistra greca e la nuova sinistra europea successivamente al nuovo corso che le elezioni anticipate in Grecia apriranno.
L’intera esperienza greca di quest’anno deve costituire un’occasione per riaprire una riflessione più di fondo sul processo entro cui collocare la ricostruzione di una nuova sinistra su scala europea. E ciò vale in particolare per l’Italia, dove un tale processo deve incominciare praticamente da zero. L’esperienza greca ci dimostra che in un mondo così instabile e attraversato da incognite inquietanti (dalle minacce dell’Isis e dalla crisi del mondo islamico, di cui il Califfato è la punta emergente, al problema del vero e proprio esodo di popolazioni dell’Africa e del Medio Oriente che sta investendo l’Europa, alla recessione mondiale che il riassestamento dell’economia cinese può provocare che farebbe della crisi apertasi nel 2007 la più grande depressione che la storia del capitalismo abbia mai conosciuto) non v’è spazio per la costruzione di vie di uscita unilaterali sul piano nazionale dalle politiche di austerità che sono il frutto degli attuali rapporti di forza. E non è un caso che Yanis Varoufakis, contemporaneamente all’annuncio del ricorso alle elezioni anticipate da parte di Tsipras, abbia dichiarato che intende dedicarsi alla costruzione di un fronte europeo che lotti per un’inversione di rotta dell’intero continente, e abbia accompagnato questa dichiarazione di intenti con una proposta generale di ristrutturazione dei debiti sovrani (pubblicata in Italia dal Sole 24Ore) rispetto a cui proprio l’esito della trattativa condotta da Tsipras ha aperto gli spiragli di cui si è detto.
Sarebbe sbagliato, tuttavia, ridurre la svolta operata da Tsipras solo a una scelta di carattere tattico legata alla congiuntura politica. Essa chiama in campo problemi di più ampia portata. Infatti, i suoi oppositori di sinistra potrebbero obiettare che, ormai un secolo fa, all’indomani della prima guerra mondiale, in un contesto internazionale oltremodo instabile e pieno di incognite per tanti versi simile a quello attuale, la parte più avanzata della sinistra europea scelse la strada della rottura di quello che allora venne chiamato “l’anello più debole della catena”. Mi riferisco alla scelta di Lenin e dell’Ottobre russo, inteso come primo passo di un processo rivoluzionario che stava investendo l’intera Europa. E da quella scelta unilaterale non ci si ritrasse nemmeno quando apparve chiaro che la rivoluzione in Occidente era stata sconfitta, imboccando la strada del “socialismo in un paese solo”.
Siamo ancora privi di un soddisfacente bilancio storico, fatto con gli occhi di oggi, di quella scelta che, nel bene e nel male costituì un grande avanzamento nella storia del mondo moderno, ma contribuì anche a segnare l’intera prima metà del secolo scorso con il dominio di totalitarismi di segno opposto che aprirono un fossato tra libertà e eguaglianza e furono, in questo quadro, caratterizzati da scelte atroci.
Ma quello che allora fu possibile, oggi sarebbe del tutto irrealistico. Intanto perché la Grecia non è la Russia, ed è priva, per le sue stesse dimensioni, di quelle risorse di cui il potere sovietico ha potuto disporre. E poi nel mondo di oggi le interdipendenze e le connessioni su scala globale sono mille volte superiori a quelle esistenti all’indomani del primo conflitto mondiale, perché se ne possa prescindere.
Una sinistra di alternativa dunque deve necessariamente assumere una dimensione europea, che è la scala con la quale è possibile pensare di praticare con successo una proposta politica, economica e sociale alternativa allo stato di cose presenti. Ciò significa che nella costruzione del proprio programma fondamentale la nuova sinistra europea deve invertire l’impostazione che sin qui la caratterizzata. Vale a dire, non programmi di governo a medio termine radicali e indeterminazione della prospettiva a lungo termine, ma viceversa programmi di governo realistici e consapevoli dei margini lasciati dai rapporti di forza e radicalità della prospettiva strategica a cui il loro successo deve contribuire. Ciò significa innanzitutto che la rivendicazione della costruzione di un’Europa politica su basi democratiche superi la mera petizione di principio e cominci a sostanziarsi in un programma che preveda la potestà di un’autorità politica sovranazionale su quella monetaria, l’armonizzazione delle politiche fiscali, e soprattutto una politica industriale europea che salvi le nostre economie dall’assalto delle multinazionali, e una politica del lavoro a cui un ruolo sovranazionale del sindacato potrebbe dare un grande contributo.
Tutto ciò, ovviamente, prevede un salto di cultura politica a sinistra, in cui l’alternativa al corso delle cose e agli assetti economici e sociali esistenti si alimenti di una rinnovata visione egemonica e di una riformulazione della politica delle alleanze. Si può ad esempio pensare che possa essere perseguito l’obiettivo della costruzione di un’Europa politica senza che una parte delle classi dominanti europee siano conquistate a un tale progetto, senza la costruzione mai tentata di un centrosinistra europeo? Sebbene la posizione attuale delle socialdemocrazie europee per la sua gravità può essere paragonata solo al voto sui crediti di guerra alla vigilia della prima guerra mondiale, è proprio da escludere un’analisi differenziata tesa a cogliere le contraddizioni che prima o poi si apriranno al loro interno? Quando la sinistra europea metterà a tema la “questione tedesca”, come uno dei punti cruciali da risolvere, dove a una maggioranza di sinistra nell’elettorato e nel parlamento corrisponde un assetto di governo incentrato sulle forze della conservazione che ha ridotto la Spd all’ombra di se stessa?
Senza una rivoluzione culturale a sinistra di questa portata sarà difficile che il rinnovato successo di Tsipras in Grecia, le affermazioni elettorali di Podemos in Spagna e della sinistra in Irlanda o il mutamento di indirizzo del Labour in Gran Bretagna possano trovare una direzione di marcia entro cui incanalare le energie e le aspirazioni che sono state in grado di rappresentare.
È evidente che si tratta di un lavoro di lunga lena che guarda all’apertura di processi di portata storica, per il quale potrebbe valere l’obiezione di Keynes su cambiamenti destinati ad avvenire “quando saremo tutti morti”. Ma è altresì vero che una sinistra costretta ad operare, come scrive Franco Cassano, “contro il vento della storia”, può dare forza alla stessa azione riformatrice per l’oggi se la saprà alimentare attraverso una scelta capace di parlare al futuro e che ritorni ad essere animata da grandi ideali.

 

Critica marxista, 4, 2015

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