L'inevitabile leader di un non-partito

Il Manifesto, 27 giugno 2007

La scelta di Veltroni a candidato leader del Partito democratico nasce dalla disperazione. Dal timore cioè che un partito nato per legittimare una leadership, quella di Prodi, una volta sfumata quella prospettiva - anche per le vicende relative al basso tasso di popolarità del governo - morisse prima di nascere in un conflitto nel quale ci sarebbero stati molti vinti ma nessun vero vincitore. E’ una scelta che, per le caratteristiche del futuro segretario del Pd, può anche porre un argine alla crisi prenatale del nuovo partito e far sì che quest’ultimo ritorni ad essere un’attrazione per quanti avevano temuto che fosse un’operazione dal respiro corto e funzionale a una pura e semplice resa dei conti interna al ceto politico dei Ds e della Margherita.

Anche a sinistra, da Rifondazione e Sinistra democratica, ci si è affrettati a dichiarare che Veltroni sarebbe un interlocutore più gradito di altri in quella vera e propria opera di ricostruzione del centrosinistra che le forze che lo compongono hanno di fronte a sé. Tuttavia è lecito pensare, per chi conosce da tempo il temperamento e la cultura politica del sindaco di Roma, che il Partito democratico immaginato da Veltroni probabilmente ambirà a includere al suo interno tutta la sinistra. Tornerebbe ad essere cioè, almeno nelle intenzioni, veramente un partito di centrosinistra piuttosto che la nuova creatura neocentrista che sotto la guida di Fassino, di D’Alema, di Rutelli, di Marini oppure di Prodi sarebbe stata. Naturalmente questo significa, d'altro canto, che l’obiettivo di strappare tutta la sinistra italiana dalle sue radici, che affondano nella storia del movimento operaio, sarebbe perseguita con una determinazione, se si vuole con una persuasione e una passione, ben maggiore di quella che sinora si sarebbe immaginata.

Nulla di male se questa ispirazione restasse sul terreno del confronto politico, di una lotta per l'egemonia sull'elettorato orientato a sinistra. Ma non bisogna dimenticare che il modello verso cui far evolvere il sistema politico italiano al quale Veltroni accorda le sue preferenze è quello “americano”. Elezione diretta del premier (il cosiddetto “sindaco d’Italia") e trasformazione in senso bipartitico del bipolarismo italiano sono da tempo i suoi obiettivi. Mario Segni nei giorni scorsi ha rimproverato al sindaco di Roma di aver messo la sordina, una volta accettata la prospettiva di guidare il Partito democratico, al suo sostegno al referendum elettorale. Ma si tratta di accortezze tattiche.

Bisogna infatti rammentare che tra le critiche a come si stava provvedendo alla costruzione del nuovo partito avanzate fino a poco tempo fa egli sottolineava il fatto che essa non fosse collegata esattamente a questo sbocco istituzionale presidenzialista e bipartitico.

Se, da leader del Pd, Veltroni continuerà a perseguire questa prospettiva, al di là delle sue stesse intenzioni, la sua scelta si tradurrà ben presto in una vera e propria dichiarazione di guerra verso la sinistra, perché costituisce il più radicale tentativo di cancellare le condizioni della sua autonomia negandole, prevalentemente attraverso un sistema elettorale ipermaggioratario, ogni accesso alla rappresentanza. Alla sinistra non rimarrebbe altra alternativa che aprire uno scontro senza quartiere con il nuovo partito invece che allearsi con esso, come è nelle sue intenzioni e come sarebbe necessario per contrastare la rimonta della destra. Per il centrosinistra sarebbe un esito catastrofico e senza vie di uscita. Non sarebbe meglio che ci fosse un chiarimento adesso invece che affrontarlo a cose fatte?

Il Manifesto, 27 giugno 2007

   
 
         
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