Sinistra e classe operaia nel mondo globalizzato

Critica marxista, 2-3, 2015

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L’ultimo libro di Ignazio Masulli (Chi ha cambiato il mondo?, Bari-Roma, Laterza, 2014) è una ricostruzione puntuale e documentata del lungo processo che a partire dai primi anni Settanta del secolo scorso ha gettato le basi dell’attuale fase di riorganizzazione dell’economia mondiale. È anche un lavoro di sistemazione e di sintesi dei molteplici studi e delle indagini condotte dai principali organismi internazionali che ha rari precedenti, almeno in Italia. È, inoltre, uno sguardo a ritroso sugli ultimi quarant’anni che, per rispondere all’interrogativo su come uscire dalla lunga crisi che attanaglia l’economia mondiale dal 2007-2008, va alle radici degli assetti economici e sociali che hanno caratterizzato la fase aperta dalla rivoluzione neoconservatrice iniziata con la fine della parificazione del dollaro all’oro nel 1971.
Masulli ha il merito di rovesciare l’interpretazione, corrente anche a sinistra, che vede nell’ipertrofico processo di finanziarizzazione dell’economia il tratto essenziale della globalizzazione attuale e la causa principale della crisi in corso. A differenza di pur importantissimi studi – quali ad esempio Finanzcapitalismo di Luciano Gallino, o Il Capitale del XXI secolo di Thomas Piketty – egli indica quale fattore fondante dell’attuale fase storica del capitalismo mondiale la svalorizzazione del lavoro iniziata con l’esaurirsi del lungo ciclo espansivo dei Trenta anni gloriosi. E tale processo si è realizzato, secondo l’autore, prevalentemente attraverso la delocalizzazione della produzione industriale, e dei servizi a questa connessi, dai paesi a capitalismo maturo verso i grandi paesi asiatici, l’America Latina, e sia pure in misura minore i paesi dell’Est europeo.
È questo fenomeno, del resto, che ha aperto la strada alla nuova divisione internazionale del lavoro che vede i paesi di nuova industrializzazione assumere il ruolo di punta nel campo della produzione di beni rispetto al monopolio fino a qualche decennio fa detenuto dai paesi dell’Occidente. I dati che Masulli riporta sono impressionanti. Se si esaminano i principali paesi di più antico sviluppo capitalistico si vede che, tra il 1990 e il 2010, in Francia gli investimenti all’estero passano dal 8,9% del Pil al 59,8%, in Germania dal 7,6 al 43,5, in Gran Bretagna (storicamente dal suo sorgere la più internazionalizzata delle economie capitalistiche) dal 23,3 al 75,1, in Italia dal 5,3 al 23,2, e negli Stati Uniti dal 10,7 al 30,7. Ciò ha provocato una vera e propria rivoluzione nei rapporti tra paesi nell’ambito dell’economia mondiale. Se dal 1980 al 2011 gli Stati Uniti restano la prima potenza economica mondiale in quanto al volume del Pil, nello stesso periodo la Cina passa dal ventesimo al secondo posto, l’India dal nono al terzo, la Federazione russa dal 2000 (primo anno in cui si dispone di dati confrontabili) al 2011 dal decimo al sesto, mentre tutti gli altri paesi di più antica industrializzazione scendono in graduatoria.
Questo non vuol dire che Masulli sottovaluti il peso degli altri due pilastri dell’attuale processo di globalizzazione (la finanziarizzazione, appunto, e la rivoluzione informatica). Essi sono, al pari del lavoro, ampiamente analizzati nella loro evoluzione e trasformazione. Ma a partire dal primato assegnato alla trasformazione del ruolo sociale del lavoro esse sono viste sotto una diversa luce e in un quadro di connessioni finora non del tutto esplorato. Da questa analisi derivano conseguenze non di poco conto. Appare immediatamente evidente che le misure anticrisi, ispirate alle politiche keynesiane di sostegno alla domanda e agli investimenti, che da sinistra vengono opposte alle politiche ispirate all’”austerità”, se sono indispensabili a invertire il ciclo economico, nel lungo periodo non sono affatto risolutive.
Secondo Masulli dalla crisi è possibile uscire solo cambiando il modello di sviluppo, attraverso scelte ecologicamente compatibili e una vera e propria inversione di tendenza nei processi di vera e propria distruzione dell’economia agricola per affrontare l’emergenza alimentare che colpisce, a partire dall’Africa, parti grandi della popolazione mondiale. Ma il vero punto di svolta, per Masulli, sarebbe la costruzione di un sistema di tutele e di diritti del lavoro su scala planetaria di cui investire la comunità internazionale a cominciare dalle Nazioni Unite.
Quest’ultimo aspetto potrebbe apparire velleitario e utopico. È difficile immaginare che l’Onu, ad esempio, abbia la forza di aprire il capitolo del tutto inedito di un sistema di tutele del lavoro su scala mondiale. E tuttavia è del tutto evidente che il tema posto da Masulli è quello dirimente e decisivo per la nostra epoca. Esso rimanda alle radici della crisi della sinistra e alle ragioni di un suo possibile irreversibile declino. Il movimento operaio dei paesi a capitalismo maturo, infatti, non ha compreso che la globalizzazione in atto per la prima volta nella storia faceva del proletariato industriale un soggetto sociale di dimensione mondiale. E tale incomprensione gli ha sottratto la base materiale, la forza motrice, su cui ricostruire il proprio futuro. Ciò chiama in causa soprattutto le organizzazioni sindacali, le invita a uscire fuori dai confini nazionali, a assegnare un ruolo effettivo ai propri referenti sul piano mondiale.
Ebbene, o la sinistra riparte da qui e si fa promotrice di una prospettiva di unificazione del lavoro e delle sue tutele in una dimensione internazionale (come Masulli invoca), oppure è inevitabile che essa diventi un’entità superflua, consegnata a un’epoca ormai conclusa. È evidente che si tratta di un’opera immane, che impegnerà probabilmente un’intera epoca storica, di un’impresa di vaste proporzioni e di lunga durata. Ma a essa la sinistra, se vuole rinascere e riacquistare un ruolo sulla scena del mondo, non potrà sottrarsi ancora a lungo.

Critica marxista, 2-3, 2015



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