Contraddizioni della democrazia e mutamenti del lavoro

Critica marxista, 5, 2013

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Non c’è pace per l’Italia. Politica, istituzioni e società continuano a essere sottoposte a una continua fibrillazione. E i fondamentali dell’economia del Paese, che resta comunque ancora tra i più industrializzati del pianeta, vanno a rotoli. E mentre il sistema delle piccole e medie imprese, prevalentemente collocato nel nord-est, sembra essere travolto dalla competizione dei paesi emergenti, Alitalia, Telecom e la stessa Fiat sono in svendita sul mercato mondiale.
Sono passate solo poche settimane dalla cocente sconfitta subita da Silvio Berlusconi nel tentativo di mandare a gambe all’aria il governo Letta, che l’ha costretto al più clamoroso voltafaccia di una storia politica lunga ormai un ventennio, e quella “stabilità” da più parti invocata almeno fino al 2015, e di cui il presidente della Repubblica si ostina a essere garante oltre ogni ragione, resta solo una chimera.
Il Pd è alle prese con una travagliata transizione. E la ormai incontrastata ascesa di Matteo Renzi assume per quel partito sempre più i contorni di un viaggio verso l’ignoto. Intanto, la protesta sociale monta, e crescono i sintomi d’intollerabilità da parte di strati sempre più ampi della società italiana per condizioni di vita sempre più difficili. E ciò costituisce il terreno di coltura di fenomeni politici (come il grillismo dimostra) dagli esiti incerti e inquietanti.
Di fronte a questo quadro appare sempre più patetica l’invocazione, che da parte soprattutto degli esponenti del Pd viene avanzata, di una “democrazia normale”, di una destra “normale”, che libera dalle ipoteche rappresentate da Silvio Berlusconi dovrebbe alternarsi a una sinistra altrettanto “normale”. Come avviene – dicono i vari Letta e Franceschini – in tutto il resto dei paesi evoluti.
È sorprendente che essi non si accorgano che questo schema – tipico dei paradigmi del principio di “governabilità” entro i quali è incubata la crisi dei sistemi politici europei – è in discussione in tutta l’Europa. E che l’Italia di questi anni è stata, in un certo senso, un’anticipazione dell’itinerario che sembrano imboccare i sistemi politici dell’intero Vecchio Continente. In Gran Bretagna sembra essere iniziato il declino del suo plurisecolare bipolarismo, che nemmeno il carattere ipermaggioritario del suo sistema elettorale pare ormai garantire. In Francia la destra lepinista rischia di diventare il primo partito, dopo la prova deludente della presidenza Hollande. In Germania la grande coalizione potrebbe diventare il regime permanente di una solidarietà nazionale costruita a scapito del resto dell’Europa.
Insomma, il regime politico che viene indicato in Italia come esito auspicabile da parte dei sostenitori delle larghe intese, sia nel Pd che nel Pdl, sembra essere a rischio, oggi, proprio in quei paesi assunti a modello anche dal punto di vista dell’evoluzione dei nostri assetti istituzionali verso forme di presidenzialismo estranee alla lettera e allo spirito della Costituzione.

La crisi della democrazia
Ciò accade perché, ormai da un quarantennio, in Occidente la politica democratica vive (anzi, si può dire, sopravvive a se stessa) sulla base di una grande rimozione e insieme di una grande illusione. La rimozione consiste nel fatto che essa non ha mai tematizzato fino in fondo, e in tutte le sue implicazioni, il nesso tra fine della grande espansione postbellica agli inizi degli anni Settanta e crisi dello sviluppo della democrazia di massa a essa connessa, e dei partiti che l’hanno interpretata. O meglio, ha fatto sostanzialmente propria la conclusione a cui giunsero, precocemente, i circoli della grande finanza e della grande industria su scala mondiale e le loro “teste d’uovo”. Secondo il Rapporto della Trilateral, redatto nel 1975 da Crozier, Huntington e Watanuki, la crisi della democrazia nasceva dalla sua stessa eccessiva espansione, dalle sue stesse conquiste avvenute nel corso dei tre decenni successivi alla seconda guerra mondiale (chiamati per questo i “Trenta anni gloriosi”) e di cui il Sessantotto, in quanto movimento mondiale, era stato l’espressione ultima e più significativa1. Se si voleva garantire la ripresa dello sviluppo dopo la crisi dei primi anni Settanta bisognava limitare la democrazia.
Settori della sinistra europea provarono nel corso degli anni Settanta e Ottanta a rovesciare questo paradigma. Nel solco di tradizioni politiche diverse e contrapposte per tutto il Novecento, Berlinguer, Palme e Brandt, di fronte alla crisi organica che allora si veniva delineando, provarono a indicare una prospettiva nella quale la riforma delle relazioni economiche e sociali e del modo di produzione dominante facessero da riferimento a un’ulteriore sviluppo della democrazia, contrapponendosi alla tendenza di limitare quest’ultima per mantenere i rapporti sociali esistenti2.
Ma fu un tentativo di breve durata e destinato all’insuccesso. Quello di Berlinguer trovò il suo maggiore ostacolo nel Psi di Craxi, e il suo partito, il Pci, non sopravvisse al crollo del comunismo su scala mondiale. Nella socialdemocrazia ben presto con la Terza via di Blair e il Nuovo Centro di Schimdt, e le posizioni assunte dalla maggioranza dei gruppi dirigenti dei Ds in Italia si realizzò un allineamento degli orientamenti della sinistra europea a quelli espressi dalle classi dominanti.
La grande illusione, che spiega anche le ragioni di contesto che hanno condotto la sinistra europea a un tale esito di sostanziale subalternità alle scelte delle classi dominanti, è stata rappresentata dal convincimento che mai la democrazia aveva goduto una così ottima salute. Il crollo dei paesi del socialismo realizzato e del loro sistema politico e economico venne da alcuni interpretato come la condizione per cui la democrazia si potesse affermare su scala mondiale. E in effetti, dall’America latina degli ultimi venti anni sino alla Primavera araba, è sembrato che regimi fondati su più o meno libere elezioni e sul pluralismo politico incominciassero ad affermarsi nel mondo ben oltre i confini dell’Occidente sviluppato. Ma il modo in cui questo è avvenuto sembra ributtare la democrazia nei dilemmi che hanno caratterizzato le sue origini, ben descritti nella prima metà dell’Ottocento da Tocqueville3 E cioè ricompare il pericolo che il principio di maggioranza si trasformi in “dittatura della maggioranza” e quindi diventi esso stesso negatore di una democrazia che sia garante della libertà di tutti.
Questa contraddizione risulta clamorosa, a partire dagli sviluppi della rivoluzione iraniana, nei paesi islamici, dove partiti fondamentalisti si affermano in libere elezioni ma in nome di questo primato tendono a limitare le libertà. E, come è accaduto in Egitto (ma ancor prima in Algeria), quando queste libertà si vogliono tutelare l’intervento di forza contro i rappresentanti della maggioranza diventa esso stesso un fattore della loro limitazione.
La democrazia sembra, dopo la felice parentesi dei Trenta anni gloriosi in cui sono stati i principi delle costituzioni europee del secondo dopoguerra (come ha osservato Ferrajoli4), a segnare i confini entro cui il principio di maggioranza dovesse essere esercitato, tornare ai sui nodi irrisolti delle origini, di cui del resto la storia dei partiti di massa - che pure sono stati i principale strumento di affermazione dei regimi politici democratici del secondo dopoguerra – costituisce la dimostrazione più evidente5.

I mutamenti del lavoro
Per designare dunque la fase che si è aperta, dal punto di vista dell’evoluzione dei regimi politici, con l’affermarsi della rivoluzione neoconservatrice e neoliberista a partire dagli anni Settanta, appare particolarmente felice la definizione di “postdemocrazia” coniata da Colin Crouch6. La crisi delle democrazie di massa non si manifesta, cioè, attraverso il ritorno a regimi autoritari, ma attraverso la rottura di quel delicato equilibrio tra sovranità popolare, libertà individuali e diritti sociali realizzatosi soprattutto in Europa nel secondo dopoguerra. Quello che si sta affermando nel mondo, anche oltre i confini dell’Europa, - scambiato dagli apologeti della rivoluzione neoconservatrice come universalizzazione dei principi democratici - è la costruzione su scala globale di regimi “postdemocratici”. Anche se l’intreccio tra questa tendenza di lungo periodo e gli effetti sociali della crisi economica apertasi nel 2008 può produrre soprattutto in Europa, sulla scia dell’affermazione di tendenze populiste, esiti inquietanti.
Crouch individua tra le principali cause della crisi della democrazia di massa, affermatasi in Europa nel secondo dopoguerra, il processo di dissoluzione che nel quadro della svolta iniziata negli anni Settanta ha conosciuto la rappresentanza politica e sociale del mondo del lavoro. E nel corso di questi anni il dibattito a sinistra ha trovato punti di convergenza significativi nell’individuare nell’azione di smantellamento delle conquiste – sia dal punto di vista degli istituti dello Stato sociale che da quello dei diritti dei lavoratori – del periodo postbellico la ragione di questo indebolimento. Meno ci si è soffermati sulle cause che hanno reso il lavoro così indifeso di fronte a questo attacco. E anche quando le si è correttamente individuate nelle trasformazioni che il lavoro stava subendo nella fase aperta dalla nuova globalizzazione, che ha costituito la risposta del capitalismo alla crisi apertasi negli anni Settanta, a sinistra ci si è divisi tra chi ha ritenuto ineluttabili tali trasformazioni e chi si è arroccato nella mera difesa delle vecchie conquiste. È su questo terreno – per essa fondativo – che la sinistra europea ha subito lo scacco più cocente, e sconta da decenni un deficit di egemonia politica e culturale
Ora dovrebbe essere a sinistra evidente che, se alla origini della crisi che sta attraversando la democrazia politica vi è l’indebolimento della rappresentanza politica e sociale del mondo del lavoro7, non sarà possibile aprire un nuovo capitolo del suo sviluppo se non attraverso la ricostruzione di tale rappresentanza.
Si tratta, naturalmente, di indagare a fondo su come il lavoro sia cambiato nel corso di questi decenni, sia per quel che riguarda la sua organizzazione che il suo rapporto con il capitale. Da questo punto di vista non appaiono del tutto persuasive quelle analisi che individuano nei processi di finanziarizzazione che hanno portato alla crisi attuale8, e quindi in un presunto processo di autonomizzazione della riproduzione della ricchezza dalla produzione, la causa principale dell’indebolimento del ruolo del lavoro.
Contraddice questa interpretazione la nuova divisione internazionale del lavoro che sta emergendo dalla crisi in corso, nella quale industria e produzione manifatturiera stanno assumendo un’estensione effettivamente mondiale, e tale diventa (altro che scomparsa della classe operaia!) per la prima volta della storia il proletariato industriale.
Tali considerazioni ci debbono condurre a integrare la battaglia per i diritti del lavoro, quale fondamento di una nuova stagione della democrazia politica, con un’analisi aggiornata e approfondita di come sia mutata l’organizzazione del lavoro e i suoi rapporti con il capitale. Si tratta, cioè di indagare sull’originale intreccio che nel corso di questi decenni si è stabilito tra processi di digitalizzazione e informatizzazione del lavoro e forme di organizzazione del lavoro industriale che hanno portato al superamento della fabbrica fordista. Sia la precarizzazione del lavoro, che la digitalizzazione ha assecondato, che il toyotismo e le sue evoluzioni, che nel lavoro industriale hanno sostituito il modello fordista, hanno contribuito a rendere il rapporto di lavoro da seriale a individuale, ricostituendo su basi personali, invece che collettive, le forme di subordinazione del lavoratore al capitale.
Forme di competizione tra lavoratore e lavoratore tendono a sostituirsi alla solidarietà collettiva, così come forme di responsabilità personale verso l’azienda, in un quadro di totale subordinazione, tendono a sostituirsi a un sentimento di antagonismo e emancipazione.
Con la divisione internazionale del lavoro che si sta affermando dentro la crisi, che sta spostando l’asse dello sviluppo capitalistico fuori dai confini dell’Occidente, questi processi che riguardano l’organizzazione del lavoro s’inseriscono nel più ampio contesto di un possibile divorzio tra sviluppo del capitalismo e quel lungo processo di secolarizzazione che, a partire dal Seicento, ne ha sostenuto l’evoluzione. A ben vedere questo può essere lo scoglio contro cui l’evoluzione della democrazia, che di quel processo è figlia, può infrangersi definitivamente.
Insomma, ci sarebbe bisogno a sinistra per invertire le tendenze in atto di un’operazione culturale e politica, da condurre collettivamente, pari a quella tentata da Gramsci nella solitudine del carcere con Americanismo e fordismo, che avesse ad oggetto (per parafrasare l’autore dei Quaderni) il nesso “tra “Dispotismo asiatico, era digitale e toyotismo”, con la medesima ampiezza d’analisi delle connessioni e implicazioni, non solo sul piano della politica e delle istituzioni, ma anche su quello dei costumi e delle stesse trasformazioni antropologiche. Si pensi al mutare dei rapporti tra i sessi, o a quello tra le generazioni segnalato dal riemergere del lavoro minorile nei paesi emergenti e all’assenza di lavoro per i giovani nei paesi a capitalismo maturo. Oppure ai nuovi rapporti tra popoli, etnie e civilizzazioni che si mescolano legati ai processi migratori, o alle nuove dirompenti forme di concentrazione urbana che stanno avvenendo su scala mondiale. E non c’è dubbio che per tante ragioni l’Europa è la parte del mondo in cui questa partita per la sinistra può essere riaperta.
L’obiezione cui si presta una tale impostazione e i piani che essa propone è che, come diceva Keynes ai detrattori del riformismo, i suoi effetti si vedranno quando noi “saremo tutti morti”, che essi non ci forniscono gli strumenti per affrontare le urgenze drammatiche che la crisi impone. E non c’è dubbio che tocca alla politica trovare il nesso tra i compiti immediati, le prospettive a medio termine, e il mutamento di portata storica che è in atto. Ma è anche vero che l’aver rinunciato, dopo la fine del movimento operaio del Novecento, a interrogarsi sulla necessità di rinnovare i fondamenti ha contribuito a creare la situazione di stallo in cui da decenni la sinistra si trova, a smarrire la direzione di marcia e le ragioni del suo stesso esistere.

Critica marxista, 5, 2013

1 La crisi della democrazia, Franco Angeli Editore, Milano 1975.
2 Vedi il mio Le sinistre al governo in Europa negli anni ’80 e ’90, in Critica marxista, 5-6/2011
3 A. de Tocqueville, La democrazia in America, Einaudi Editore, Torino 2006.
4 Intervento di L. Ferrajoli al Forum di Sbilanciamoci del 7 settembre 2012, Oltre l’austerity. Le politiche per cambiare l’Italia e l’Europa.
5 Vedi il mio Cos’è stato il partito di massa. Riflessioni per l’oggi, in Alternative per il Socialismo, n. 28, ottobre 2013.
6 C. Crouch, Postdemocrazia, Editori Laterza, Roma-Bari 2003
7 Per l’analisi della crisi del sindacato vedi il numero di Alternative per il Socialismo, n.25, marzo-aprile 2013, e in particolare i contributi di G. Rinaldini e F. Garibaldo.
8 Vedi per tutti L. Gallino, Finanzcapitalismo, Einaudi Editore, Torino 2011.



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