Le sinistre al governo in europa negli anni ’80 e ’90

Critica marxista, 5-6, 2011

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Se si fa eccezione per la Svezia, dove la socialdemocrazia si insedia stabilmente al governo del paese sin dagli anni ’30, e per il Regno Unito che sin dall’immediato dopoguerra, nel 1945, conosce un alternarsi di governi conservatori e laburisti in un quadro tuttavia di relativa instabilità politica sino alla vittoria della Thatcher, nei paesi che costituiscono la spina dorsale dell’Europa – Germania e Francia – gli anni ’70 e ’80 costituiscono il periodo in cui i partiti della sinistra europea diventano compiutamente forza di governo.
Si tratta di una fase, aperta in Germania dal cancellierato Brandt nel 1969, che continua dopo il 1974, quando Brandt è costretto a ritirarsi, con Helmut Schimdt e si protrae sin nel cuore degli anni ’80 con la vittoria nel 1981 alle presidenziali francesi di François Mittterrand e con il ritorno dei socialdemocratici svedesi alla guida del loro paese dopo un breve intervallo.
In Italia, dove il Pci, a differenza che negli altri paesi europei, aveva vinto la competizione con i socialisti per la supremazia nell’elettorato di sinistra, la proposta comunista del “compromesso storico” e la linea politica della “alternativa di sinistra” sancita dal Psi al congresso di Torino nel 1978 sono le modalità, diverse e contrapposte, con cui la sinistra si confronta con il tema del governo. Gli anni ’70 sono anche gli anni in cui si disgregano, dalla Spagna al Portogallo alla Grecia, gli ultimi regimi autoritari d’Europa di antica e recente formazione. E nel processo di ricostruzione dei partiti democratici sono i socialisti a conquistare la maggioranza dei consensi degli elettori di sinistra anche in presenza di partiti comunisti che avevano rivestito un ruolo non secondario negli anni della clandestinità. Anche in quei paesi dunque si gettano le basi per un’alternanza di governo tra destra e sinistra. E nasce quel “socialismo mediterraneo” che negli anni ’80 fa ora riferimento a Craxi, ora a Mitterrand.

Lo Stato sociale: apogeo e crisi
Non è un caso che questa marcia verso il governo avvenga negli anni della più completa maturazione di quel modello sociale europeo che a partire dal secondo dopoguerra rappresenta il punto più alto di compromesso tra capitale e lavoro che la storia delle società contemporanee a capitalismo maturo abbia mai conosciuto. Il percorso è lungo e affonda nella seconda metà degli anni ’50, agli inizi di quella impetuosa espansione economica che sta alla base del compromesso sociale dei «trent’anni gloriosi».
Bad Godesberg è del 1959. Alla fine degli anni ’50 in Francia con l’avvento del gollismo inizia anche quel processo di riorganizzazione e unificazione della sinistra francese che porterà nel 1971 alla nascita del Partito socialista. Anche la svolta dell’VIII Congresso del Pci nel 1956 e l’avvicinamento del Psi all’area di governo che avviene in quegli stessi anni possono, per certi aspetti, essere letti come l’evoluzione di una sinistra che si attrezza al governo sotto la spinta delle trasformazioni prodotte da un ciclo espansivo dell’economia che si rivelerà particolarmente stabile e duraturo.
Comunque, negli anni ’70, i partiti socialisti, agli occhi dell’elettorato e, socialmente, di quelle classi medie implementate dai processi di crescita e modernizzazione, appaiono come la garanzia più forte per avviare un processo di consolidamento delle conquiste sociali, del sistema delle relazioni sindacali, delle libertà civili affermatesi nella grande fase di crescita postbellica, per intenderci quella fase nota in Italia come “miracolo economico”.
E in effetti gli anni ’70, anche per impulso dei movimenti del ’68, sono un po’ dappertutto in Europa gli anni di maggiore espansione delle conquiste dello Stato sociale. Il Welfare anche negli Stati a tradizione “lavorista” tende a universalizzarsi e a diventare da strumento di protezione sociale principio costitutivo della cittadinanza. Anche in Italia gli anni ’70, spesso ridotti dalla pubblicistica corrente all’esclusiva dimensione degli “anni di piombo”, sono questo. Statuto dei lavoratori, riforma sanitaria, quella delle pensioni, dispiegamento completo di moderne relazioni industriali e unità sindacale sono i capisaldi delle relazioni nuove tra capitale e lavoro, cui si coniugano importanti conquiste civili, dalla legge Basaglia al divorzio e all’aborto.
Il problema è, tuttavia, che proprio quando il welfare conosce la sua massima espansione in Europa e la sinistra assume responsabilità di governo, come in Germania, o compete fattivamente per assumerne come in Francia, le basi economiche che avevano consentito quegli equilibri sociali e quelle conquiste che avevano supportato la marcia delle sinistre verso il governo tendono repentinamente a mutare. Vi è anche la reazione delle classi dominanti su scala mondiale al movimento di rivolta rappresentato dal ’68, ma vi è soprattutto il fatto che l’impetuoso sviluppo degli anni precedenti incomincia a segnare il passo e lo scenario economico tende rapidamente a mutare.
Dei primi anni Settanta è la crisi petrolifera che introduce un’inversione di tendenza rispetto al periodo precedente tra costo delle materie prime e processo di accumulazione. Nel 1971 Nixon sancisce la fine della convertibilità tra dollaro e oro stabilita a Bretton Woods aprendo la strada a quella potestà dei mercati finanziari sulla moneta di cui oggi vediamo gli esiti drammatici. Nel corso del decennio ’70, inoltre, con il diminuire dei tassi di crescita, incomincia a diventare una priorità dell’agenda politica e economica (allora insieme all’inflazione collegata per la prima volta a fenomeni di stagnazione dell’economia reale) il problema del debito pubblico di diversi paesi, che esploderà con tutta evidenza alla fine degli anni ’80 sino al pericolo di un esito catastrofico per paesi importanti a cominciare dall’Italia.

La teoria del “centro”
Dunque negli anni ’70, soprattutto in Germania, il problema di fronte al quale si trova la socialdemocrazia è come conciliare il consolidamento del welfare, in nome del quale era giunta alla guida del paese, con una situazione economica in mutamento. Il repentino abbandono da parte di Brandt nel 1974 della guida del governo, causato da un gravissimo incidente internazionale (si scoprì che il suo segretario era una spia della Ddr) non avrebbe avuto conseguenze così drastiche e senza ritorno se non vi fosse stato il fatto che la socialdemocrazia era costretta a cambiare passo e prendere atto di un mutamento di fase. Si trattava di governare entro compatibilità economiche dettate dalla congiuntura internazionale nella quale incominciavano a delinearsi quegli assetti che la rivoluzione neoconservatrice a partire dagli anni ’80 avrebbe poi imposto con inedita determinazione. A conferma di queste difficoltà
negli anni ’70 la socialdemocrazia svedese perde il suo ruolo di governo ormai pluridecennale per riprenderlo poi negli anni ’80. È il segno di una difficoltà a mantenere in vita l’originalità dell’esperienza svedese nel quadro di una società aperta in cui però mutavano i fondamentali dei rapporti economici impostisi all’indomani della seconda guerra mondiale.
È in questa prospettiva che Schimdt elabora la teoria, poi ripresa da Schroeder negli anni ’90, che la collocazione della socialdemocrazia debba essere al “centro” dello schieramento politico. E se la sua azione di governo ha il merito di iniziare a attrezzare la Germania a fronteggiare la ristrutturazione dell’economia mondiale che incomincia a dispiegarsi negli anni ’80 attraverso la scelta dell’innovazione tecnologica e di una competitività orientata alle esportazioni nei segmenti alti della produzione manifatturiera, cosa che fa ancora oggi della Germania il paese forte dell’Europa, essa provoca comunque un sia pur relativo scollamento tra movimento operaio tedesco e sua espressione politica.
Tale presa di distanze non giunge sino al carattere estremo che assume in Inghilterra, dove il vecchio Labour perisce con la sconfitta del sindacato dopo la lunga vertenza dei lavoratori delle miniere, o in Francia, dove al successo politico del Ps corrisponde un indebolimento del ruolo del movimento sindacale, né ovviamente il carattere di contrapposizione frontale come avviene in Italia tra il Psi di Craxi e il maggior sindacato, e il maggior partito di opposizione, a partire dalla vicenda della scala mobile. Tuttavia esiste e non è indifferente alla sconfitta elettorale della seconda metà degli anni ’80.

Il tentativo socialista
La ragione di questa difficoltà a fronteggiare il mutamento di rotta che investe l’economia mondiale a partire dai primi anni ’70 sta nel fatto che se la sinistra europea è protagonista e artefice delle conseguenze sociali e civili (insomma della costruzione dello Stato sociale) della lunga fase espansiva che segue alla seconda guerra mondiale, essa tuttavia era stata estranea alla determinazione delle fondamenta economiche e del quadro geopolitico entro cui la grande fase espansiva postbellica si era affermata. E quindi al loro mutare essa era priva degli strumenti per intervenire e fronteggiare le trasformazioni che si producevano nelle relazioni economiche dell’Europa nel contesto mondiale e sulle scelte di fondo delle classi dominanti europee.
La fase espansiva del dopoguerra, che come abbiamo detto aveva creato le condizioni per l’ascesa al governo delle socialdemocrazie, aveva alla sua base un rapporto tra Europa e Stati Uniti uscito saldissimo dal secondo conflitto mondiale. Ciò aveva contribuito a rendere interdipendenti i caratteri del capitalismo su ambedue le sponde dell’Atlantico attraverso anche la comune contrapposizione al mondo del “socialismo reale” e alla ricostruzione su nuove basi di un rapporto di tipo neocoloniale con i paesi in ritardo nello sviluppo o in via di sviluppo. Il movimento operaio europeo non è un protagonista a pieno titolo – né sotto forma di soggetto costituente né sotto forma conflittuale – di questo assetto e quindi non è pienamente in grado di intervenire sulla sua evoluzione e trasformazione né da una postazione di governo né dall’opposizione.
Non si può dire tuttavia che non vi siano stati tentativi da parte di settori della socialdemocrazia al governo di intervenire sul corso delle cose per influire sul mutamento di fase che parte dagli anni ’70. La Oestpolitik di Brandt, il terzomondismo di Olof Palme, la reinterpretazione della grandeur gollista in chiave socialista di Mitterrand che cosa sono se non tentativi di reimpostare su altre basi il rapporto tra Usa e Europa che era stato la chiave di volta degli assetti mondiali dei decenni precedenti?
E sul piano interno che cosa sono il programma comune tra socialisti e comunisti con cui Mitterrand vince le elezioni del 1981 e il piano Meidner della socialdemocrazia svedese negli anni ’80 se non il tentativo di portare il riformismo socialista a intervenire incisivamente sugli assetti economici e sociali dati, ben oltre la gestione e il consolidamento delle conquiste del welfare? Ma l’una e l’altra esperienza s’infrangono, la prima nelle secche della “coabitazione” tra presidente socialista e maggioranza parlamentare e governo di destra, la seconda con l’assassinio di Palme per poi dissolversi di fronte ai problemi nuovi che nascono per la Svezia con l’adesione all’Unione europea.

Globalizzazione e neoliberismo
Di fronte a queste difficoltà insormontabili i governi socialisti lasciano il passo a compagini conservatrici più organiche, per composizione e orientamento, agli indirizzi della rivoluzione neoliberista che investe l’Europa nel corso degli anni ’80.
Sembrava, allora, che il ciclo del governo si fosse definitivamente chiuso per la sinistra europea per un periodo indefinito a causa proprio delle tendenze di lungo periodo in atto nel capitalismo mondiale. I fatti hanno dimostrato come questa previsione fosse infondata, e a metà degli anni ’90 15 su 17 paesi dell’Unione europea erano retti da governi di sinistra e di centrosinistra. È del tutto evidente che i costi sociali del ciclo neoconservatore e della saldatura tra le sue componenti economiche sociali e politiche sono apparsi agli occhi dell’elettorato troppo elevati se nel giro di meno di un decennio il pendolo dei consensi elettorali si orienta in Europa di nuovo a sinistra.
Ma ciò avviene in un’Europa che non è più quella degli anni ’80. Di mezzo ci sono il crollo dell’Unione Sovietica e dei regimi dei paesi dell’Europa dell’Est, l’unificazione della Germania, i primi passi sulla via dello sviluppo dei paesi emergenti. La sinistra ritorna al governo nella stragrande maggioranza dei paesi europei attraverso una drastica e netta presa d’atto della portata di questi cambiamenti. Ma anche con un atteggiamento di forte sudditanza verso di essi. La stagione dei governi di sinistra degli anni ’90 è anche quella delle fortune del socialiberismo. Quello della globalizzazione neoconservatrice diventa l’orizzonte indiscutibile da cui la sinistra degli anni ’90 al governo non sa prescindere. La globalizzazione viene vissuta come un’opportunità più che come un problema.Mentre sono le organizzazioni sindacali dei lavoratori a essere un vincolo di cui bisogna liberarsi per assolvere senza impacci alla propria funzione di governo. Riferimento sociale della sinistra diventano le classi medie prodotte dall’innovazione che investe i campi della produzione e dei servizi. L’assunzione di questo orizzonte è l’unica opportunità, secondo la quasi totalità dei governanti di sinistra di allora, per attutire gli effetti delle politiche neoliberiste e il loro impatto sociale devastante. Equità, parola tornata in auge in questo periodo, prende il posto di eguaglianza.
Naturalmente in questa rappresentazione della sinistra al governo degli anni ’90 bisogna tener conto delle differenze che pur ci sono state. Tra la “terza via” di Blair teorizzata di Giddens e le esperienze dell’Ulivo in Italia vi sono differenze, come ve ne sono fra l’esperienza inglese e quella del “Nuovo Centro” di Schroeder, nonostante il forte valore simbolico costituito dal messaggio comune contenuto nel Manifesto firmato insieme dai leader tedesco e inglese con l’ambizione di tracciare le linee fondamentali della nuova stagione della socialdemocrazia europea. In Germania non ci arriva mai alla rottura completa con il sindacato, come avviene invece per il New Labour in Gran Bretagna. Poi, senza dubbio, una scelta in controtendenza con questi orientamenti è quella fatta dal governo Jospin in Francia in direzione della riduzione dell’orario di lavoro settimanale a 35 ore. Decisivo, inoltre, è il contributo dei governi di sinistra all’accelerazione dell’integrazione europea e alla nascita dell’euro. Essenziale a questo fine, per l’Italia, la scelta del governo Prodi e di quelli che gli sono succeduti sino al 2001. È anche giusto non dimenticare il ruolo svolto in quegli anni dal socialismo europeo, innanzitutto attraverso l’operato di Jacques Delors, alla formazione di una rinnovata coscienza europeista. Ma la sostanziale subalternità all’impostazione monetarista del Trattato di Maastricht fu pressoché totale e oggi se ne vedono le conseguenze.
L’elemento unificante di queste esperienze di governo è che l’orizzonte della globalizzazione in atto è assunto come immodificabile. Governare la globalizzazione, e esserne da sinistra attori, diventa la parola d’ordine di quegli anni, proprio mentre ne diventavano sempre più evidenti i limiti e le contraddizioni insanabili e iniziano a crescere, a partire da Seattle, movimenti che ne contrastano le logiche.
Certamente a determinare questa sostanziale subalternità della sinistra europea al governo all’egemonia del “pensiero unico” ha contribuito anche la dissoluzione di quella particolare struttura del mondo che ha caratterizzato l’intero Novecento, segnata dalla funzione antagonistica del movimento comunista e del sistema di Stati che, in particolare dopo il secondo conflitto mondiale, da esso è scaturito. Tuttavia, è con la presidenza Clinton negli Stati Uniti che sembrano crearsi le condizioni sul piano mondiale perché la sinistra possa ambire a ricoprire un ruolo di primo piano nel governo della globalizzazione.
La parola d’ordine dell’Ulivo mondiale, e il summit di Firenze del 1999 che ne avrebbe dovuto vedere la nascita, è la testimonianza più evidente di una tale ambizione. A ciò si coniuga l’aspirazione a essere il soggetto politico che porta a compimento la trasformazione dei valori dell’Occidente in valori universali. Guerra umanitaria, esportazione della democrazia e della libertà attraverso il ricorso alle armi, sono la nuova frontiera. Il combinato disposto di una tale aspirazione, in un mondo in cui la globalizzazione lungi dal segnare il primato dell’Occidente incomincia a segnalarne il declino, con la necessità di avere il controllo di flussi di materie prime sempre più scarse e costose, fa della prospettiva dell’Ulivo mondiale una scelta che porta alla guerra. E la guerra per il Kossovo ne è il corollario.
Alla fine del secolo la sinistra europea sembra nella sua parte maggioritaria ricadere nel vicolo cieco in cui era caduta ai suoi inizi, alla vigilia della prima guerra mondiale, quello dell’ineluttabilità della guerra come strumento di realizzazione di un ordine mondiale auspicabile. Non bisogna, ovviamente, trascurare le differenze tra il ricorso alla guerra sotto la presidenza Clinton e la teoria e la pratica della guerra permanente di Bush e dei neocons americani. Ma la guerra resta guerra. E l’esserne stati tra gli artefici più o meno zelanti, o più o meno riluttanti, credo che abbia avuto la sua parte nella più o meno rapida dissoluzione agli inizi del nuovo secolo di questa seconda fase delle esperienze di governo della sinistra europea.

La posta in gioco
Alla fine del ciclo delle esperienze di governo degli anni ’70 e ’80 un’altra via sembrava possibile per la socialdemocrazia. Abbiamo già detto del piano Meidner. Ma anche la socialdemocrazia tedesca sotto la direzione di Lafontaine e Glotz sembra prendere un’altra strada, quella dell’alternativa pacifista e ambientalista. E mai come in quegli anni le posizioni del Pci, della Spd e della socialdemocrazia svedese sono sembrate così convergenti. Crescono i Verdi, l’influenza del femminismo sulle culture della sinistra, i movimenti no global e una sinistra alternativa che in qualche occasione ha anche raccolto successi elettorali e in altre cocenti rovesci.
Le domande oggi sono: possono queste esperienze concorrere a una nuova cultura di governo della sinistra europea e convergere con i segnali di ripensamento che stanno attraversando le socialdemocrazie europee? E quale lezione bisogna trarre per l’oggi dalle esperienze dei decenni passati?
Da questa rapida ricostruzione dell’ultimo trentennio del Novecento si può desumere che il limite invalicabile nelle esperienze di governo della socialdemocrazia europea sta nell’impossibilità di concorrere alla trasformazione del modello economico che sta alla base dei rapporti sociali esistenti. E di averne subito le logiche, sia pure in modo diverso, in ambedue le fasi di governo della sinistra in Europa, nonostante la carica riformatrice che il pensiero socialista europeo in tante sue componenti (da Palme a Brandt, a Lombardi per guardare all’Italia) ha saputo esprimere.
L’interrogativo è se oggi la crisi, sul tema del rapporto tra sinistra e governo, ci ponga di fronte a un mutamento di prospettiva. Il carattere sistemico della crisi in atto, che richiede per una sua soluzione una trasformazione profonda nei rapporti tra economia reale e finanza, nei meccanismi dell’accumulazione, del cosa e come produrre, probabilmente colloca in un orizzonte radicalmente diverso dal passato il tema di come la sinistra debba rapportarsi alla questione del governo. Soprattutto in Europa sembra evidente che, nel corso della crisi, o si riesce a indicare la strada per arrivare a un nuovo modello di sviluppo ecologicamente sostenibile, oppure di fronte alle sfide della nuova divisione internazionale del lavoro il declino appare inevitabile.
La posta in gioco è la stessa civilizzazione europea e un nuovo assetto economico e sociale, lungi da essere solo una nostra aspirazione, diventa in un certo senso – si sarebbe detto una volta – una necessità storica. D’altronde le borghesie europee dovranno pure prenderne atto, se non vogliono che la difesa del ruolo dominante che esercitano nel Vecchio Continente non diventi la causa della rovina di tutti.
La domanda che s’impone è: può il lavoro diventare il principale attore di questa sfida e essere il protagonista, in Europa, di un nuovo compromesso con il capitale a parti invertite, in cui cioè sia il lavoro a esercitare quell’egemonia che in ultima istanza nel secolo scorso ha invece esercitato il capitale? È in questa prospettiva che, a mio parere va indagata la possibilità di ristabilire un nesso tra sinistra e governo in un quadro in cui la dimensione sovranazionale e europea diventi il terreno su cui misurarsi.
Come si vede la sfida è ardua. Quasi un azzardo. E perciò il tema è controverso. Ma se non la si affronta mi sembra difficile che la sinistra possa uscire dalla situazione di minorità che l’affligge nell’epoca che stiamo vivendo. E bisogna farlo prima che questa diventi irreversibile
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Critica marxista, 5-6, 2011

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