Cos’è stato il partito di massa. Riflessioni per l’oggi

Alternative per il socialismo, 28, ottobre 2013

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“C’è un futuro per i partiti politici dopo la fine dei partiti di massa?”. Così iniziava un mio articolo pubblicato su Critica marxista nel 19971. Sono trascorsi sedici anni da allora e questa domanda resta ancora, nella sostanza, senza risposte. Anzi, complice la crisi sistemica che ha investito l’economia globale, e che per quello che un tempo eravamo soliti chiamare Occidente rischia di assumere i caratteri di una vera e propria crisi di civiltà, essa assume contorni sempre più complessi. Le condizioni del mondo, infatti, sono state rese più stringenti dagli squilibri inquietanti e irrisolti che attraversano la nostra epoca in perenne trasformazione, dai sommovimenti che attraversano il mondo islamico alla nuova divisione internazionale del lavoro che sembra emergere dalla crisi economica, al pericolo permanente di una guerra globale cui, oggi, l’evoluzione della crisi siriana ci pone di fronte.
Che il declino dei partiti di massa potesse rappresentare la fine del ruolo del partito politico tout court in una democrazia matura è stato uno degli assunti di alcune delle teorie neoliberiste e neoconservatrici che hanno avuto il sopravvento nei paesi a più antico sviluppo capitalistico a partire dalla fine della grande espansione economica del secondo dopoguerra. Ma anche a sinistra sono sorti via via seri dubbi sul fatto che il partito politico potesse avere un futuro e si è fatta strada la convinzione che il declino dei partiti di massa stesse a indicare l’esaurimento di quella funzione di mediazione tra società civile e istituzioni che, a partire dal sorgere delle democrazie liberali di fine Ottocento, è stata svolta dai partiti politici.
Per rimanere alla discussione in atto nel nostro Paese, sono stati Marco Revelli e Fausto Bertinotti (con argomenti e su piani non sempre coincidenti) a inoltrarsi più di ogni altro in questa direzione, spinti dall’acuta e fondata percezione della portata sistemica della crisi attuale. Revelli2 fa coincidere lo sviluppo e il declino del partito di massa, rispettivamente, con l’affermarsi di quei rapporti sociali modellati in termini seriali sull’organizzazione della produzione di tipo fordista e con il loro superamento. E l’alternativa che egli sembra indicare, quale nuova frontiera della democrazia, è quella di una sorta di autorganizzazione della società civile, oltre le forme tradizionali della rappresentanza, attraverso la costruzione orizzontale di rapporti a rete autorappresentativi. Bertinotti3 parte dall’assunto che, nella grande mutazione prodotta dalla vittoria del capitale su scala globale nel passaggio da un secolo all’altro, sia la stessa politica democratica ad aver cambiato di segno. Da strumento di emancipazione delle classi subalterne, o almeno di regolazione dei conflitti tra le parti, essa è diventata fattore di cooptazione e di omologazione dell’intera società al capitale. Solo se si esce dal “recinto” del rapporto tra società e istituzioni è possibile mantenere aperta una prospettiva di liberazione. Le manifestazioni di “rivolta” suscitate dall’incalzare della crisi globale che hanno segnato i conflitti più significativi di questi ultimi anni restano l’unica prospettiva aperta per almeno evocare un’alternativa allo stato delle cose presente.

Cos’è stato il partito di massa: un’analisi differenziata
Ma la questione sta davvero in questi termini? La crisi sistemica che ha investito il mondo al termine del “secolo breve” segna irreversibilmente la fine di ogni possibile mediazione in senso progressivo tra società e istituzioni, e quindi la fine dei partiti di massa sancisce l’esaurimento del ruolo del partito politico in quanto tale?
Per rispondere in maniera tendenzialmente compiuta a questo quesito, probabilmente, abbiamo bisogno di collocare i giudizi sull’ascesa e il declino dei partiti di massa nel secolo scorso, sviluppati sinora prevalentemente sul terreno delle scienze politiche e sociali, entro una prospettiva di carattere storico attraverso un’analisi differenziata dei processi che hanno caratterizzato la loro costituzione e funzione come anche la loro irreversibile crisi.
Scopriremmo così che l’affermarsi del partito di massa quale principale attore della politica del secolo scorso, il cui compito fondamentale è stato quello di inserire grandi masse sino allora escluse nella vita dello Stato, avviene attraverso processi contraddittori e tutt’altro che univoci. Esso è figlio da un lato dell’estensione progressiva del diritto di voto a tutti i cittadini ed è quindi attore principale dell’evoluzione dello Stato liberale ottocentesco in senso democratico, ma anche prodotto di quella svolta epocale costituita dalla prima guerra mondiale e dall’Ottobre, incubatori su sponde opposte di partiti di massa ispirati a ideologie totalitarie e di destra e dei partiti comunisti e del loro successivo sviluppo su scala mondiale.
Proprio l’Ottobre, e la formazione dei partiti comunisti che da esso deriva, sono forse l’esempio più clamoroso del percorso contraddittorio attraverso cui il partito di massa novecentesco viene ad affermarsi. A differenza dei partiti di massa di destra a vocazione totalitaria, d’ispirazione fascista, che nascono nel primo dopoguerra immediatamente come formazioni volte a occupare lo Stato in nome di classe medie che la guerra ha spinto a irrompere sulla scena politica, i partiti comunisti si pensano e si organizzano come formazioni “d’avanguardia”, così come l’Ottobre per tanti aspetti è insieme l’ultima rivoluzione dell’Ottocento, d’impianto e ispirazione giacobini, e il primo rivolgimento di massa del Novecento. Nelle condizioni della Russia del tempo la stessa classe operaia viene concepita come “avanguardia” e questo ruolo mantiene nella costruzione dello Stato sovietico4. È negli anni dello stalinismo, e poi nell’affermazione di questo modello di partito (in quanto partito unico e partito Stato) nell’Africa e nell’Asia postcoloniali del secondo dopoguerra (le cui forme sono sopravvissute sinora e si sono dissolte solo con la “primavera araba”), che quella formazione politica concepita come partito “di quadri” evolve verso forme di organizzazione di “un’avanguardia di massa”, tesa con una ramificazione organizzata dall’alto verso il basso a portare lo “Stato tra le masse” più che le masse nello Stato. L’unica grande eccezione è costituita nel campo comunista dal “partito nuovo” togliattiano e, per certi aspetti, dal Partito comunista cinese.
Come si vede da questa sommaria ricostruzione appare evidente che il problema cruciale nel processo complesso di affermazione del partito di massa nel Novecento è il suo controverso e ambiguo rapporto con la democrazia e il suo sviluppo. Da questo punto di vista costituisce una felice eccezione l’affermazione dei partiti di massa nell’Europa occidentale nel secondo dopoguerra in quelli che sono stati definiti i Trenta anni gloriosi, nel rapporto virtuoso che in essi si è stabilito tra partiti, istituzioni democratiche e sindacati nel processo di costruzione degli Stati sociali.
Ma anche se circoscriviamo la nostra attenzione a quest’aspetto dell’evoluzione complessiva del partito di massa del Novecento, relativo all’Europa occidentale del secondo dopoguerra, da un punto di vista diacronico ci troviamo comunque di fronte a un percorso incerto e accidentato. In Francia, ad esempio, questa esperienza entra precocemente in crisi sin dal 1957 con l’avvento del gollismo. E l’affermarsi di conseguenza in quel paese del regime presidenziale tuttora vigente fu l’anticipazione di quella crisi della democrazia rappresentativa, sull’altare della stabilità e della democrazia “governante”, che costituisce uno degli aspetti dell’involuzione successiva di tutti i sistemi politici europei. Fino alle soglie degli anni Ottanta, poi i regimi politici democratici fondati sul ruolo dei partiti di massa in Europa convivono non solo con le democrazie popolari ad Est, ma con il perdurare o con il ritorno di regimi autoritari, in Portogallo Spagna e Grecia. Insomma la loro affermazione appare nella sostanza circoscritta ai paesi a più alto sviluppo.
Se guardiamo poi alla sinistra in Europa, i modelli di partito e i loro rapporti con la società sono molto diversi da paese a paese. In Francia, Spagna, Grecia e Portogallo i partiti socialisti si formano tutti ex novo tra gli anni Sessanta e gli anni Settanta (e il Psi di Craxi nella sua scelta di discontinuità con la tradizione del socialismo italiano si colloca lungo questa scia). Questi nuovi partiti socialisti sotto certi aspetti, sin dalla loro formazione, anticipano quell’evoluzione in direzione del partito di opinione che caratterizzerà per tanti aspetti la crisi del partito di massa alla fine del secolo nella generalità dei paesi europei. In Inghilterra e in Germania, come nei paesi scandinavi, invece, il carattere di massa dei partiti socialdemocratici e laburisti è garantito da un rapporto neocorporativo instaurato con il sindacato. Ciò ha aiutato a conferire una particolare solidità al processo di costruzione dello Stato sociale in questi paesi. Ma è proprio in Inghilterra e in Germania, con Blair e Schroeder, che attraverso la rottura o il ridimensionamento del rapporto con il sindacato (ciò che alcuni hanno voluto chiamare il “social-liberismo” degli anni Novanta) passa la mutazione di quei partiti e del carattere di massa che li aveva contraddistinti a partire dalla fase della ricostruzione postbellica5.

Il caso italiano
Dopo quella francese del 1957 la crisi più acuta dei partiti di massa avvenuta sul piano nazionale è stata quella italiana, consumatasi nel biennio 1992-94. Essa è stata la più violenta e traumatica, a fronte di altri processi che hanno portato senza soluzione di continuità a una graduale trasformazione, come in Germania e in Gran Bretagna, dei partiti esistenti. Dei partiti della cosiddetta Prima Repubblica, architravi della democrazia postfascista6, sono diventati improponibili persino i nomi. E ciò per diverse ragioni, e soprattutto per l’effetto convergente del crollo del sistema del socialismo reale, che ha travolto nella sua rovina il principale partito comunista dell’Occidente, e di Tangentopoli che scoperchiò quella “questione morale”, sintomo di una crisi di sistema politico che Enrico Berlinguer precocemente intuì, che poi ha segnato l’intero ventennio che ne è seguito.
Ma le ragioni della debolezza intrinseca della democrazia italiana stanno, tuttavia, in nodi irrisolti inerenti alla costruzione di quegli stessi partiti che per un altro verso furono un eccezionale fattore di forza dell’assetto democratico dell’Italia post-fascista. Mi riferisco a quel complesso di fenomeni e di relazioni che Franco De Felice7 ha sistemato entro le categorie interpretative della “doppia lealtà” e del “doppio Stato”, che costituiscono la forma storicamente determinata per l’Italia del quel rapporto ambiguo con la democrazia che stiamo cercando di ricostruire su un piano più generale.
La crisi è stata profonda e senza ritorno. Ai vecchi partiti si sono sostituiti partiti “personali”, di cui Forza Italia e poi il Pdl sono l’espressione più compiuta, il Movimento5Stelle la forma più estrema (ma anche Rifondazione comunista lo è stato per certi aspetti, e lo è certamente Sel), oppure formazioni politiche “aideologiche”, di cui il Pd è la manifestazione piena ma anche la testimonianza della loro intrinseca fragilità.
A differenza della Francia gollista che trova subito un assetto istituzionale stabile che la proietta, precocemente, oltre il regime politico democratico fondato sui partiti di massa e sul principio della rappresentanza, l’Italia della seconda Repubblica si avviluppa per venti anni in una crisi mai risolta. Tutti i tentativi di mettere mano agli assetti istituzionali secondo i precetti della “democrazia governante”, a partire dalla Bicamerale diretta da D’Alema, falliscono miseramente. La destra italiana guidata da Berlusconi, più che tendere a un nuovo ordine, sia pure di stampo autoritario, sembra essersi orientata a mantenere in vita uno stato di precarietà che mette in permanente fibrillazione gli assetti democratici, lasciando spazio all’occupazione privata di spazi pubblici di una classe dirigente che concede a se stessa ampi margini di discrezionalità e di arbitrio. La storia della Seconda Repubblica è quella di una crisi irrisolta, a cui corrisponde un declino progressivo del Paese su tutti i piani, dall’economia a quello del senso civico e dell’identità nazionale. Tale crisi, che tende a colpire al cuore le stesse prerogative dello Stato di diritto, dopo la condanna in Cassazione di Berlusconi, è solo l’epilogo di una transizione mai compiuta nel corso di venti anni e di un vero e proprio collasso del “sistema Paese”. Da molteplici punti di vista. Solo questo, del resto, riesce a spiegare la sconcertante tenuta del consenso di una parte ampia dell’elettorato verso una classe dirigente di destra, ostaggio, non solo di Berlusconi, ma del manipolo di delinquenti abituali che lo circonda.

Come cambia il lavoro nel mondo globale
È quindi del tutto legittimo, soprattutto se si guarda alla crisi e al declino dei partiti di massa, e al loro esito, a partire dalla situazione italiana, ipotizzare che non ci sia un futuro per i partiti. Ogni loro evoluzione sembra imboccare vicoli ciechi e riprodurre fattori di crisi che si riflettono sulla tenuta del sistema democratico nel suo complesso. Eppure, se il tallone d’Achille dell’esperienza del partito di massa novecentesco è stato, come abbiamo cercato di argomentare, il suo ambiguo rapporto con la democrazia, è da quest’ultima e dal suo sviluppo che bisogna ripartire. Si può dire, in estrema sintesi, che essa nel suo concreto divenire storico non è mai giunta a porre il tema di quel rovesciamento, per dirla con Gramsci, del rapporto tra “governati” e “governanti”, che potrebbe essere il fattore costitutivo di una sua nuova stagione e di un suo ulteriore sviluppo.
Ma se il problema è aprire un nuovo capitolo dello sviluppo della democrazia politica, non è possibile considerare irreversibilmente superati il rapporto tra società e istituzioni e gli strumenti per realizzarlo. Si tratta invece di ripensarli dalle fondamenta.
È qui che il ruolo dei partiti politici rientra in campo, essendo essi, appunto, i principali artefici del rapporto organizzato tra società e istituzioni. E poiché la società è costituita dal complesso dei rapporti che i diversi attori sociali hanno tra di loro è probabilmente un bene che i partiti tornino a essere “parte”, nomenclatura delle classi sociali fondamentali in campo, se vogliono sfuggire al triste destino di essere canale di riproduzione di ceti politici sostanzialmente autoreferenziali.
È in questa prospettiva che ricostruzione della sinistra (intendendo quest’ultima essenzialmente come rappresentanza politica del mondo del lavoro), futuro dei partiti politici e apertura di un nuovo capitolo nello sviluppo della democrazia possono diventare aspetti tra loro correlati e fondativi di una nuova fase storica.
Il lavoro e la costruzione della sua rappresentanza, che già sono stati il principale fattore del processo che ha segnato l’evoluzione dei sistemi politici del secolo scorso attraverso la funzione del partito di massa, possono a maggior ragione oggi essere la leva per la costruzione di un nuovo capitolo della storia della democrazia politica. È, ad esempio, per tornare alla discussione in corso in Italia, la sottovalutazione di questo aspetto (della centralità del fatto che il lavoro torni a "farsi partito"), che rischia di rendere impotenti gli sforzi, pur generosi, che da Fabrizio Barca a Goffredo Bettini8 costellano il dibattito interno del Pd e vanno nella direzione di una riforma del sistema politico attraverso la fondazione di un modo nuovo di essere partito.
È mia opinione che, a differenza di quanto da molte parti anche a sinistra si sostiene, nel capitalismo globalizzato contemporaneo il ruolo del lavoro è centrale come non lo è mai stato nella storia di questa formazione economico-sociale. Se, parafrasando Marx, ci applicassimo a fare l’anatomia dei fenomeni legati ai processi di finanziarizzazione che dominano il mondo attuale, scopriremmo che è l’universalizzazione delle forme del lavoro moderno, frutto dell’estensione dei rapporti capitalistici di produzione su scala mondiale, il fattore portante del tempo presente.
E questo sotto due aspetti. Il primo riguarda il fatto che per la prima volta nella storia del mondo l’estensione del lavoro manifatturiero legato alla produzione industriale ha assunto una dimensione effettivamente mondiale. E l’obiettivo della sua emancipazione universale, che è sempre stato l’elemento costitutivo della sinistra moderna, ha per la prima volta nella storia dell'umanità un orizzonte di riferimento storicamente fondato nella costituzione materiale dei rapporti sociali su scala globale. Il secondo è relativo al fatto che la globalizzazione in atto e l'affacciarsi di nuovi attori, a partire dalla Cina, protagonisti dello sviluppo capitalistico hanno tagliato alla radice il rapporto tra capitale e civilizzazione occidentale nato con la Riforma protestante e il processo di secolarizzazione che ne è seguito. Sin nel cuore dell’organizzazione del lavoro industriale, a partire dall’affermarsi del toyotismo, forme di dispotismo e di paternalismo asiatici si sono sostituiti allo storico rapporto tra capitale e civilizzazione occidentale. E la precarietà del lavoro, che colpisce soprattutto le giovani generazioni, costituisce l’altra faccia di questo stesso fenomeno.
Questo muta radicalmente la prospettiva entro cui ricollocare la lotta per la liberazione del lavoro nel tempo presente. Sino al secolo scorso l'emancipazione del lavoro dalle proprie catene è avvenuta attraverso il tentativo di realizzare fino in fondo, di rendere nei rapporti sociali effettivamente operanti, quei valori e quei principi nati nel quadro dei rapporti tra il capitale e i processi di civilizzazione che hanno modellato le nostre società. La fonte che ha alimentato, quindi, la lotta per la liberazione del lavoro è stata storicamente sovradeterminata dai rapporti che il suo antagonista, il capitale, ha instaurato con i processi di incivilimento della parte del mondo in cui siamo collocati, e in cui il capitalismo è sorto.
Ora, nel mondo segnato dai processi di globalizzazione, le cose non stanno più in questi termini. Di fronte alle tendenze del capitalismo attuale, al carattere dispotico che il capitale assume anche in connessione ai caratteri propri del processo di finanziarizzazione, solo mettendo il lavoro e la lotta per la sua liberazione al centro dello costruzione di un nuovo ciclo di civilizzazione, sarà possibile rimettere in campo quei valori - di libertà, uguaglianza, solidarietà, alimentati dall'apertura di una nuova stagione del pensiero critico - capaci di indicare una prospettiva positiva per l'umanità. Cercando di evitare, così, che le contraddizioni attuali sfocino irreversibilmente in quello "scontro di civiltà" che i fondamentalismi diversi e opposti che oggi dominano la scena mondiale alimentano.

La Costituzione italiana e la democrazia del futuro
Per ritornare in conclusione all’Italia, se il processo di ricostruzione della sinistra si colloca in questa prospettiva possiamo meglio comprendere come la battaglia in corso per la difesa dei principi della nostra Costituzione può essere un contributo all'apertura di un nuovo ciclo che supera i confini nazionali e può riguardare almeno l'Europa. Vi sono infatti nella nostra Carta costituzionale valori e principi, preziosi giacimenti di cultura politica e istituzionale, che parlano più di ogni altra Carta esistente ai problemi dell'oggi. Essi parlano cioè non al passato ma al futuro della democrazia.
Il fatto che alla sua formulazione, oltre che liberali e socialisti, abbiano concorso quell’originale fenomeno di cultura politica costituito da comunismo italiano e il personalismo cattolico, accomunati tutti dalla comune matrice antifascista, fa della Carta fondamentale del nostro Paese un complesso di idee, di principi e di norme che vanno ben oltre la costruzione dei sistemi politici che in Europa hanno caratterizzato il secondo dopoguerra e i Trenta anni gloriosi. Essa parla dunque all’oggi, e almeno su scala europea la lotta per la sua difesa e la sua attuazione in Italia può diventare un capitolo della battaglia per un diverso e alternativo assetto sovranazionale a quello attualmente esistente.

Alternative per il socialismo, 28, ottobre 2013

1 Attori sociali e processi politici, in Critica marxista, 5-6, 1997, ora in P. Di Siena, Controcorrente. Dalla svolta dell’89 al partito democratico, Calice Editori, Rionero in Vulture 2005.
2 Finale di partito, Einaudi, Torino 2012.
3 Vedi soprattutto Far saltare il recinto autoritario. La rivolta come opportunità, in Alternative per il socialismo, 18, 2011.
4 Rita di Leo, L’esperimento profano. Dal capitalismo al socialismo e viceversa, Ediesse, Roma 2012.
5 Per una ricostruzione sintetica del ruolo dei partiti socialisti nella seconda metà del secolo scorso vedi il mio Le sinistre al governo in Europa negli anni ’80 e ’90, in Critica marxista, 5-6, 2011.
6 P. Scoppola, La Repubblica dei partiti, Il Mulino, Bologna 1991. Per ricostruzioni più recenti sulla crisi della Prima Repubblica vedi G. Crainz, Autobiografia di una Repubblica, Donzelli Editore, Roma 2009, e S. Lupo, Antipartiti, Donzelli Editore, Roma 2013.
7 F. De Felice, Doppia lealtà e doppio Stato, in Studi storici, 3,1989.
8 F. Barca, Un partito nuovo per un buon governo, aprile 2013; G. Bettini, Oltre i partiti, Marsilio Editore, Padova 2011.



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