Coalizione al calor bianco?
Buona la verifica a settembre

Il Manifesto, 8 agosto 2007

E' veramente difficile capire le ragioni per le quali la sinistra dell'Unione non prenda unitariamente atto della fine di un'intera fase dell'esperienza di governo iniziata un anno fa e chieda esplicitamente a Prodi di avviare a settembre una verifica a tutto campo su programma e assetti di governo. Si tratterebbe di un atto, forse di un tentativo estremo, teso a salvare il centrosinistra e lo stesso Prodi da un logorio sempre più intenso a cui maggioranza e governo sono sottoposti. Si sfuggirebbe così al dilemma, che sembra essere diventato incombente all'indomani del controverso accordo sulle pensioni e il mercato del lavoro, tra passare all'opposizione o subire scelte di politica economica che negano lo spirito e la lettera del programma con cui l'Unione è andata alle elezioni.

Senza questo chiarimento di fondo appare impossibile superare lo stato di continua fibrillazione nel confronto interno al centrosinistra, per cui ogni decisione importante del governo è preceduta e seguita da polemiche al calor bianco che azzerano nell'opinione pubblica persino la percezione dei risultati positivi (quando ci sono) dell'azione del governo.Tutti dovrebbero comprendere all'interno dell'Unione che la sensazione di rissa permanente che viene offerta al Paese è un danno per tutti.

Si supponga anche che Rifondazione comunista in particolare e la sinistra nel suo complesso conquistino in autunno miglioramenti più o meno significativi all'accordo sulle pensioni e il mercato del lavoro siglato dai sindacati. Ma subito dopo, sulla legge elettorale e l'atteggiamento da assumere rispetto al referendum non si riaccenderebbero altre polemiche? E comunque resta la domanda su come la sinistra pensa di gestire nei rapporti con i corpi sociali organizzati un risultato sulle pensioni che possa suonare come una sconfessione di una mediazione accettata dalla maggioranza del movimento sindacale. E, infine, quanto a lungo si può pensare di promuovere e partecipare a manifestazioni di piazza, già previste per l'autunno, contro il governo e far parte contemporaneamente della maggioranza che lo sostiene?

Tutti questi interrogativi congiurano nel suggerire che per cercare di ridare stabilità e coesione alla maggioranza di governo, che appare compromessa ma che persino per Rutelli non ha oggi alternative, è preferibile aprire una verifica politica a tutto campo. Del resto che siano necessari una verifica e un aggiornamento del programma dell'Unione lo dicono anche alcune importanti novità che sono intervenute nel corso di quest'anno e che probabilmente costituiscono - dal momento che su di esse non si è tentato nemmeno di giungere a una posizione comune - le ragioni di fondo che determinano questo permanente stato di instabilità.

La prima di queste novità è costituita dal fatto che, nel corso di quest'anno, per l'Unione europea il problema del rientro del debito entro i parametri di Maastrichit assume un valore inedito rispetto agli anni passati. Fino alle elezioni politiche la priorità era costituita dal rispetto dei parametri relativi al deficit, ossia all'indebitamento, mentre il rientro dal debito verso il limite del 60 per cento del Pil rimaneva un problema collocato sullo sfondo. Da un anno le cose non stanno più così, e il ministro del Tesoro si è fatto interprete di questo nuovo orientamento della Banca centrale europea e dell'Unione europea.. E in che occasione i diversi contraenti della coalizione di centrosinistra potranno provarsi a giungere su questa fondamentale questione a una posizione comune se non in una verifica generale del programma di governo?

Lo stesso può dirsi per la seconda novità intercorso in questo anno di governo che riguarda la legge elettorale. Nel programma dell'Unione era scritto che la riforma della legge elettorale doveva essere cercata attraverso la ricerca di larghe convergenza in Parlamento. Non si sono nemmeno chiuse le urne delle elezioni politiche e settori significativi della parte moderata dell'Unione, cioè di quello che oggi è il Partito democratico, si sono impegnati in una proposta referendaria osteggiata da tutta la sinistra. Può una coalizione resistere a lungo avendo al suo interno posizioni contrapposte sul destino del sistema politico del Paese?

La terza questione riguarda la politica estera e la funzione delle nostre missioni all'estero e in particolare in Afghanistan. La sinistra ha finora apprezzato l'impostazione datane dal ministro degli Esteri, tant'è che gli attacchi a D'Alema sono venuti dall'ala estrema del Partito democratico a cominciare da Dini e non da sinistra. E tuttavia una questione si pone soprattutto in vista del rifinanziamento delle missioni. Insomma, il quesito è se vi sono nello scenario internazionale le condizioni per cui l'intenzione dichiarata da D'Alema di legare la nostra presenza militare negli scenari di crisi allo sviluppo di un'azione di pace possa tradursi in realtà. Si comprende che le inquietanti dichiarazioni dei servizi di sicurezza sull'attenzione che il terrorismo internazionale sta avendo per il nostro Paese rende una risposta a tale quesito particolarmente urgente.

Come si vede vi sono più di una ragione di carattere generale per giustificare la ricerca di un nuovo patto politico all'interno dell'Unione e per sminare il campo dai motivi di fondo che producono instabilità e fibrillazione. Certo, c'è una condizione che sola può dare alla sinistra la forza e l'autorevolezza per porre, con serenità e determinazione, la necessità di una verifica del programma e dell'assetto del governo. Si tratta del fatto che essa dovrebbe agire come se già fosse quel nuovo soggetto politico unitario di cui la democrazia italiana ha bisogno. E a ben vedere questa è la vera sfida che ci aspetta in autunno.

Il Manifesto, 8 agosto 2007

   
 
         
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