La crisi ucraina e il futuro dell’Europa

Critica marxista, 1, 2014

_____________________________________________________

Può essere l’Ucraina la tomba dell’Europa? Si, può esserlo. Non è questione di indulgere al catastrofismo o di enfatizzare i pericoli di una guerra imminente. Può anche darsi che nella crisi in corso, che pure sembra aver irreversibilmente compromesso con la secessione dichiarata della Crimea l’unità dell’Ucraina, ritrovi quasi per miracolo il sopravvento la soluzione diplomatica. Come del resto è avvenuto di recente per la Siria e per l’Iran. È del tutto evidente che nemmeno la Russia può tirare troppo la corda. La Russia ha certo dalla sua il fatto che il suo gas costituisce un terzo del fabbisogno energetico dell’Europa, e l’Ucraina ne dipende totalmente, che il suo mercato interno costituisce uno dei maggiori ricettori delle esportazioni tedesche.
Ma è anche vero che le interdipendenze tra Russia e Europa sono fortissime e non tutte a senso unico, come dimostra il fatto che un prestigioso leader europeo del recente passato come Schroeder sia sul libro paga della compagnia del gas russa. Ed è impensabile che a Putin sfugga che far diventare un principio generale l’accorrere in armi a difesa delle minoranze russe nei paesi confinanti, come sta accadendo in Crimea, esporrebbe la Federazione russa su troppi fronti e provocherebbe per reazione la rivolta delle minoranze interne non russe, come è già del resto accaduto in Cecenia. A essere a rischio sarebbe a quel punto l’unità statale della Federazione stessa che resta più fragile e esposta di quanto comunemente si creda. I rischi per tutti, e non solo per l’Europa, sono altissimi. E quindi può anche darsi che, nonostante la situazione sia gravissima e gravida di pericoli per la pace in Europa, si definisca una tregua e si trovi una soluzione negoziata.

Dati inquietanti e nodi non sciolti
E tuttavia, se non si rimuovono le cause che hanno condotto alla crisi attuale, deve essere del tutto evidente che il peggio sarebbe solo rimandato. A chi ha memoria qualcosa dovrebbe insegnare il patto di Monaco del settembre del 1938 tra le maggiori potenze europee, che non riuscì l’anno successivo a evitare lo scoppio del secondo conflitto mondiale. E nel caso dell’Ucraina stanno riemergendo, quali nodi irrisolti della storia d’Europa, fantasmi recenti e remoti che sembravano definitivamente sepolti.
La crisi in corso dimostra quanto grande fosse il fuoco dell’ideologia nazista che ha covato per decenni sotto la cenere nell’Ucraina occidentale, con il suo carico di antisemitismo e di anticomunismo, che evidentemente è rimasto in tutti questi decenni che ci separano dalla seconda guerra mondiale il principale collante del nazionalismo ucraino. E il dato più inquietante è che le forze politiche che ad essa si richiamano possono diventare i principali attori dell’offensiva antirussa.
Ma nella crisi ucraina rischiano di venire al pettine nodi non sciolti che riguardano la lunga durata della storia europea. Mi riferisco alle spartizioni della Polonia che a partire dall’età moderna fino al secondo conflitto mondiale hanno martoriato quella nazione e ne hanno resi incerti i confini, all’espansione dell’impero russo ad ovest e alla contemporanea e confliggente colonizzazione verso est da parte dei tedeschi della Prussia orientale. Bisogna riacquistare coscienza che quel confine tra Oriente e Occidente nel cuore dell’Europa è stato nel corso dei secoli incerto e mobile sino alla seconda guerra mondiale: per restare solo al Novecento, spostato a scapito della Russia nel 1918 dopo la pace separata di Brest Litovsk imposta dalla Germania alla Russia sovietica; riequilibrato a vantaggio dell’Unione sovietica a scapito della Polonia e dei paesi baltici con il patto Molotov-von Ribentrop; ridefinito a scapito della Germania (peraltro divisa in due) alla fine del secondo conflitto mondiale.
Come non vedere che la crisi ucraina può essere il detonatore di contraddizioni irrisolte lungo la linea di questo tormentato confine, i cui spostamenti nei secoli hanno travolto e sacrificato identità nazionali e appartenenze etniche, provocando nel cuore dell’Europa orrori inenarrabili. C’è chi osa immaginare che cosa potrebbe accadere se qualcuno in Germania si ricordasse che metà della Polonia attuale prima della seconda guerra mondiale era territorio tedesco, o pensasse di ricongiungere alla madre patria la culla del pensiero e della civilizzazione tedesca (la Koenisberg, patria di Kant, e oggi città russa col nome di Kalinin)?

Gli errori degli Usa e della Ue
A ben vedere uno dei pochi periodi di stabilità e di pace che l’Europa ha conosciuto è quello, complice anche la lunga espansione economica dei Trenta anni gloriosi, successivo alla conferenza di Yalta in cui soprattutto Unione Sovietica e Stati Uniti si resero garanti dei confini stabiliti, persino negli anni più difficili della guerra fredda. L’Europa nel mondo diviso in blocchi ha delegato alle due superpotenze la responsabilità di gestire la propria sicurezza e stabilità. E la costruzione dell’Unione europea è avvenuta su basi prevalentemente economiche e attraverso l’unificazione dei mercati, per giungere sino al modo del tutto peculiare in cui è nato l’euro (la prima moneta al mondo che opera al di fuori di ogni potestà statuale).
Oggi, non solo la Russia, ma anche gli Stati Uniti non sono nella condizione di svolgere una funzione di stabilizzazione della situazione mondiale. Fallito il tentativo dei “neocons” americani, praticato negli anni della presidenza dei due Bush, padre e figlio, di sostituire agli equilibri della “guerra fredda” il dominio assoluto dell’impero americano attraverso quella che essi stessi hanno definito la “guerra infinita”, i cui primi due capitoli avrebbero dovuto essere l’invasione dell’Afghanistan e poi quella dell’Iraq, la politica estera dell’amministrazione Obama appare incerta e ondivaga. Essa ha oscillato tra il generoso tentativo di aprire una fase di dialogo con il resto del mondo (si pensi al discorso del Cairo verso il mondo islamico con cui Obama inaugurò l’apertura del suo primo mandato) e il ricorso all’intervento armato come è accaduto in Libia. Di fronte al sorgere di scenari di crisi la reazione americana appare spesso nervosa e aggressiva. Così è in America Latina, verso il Venezuela. Così è stato verso la Siria, in cui una soluzione negoziata sul problema degli arsenali delle armi chimiche si è imposta più per merito di Putin che di Obama. Così può essere oggi nella crisi ucraina, in cui non sono un mistero le mire espansionistiche della Nato, che resta uno dei bracci armati degli Stati Uniti.
Nel momento in cui è crollato il sistema degli stati socialisti europei e con essi la stessa Unione Sovietica, l’Unione europea è mancata al compito di essere protagonista di una “nuova Yalta”, cioè di una ridefinizione dei suoi confini alla luce dello storico e tormentato rapporto tra Oriente e Occidente in Europa, in modo che la loro delimitazione fungesse anche da rassicurazione per la Russia e la sua integrità territoriale. La scelta che l’integrazione europea dovesse essere un fatto prevalentemente economico (entro la quale è cresciuta anche la volontà di dominio senza egemonia che caratterizza le attuali classi dirigenti tedesche), e quindi fondata sulla stipulazione di trattati, ha reso potenzialmente senza confini il processo di integrazione. La Turchia è stata a un passo dall’adesione alla Ue; si è pensato a Israele e addirittura ai paesi arabi del bacino del Mediterraneo; alcuni in questi decenni hanno ipotizzato che la Russia stessa potesse aderire all’Unione. Insomma, il dato che l’Unione europea sia un gigante economico ma un nano politico ne ha fatto un fattore permanente di instabilità. È, del resto, questa indeterminazione a definire i propri confini che sta alla base del supporto che l’Unione ha dato all’opzione “europeista” del fronte antirusso dell’Ucraina, indifferente anche al profilo fascistoide e xenofobo di alcune sue componenti.
È per queste ragioni che la lotta della sinistra europea alle politiche di austerità dell’Unione è un punto di partenza ineludibile ma non sufficiente a fugare i venti di crisi che rischiano di travolgere il Vecchio Continente. La costruzione dell’Europa politica, che oggi ai più può sembrare una chimera, è invece una necessità storica ineludibile. Nemmeno la riformulazione sul piano economico di un ruolo dell’Europa, nel quadro della vera e propria rivoluzione che sta attraversando la divisione internazionale del lavoro per effetto della globalizzazione e della crisi economica che ne è seguita, sarà possibile senza che si realizzi una svolta nel processo di integrazione europea.
Infatti, la costruzione di un’entità politica sovranazionale significa non solo istituzioni democratiche dotate di effettivi poteri, ma appunto la delimitazione di confini certi, una politica estera, una moneta unica di tutta l’Unione (e non solo limitata alla zona euro), naturalmente fondata su ben altri parametri di convergenza rispetto a quelli fissati a Maastricht e su un diverso statuto della Banca europea.

Sinistra europea: la candidatura di Tsipras
La sinistra europea ha le sue responsabilità se la crisi europea attuale, di cui l’Ucraina costituisce oggi il possibile detonatore, sembra essere arrivata a un punto morto e senza apparenti vie di uscita. La parte comunista, ivi compreso il Partito comunista italiano, solo a partire dagli anni Settanta ha incominciato ad abbandonare l’atteggiamento di ostilità nei confronti del processo di integrazione europea, interpretato sino allora come una sorta di strumento del primato degli Usa sull’Europa occidentale. Le principali socialdemocrazie, spesso a ragione, hanno visto nell’unità dell’Europa una delle ragioni dell’indebolimento dei welfare nazionali e del sistema di tutele dei lavoratori. E ci sarà pure una ragione se, tra le grandi forze organizzate in Europa, siano i sindacati quelli più in ritardo nel definire politiche rivendicative e rapporti negoziali all’altezza dei processi d’integrazione in atto.
Non c’è da stupirsi se la sinistra europea sia anch’essa mancata, al pari delle classi dominanti, al fondamentale appuntamento della costruzione dell’Europa politica. Essa è rimasta troppo a lungo chiusa entro gli orizzonti nazionali e oggi o è prigioniera delle larghe intese a sostegno delle politiche di austerità, oppure è relegata in un antagonismo senza costrutto. Bisogna intanto sperare che le forze che si stanno raccogliendo attorno alla candidatura di Tsipras alla guida della Commissione europea siano in grado di percorrere nello sviluppo della loro piattaforma il cammino che congiunga la lotta alle politiche di austerità alla rivendicazione della costruzione di un’Europa politica. Sapranno esse conquistare, senza chiudersi entro sterili confini identitari, a questo obiettivo le forze maggioritarie del socialismo europeo oggi per lo più prigioniere delle larghe intese? E quale contributo a questa immane opera di trasformazione di cultura politica potrà venire dalla sinistra italiana, da tempo a rischio di estinzione? Le risorse ci sono. Nella tradizione della sinistra italiana, infatti, vi sono giacimenti preziosi di cultura europeista. Penso innanzitutto al Manifesto di Ventotene di Altiero Spinelli e Eugenio Colorni, i cui principi ispiratori non a caso - con l’elezione negli anni Ottanta di Spinelli nella file del Pci al Parlamento europeo - furono tra i fattori che contribuirono alla svolta europeista impressa da Enrico Berlinguer
Porsi l’obiettivo della costruzione dell’Europa politica è impresa ardua e il cammino appare incerto e pieno di ostacoli. Pesano la crisi economica e la miopia delle classi dirigenti europee. Ma non c’è altra strada se non si vuole che l’Europa torni a essere il principale centro dei conflitti mondiali come lo è stato per secoli. E si vuole invece esorcizzare la “profezia” contenuta nell’incipit del Manifesto del partito comunista di Marx e Engels del 1848, i quali tra gli esiti possibili dei processi storici non escludevano l’eventualità della “comune rovina” di tutti gli attori in campo.

Critica marxista, 1, 2014



_____________________________________________________

   
 
         
Copyright © Piero Di Siena.net 2014 | best view 800x600 | webmaster | Aggiungi il sito ai tuoi Preferiti | contatt@mi | credits
Melfi l'Unità il manifesto liberazione emergency.it critica marxista