La via americana 

1. Quando Romano Prodi lanciò, prima delle ferie, la sua proposta di una lista unica dell'Ulivo alle europee, furono in pochi a prenderla sul serio come invece avrebbe meritato. L'opinione dei più, nel ceto politico diffuso del centro-sinistra, era che ci si trovava di fronte a una trovata estiva che non avrebbe avuto alcun seguito. All'inizio le manifestazioni di consenso apparvero più dettate da un sentimento di riguardo per l'autorevolezza dell'autore della proposta che da convinzione sincera. E anche i pareri contrari furono per lo più motivati, salvo alcune eccezioni, facendo riferimento all'irrealizzabilità del progetto piuttosto che a obiezioni di merito.

La stessa replica di Massimo D'Alema sul "Corriere della Sera", nella quale si indicava la prospettiva di un nuovo partito riformista in cui avrebbero dovuto confluire DS, SDI e Margherita, veniva interpretata più come un modo per esprimere un rifiuto alzando furbescamente la posta, che per quello che effettivamente era: cioè l'indicazione della prospettiva strategica in cui la proposta di Prodi avrebbe acquistato un significato politico non congiunturale.

E invece, come gli sviluppi successivi della discussione hanno dimostrato, quella di Prodi era tutt'altro che una sortita estemporanea, non solo per le sue implicazioni strategiche, messe immediatamente in luce dall'intervento di D'Alema, ma anche per le sue motivazioni politiche immediate.

Non bisogna trascurare che essa si presenta come risposta, sebbene surrettizia e quindi alla fine ingannevole, alla forte domanda di unità presente nell'elettorato di centro-sinistra. Né bisogna altresì dimenticare che una tale domanda, in questi due anni pur segnati da grandi mobilitazioni, è stata sostanzialmente frustrata da un'estenuante discussione senza costrutto sul 'piccolo' o 'grande' Ulivo e sul rapporto tra quest'ultimo e i movimenti, su cui si sono esercitate - ironia della sorte! - in particolare le componenti più radicali del centro-sinistra.

Anzi, paradossalmente, almeno a parole, a coniugarsi più persuasivamente con la necessità di costruire una coalizione per il governo tra tutte le opposizioni sono poi risultate le proposte di riorganizzazione del centro-sinistra che evocano la nascita di un nuovo soggetto 'riformista' (sia esso partito o federazione) piuttosto che non le vuote invocazioni di un 'grande Ulivo', collegato ai movimenti ma incapace di abbattere gli steccati innalzati a sinistra verso Rifondazione comunista e al centro verso i democratici moderati. Se poi la lista unitaria dei 'riformisti' venisse, come chiedono soprattutto i DS, effettivamente capeggiata da Prodi e le elezioni europee si trasformassero in una sorta di 'sondaggio-plebiscito' tra Prodi e Berlusconi in vista delle elezioni politiche successive, diventerebbe difficile anche per molti di coloro che sono contrari alla sua formazione augurarsi l'insuccesso di tale operazione. Ma la deriva personalistica del sistema politico italiano non avrebbe più freni.

Naturalmente, gli stessi sostenitori della proposta Prodi non si fanno illusioni. La via per arrivare all'obiettivo che si sono prefissi resta irta di ostacoli. Il primo è costituito dall'impossibilità di arrivare alla formazione di una delegazione parlamentare equilibrata, in cui siano cioè equamente rappresentati i diversi partiti, attraverso il governo del voto di preferenza. Ci vorrebbe insomma una nuova legge elettorale, che sarebbe possibile solo con il concorso della destra. E non è chiaro quale vantaggio quest'ultima ricaverebbe dal facilitare la formazione di una lista unitaria nel centro-sinistra se non fosse in condizione di fare altrettanto nel proprio campo. Il secondo ostacolo è costituito dalla possibilità che i contrasti inevitabili, e forse insanabili, che la prospettiva del partito o della federazione 'riformista' - di cui la lista alle europee è il primo passo - aprirà nei DS e nella Margherita e con altri partner della coalizione, siano tali da compromettere invece che aiutare la costruzione di una grande coalizione democratica di centro-sinistra. È facile che questo accada, data anche la confusione in cui si svolge la discussione. Soprattutto nella Margherita convinti sostenitori della lista unitaria sono altrettanto fieri avversari della costruzione del partito riformista. E, in aggiunta, sia questi ultimi che quanti sostengono lista e partito sono uniti nel chiedere ai DS di abbandonare il gruppo del Partito del socialismo europeo.

Se in seguito a questa discussione i rapporti nel centro-sinistra dovessero tornare a guastarsi, verrebbe svelata l'incapacità della proposta di Prodi di rispondere a quella domanda di unità che le ha creato attorno, soprattutto nella base dei DS, un clima di benevola attenzione, che alla prova dei fatti potrebbe rapidamente dissolversi.

2. In ogni caso, con la sua proposta Prodi ha posto innanzitutto una condizione che riguarda l'e sercizio della sua leadership in un eventuale futuro governo di centro-sinistra. Mai più egli avrebbe ripetuto - sembra aver voluto dire - l'esperienza del 1996, quando una delle ragioni della sua debolezza politica nasceva dal fatto che fosse alla guida del governo senza che questo ruolo gli derivasse dal fatto di essere contemporaneamente a capo del maggior partito dell'alleanza, così come avviene nei principali paesi europei. Insomma, le elezioni europee dovrebbero essere una sorta di 'prova generale', la prima tappa della costruzione del partito di Romano Prodi.

È difficile dire se al presidente della Commissione europea, quando ha avanzato la sua proposta, fossero presenti le analogie che questo percorso avrebbe avuto, a dieci anni di distanza, con quello che nel 1994 ha portato alla formazione di Forza Italia: che, insomma, i partiti si fanno e si disfanno in funzione delle leadership e non viceversa. E, del resto, che s i tratti di un problema più generale, che va oltre la 'scesa in campo' di Berlusconi dieci anni fa o l'attuale proposta di Prodi, è dimostrato da più di un fatto: attorno allo stesso D'Alema presidente del consiglio si cominciò a parlare della formazione di un 'partito del presidente'; il ruolo svolto da Cofferati nel corso degli ultimi due anni, fondato sull'incontro tra una leadership in formazione e i movimenti, non è stato estraneo a quel processo di personalizzazione della politica che così bene ha descritto Mauro Calise qualche anno fa nel suo saggio sulla formazione dei nuovi partiti come, appunto, 'partiti personali'.

3. Siamo di fronte quindi non a fenomeni patologici o a improvvisazioni, come spesso si sostiene, ma a un'evoluzione del sistema politico italiano in una precisa direzione. Si tratta di un fenomeno in sintonia con tendenze che vengono da lontano, riguarda non solo la politica ma il mo dello sociale, la formazione dell'opinione pubblica, i piani stessi del simbolico e del gusto e dei modelli di consumo. Si inserisce insomma in quel processo in corso che siamo soliti definire di 'americanizzazione' delle società europee.

La proposta di dare vita a una formazione politica 'riformista' nell'ambito del centro-sinistra si colloca in questa prospettiva. Nasce dal convincimento presente nella sinistra, anche se non sempre esplicitamente dichiarato, che le trasformazioni sociali prodotte dalla fine del modello fordista - o più esattamente dalla rivoluzione neoconservatrice dell'ultimo quarto di secolo guidata dal neoliberismo - hanno relegato il lavoro in un ruolo marginale nell'ambito della dialettica degli attuali rapporti sociali. E che questo processo è irreversibile.

Conseguentemente, il declino delle culture politiche di sinistra del Novecento, socialdemocratiche e comuniste, sarebbe derivato da questa perdita di autonomia e centralit à del lavoro nel suo rapporto con il capitale. Diventerebbe perciò ineluttabile per la sinistra europea approdare a formazioni politiche che dal punto di vista identitario siano organicamente di centro-sinistra, socialmente rappresentative di quelle 'classi medie' orientate all'innovazione, frutto dei più recenti processi di modernizzazione. Per questa ragione la proposta di una nuova formazione 'riformista', se non trova una robusta e credibile alternativa, può esercitare attrazione non solo tra gli orientamenti moderati presenti a sinistra, ma anche tra quelle tendenze radicali (per intenderci, nei 'girotondi' e persino tra settori dei 'no-global') che tuttavia condividono l'idea che la fine della centralità del lavoro sia un dato che segna alla radice le società moderne.

È una proposta, quindi, quella del partito 'riformista' che nasce non da un'anomalia italiana ma sulla base di un'interpretazi one delle tendenze che attraversano l'Europa, dell'evoluzione dei rapporti USA-Europa, che sarebbero caratterizzati dall'affermazione di un comune modello sociale segnato nei suoi caratteri dal neoliberismo trionfante.

È questa interpretazione che bisogna confutare. Dovrebbe essere ormai evidente che se il lavoro ha perso centralità dal punto di vista della rappresentazione sociale e politica, e perfino simbolica, resta invece 'centrale' ai fini della riproduzione dell'attuale modello di sviluppo e in ultima istanza del capitale. Solo così si spiega la vera e propria ossessione delle destre europee, a cominciare da quella italiana, di realizzarne la totale subordinazione e precarizzazione, per assicurare su di esso un comando esclusivo e tendenzialmente totale.

Lo stesso concetto di 'riformismo' subisce in questo contesto una mutazione di significato. Essa non sta a indicare l'evoluzione della cultura riformista tradizionale del socialismo europeo, né tanto meno l'incontro e la fusione dei riformismi socialista e cristiano democratico, e neppure solo una più accentuata attitudine al governo da parte di una moderna sinistra. Esso indica piuttosto la convinzione che non c'è alternativa al modello sociale promosso dal neoliberismo, per cui una sinistra che guardi in faccia alla realtà non ha altro compito che mitigarne gli effetti e correggerne le contraddizioni più vistose. Consiste insomma nella rinuncia a rovesciare quel modello sociale, a continuare una battaglia in nome dello Stato sociale e di una sua evoluzione ispirata ai caratteri di fondo della civilizzazione europea.

Si tratta di cose già note, e di un percorso già ampiamente tracciato dal New Labour di Tony Blair e dai teorici della Terza via, secondo indirizzi che hanno ampiamente influenzato sebbene con vario grado d'intensità le esperienze di governo della sinistra in Europa n el quinquennio tra il '95 e il 2000. Del resto, in questo quadro si giustificano le riabilitazioni del craxismo, che di queste tendenze rappresentò per tanti aspetti una precoce anticipazione, l'apologia della flessibilità del lavoro, il divorzio tra sinistra politica e un sindacato che si ostini a interpretare autonomamente le istanze dei lavoratori, l'interventismo 'democratico' che ha caratterizzato le sinistre al governo fino all'aggressione anglo-americana all'Iraq, l'accettazione dei sistemi elettorali maggioritari e sul piano istituzionale il primato della governabilità rispetto a quello della rappresentanza.

4. Contrastare la proposta di un nuovo soggetto 'riformista', in nome della riaffermazione del ruolo che spetta in Europa a un'autonoma sinistra politica, significa mettere in discussione l'irreversibilità di questo processo che ha investito da decenni l'Italia e l'Europa, da un duplice punto di vista.

Il primo riguarda un giudizio su ciò che resta di vitale e operante del compromesso sociale iniziato nel secondo dopoguerra, noto come 'Stato sociale' o 'economia sociale di mercato', nelle moderne società europee. Non si tratta di chiudersi nella difesa a oltranza di tutti gli equilibri garantiti da quel modello, ma di comprendere quanto di una certa idea che la ricchezza socialmente prodotta debba essere intesa come 'bene pubblico', di un certo modo di intendere i diritti sociali e la sicurezza sociale, resti un tratto irrinunciabile della civilizzazione europea.

Il secondo riguarda invece la possibilità che questo stesso processo in atto, che abbiamo definito di 'americanizzazione', produca dal suo interno contraddizioni tali che, nel quadro dell'inquietante evoluzione dello scenario mondiale (guerra preventiva, terrorismo, crisi economica perdurante e neoprotezionismo aggressivo dei ricchi contro i poveri del mondo), ne mettano in discussione i tratti fondamentali e costitutivi.

Ebbene, operare sull'intreccio di questi due fattori è il compito di una moderna sinistra europea che lungi dall'essere figlia - come lo sarebbe la nuova formazione 'riformista', sia pure a suo modo - della 'rivoluzione passiva' degli ultimi venticinque anni, si ponga il problema di rimettere in campo un modello di sviluppo in cui la centralità sociale e politica del lavoro ritorni ad avere un ruolo importante. Solo così la sinistra può ritornare a essere protagonista di un nuovo compromesso tra capitale e lavoro in Europa, sorretto dalla costruzione di un centro-sinistra europeo, dall''alleanza' (e non dalla 'fusione') tra sinistra e un centro democratico liberato dalle ipoteche dell'evoluzione conservatrice del Partito popolare europeo ma non per questo ignaro della propria identità e funzione.

Da questo punto di vista diventa essenziale a sinistra il pieno dispiegamento di una riflessione critica ma costruttiva del processo costituente in atto dell'Europa politica.

5. La forza di una prospettiva che punti alla riaffermazione del ruolo di una sinistra autonoma sta nel fatto che serve all'Europa. Nel quadro della nuova divisione internazionale del lavoro imposta tra aspri conflitti dalla competizione globale è difficile vedere un ruolo dell'Europa se non in una sua specializzazione in quella parte della produzione della ricchezza mondiale ispirata a criteri di 'qualità': qualità dei suoi prodotti industriali, della ricerca, dell'ambiente, delle ragioni di scambio con i paesi poveri, del vivere quotidiano e della riproduzione sociale. Si tratta insomma di porsi l'obiettivo di un nuovo modello di sviluppo in cui cruciale diventa il tema della sostenibilità ambientale e sociale.

Non c'è alternativa a questa scelta, resa certamente più ardua dall'allargamento dei confini dell'Unione europea, se l'Europa non vuole essere schiacciata tra USA e i paesi emergenti in una vana rincorsa ora del modello degli uni, ora degli altri. Non si tratta di ergere steccati nel vano tentativo di sottrarre questa parte del mondo alle sfide della globalizzazione, ma di coltivare l'ambizione che l'Europa - proprio per il peso che hanno avuto nella sua storia socialismo e movimento operaio - possa costituire il centro motore di un diverso sistema delle relazioni mondiali.

Ma un tale modello di sviluppo non può che essere fondato sulla valorizzazione del lavoro umano e della sua riproduzione; Stato sociale e sistemi di sicurezza ridiventano perciò una risorsa della crescita invece che un freno come sono tuttora considerati. Sinistra e missione dell'Europa diventano perciò una sola cosa, se il Vecchio Continente vuole contribuire a costruire un mondo che si liberi dagli incubi del tempo presente (guerra permanente, collasso ambientale, opulenza per pochi e penuria, se non fame, per molti) e nel quale possa essere interrotta quella che a volte sembra, per parafrasare Marx, una corsa verso la 'comune rovina' del genere umano.

"La Rinascita", 10 ottobre 2003

   
 
         
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