Pensione, il saggio stop all’Ocse

www.aprileonline.info, 9 giugno 2007

Credo non sia saggio sottovalutare il significato del fatto che il governo italiano, con una decisione senza precedenti, sia stato costretto a decidere di non sottoscrivere il rapporto dell'Ocse sulle pensioni. La evidente volontà, rintracciabile nella lettera del rapporto, di ingerirsi nelle decisioni del governo dell'Italia alla vigilia di un'importante confronto con le forze politiche e con le parti sociali sui problemi della previdenza ci dice quanto sia forte anche oltre i confini nazionali l'intenzione di esercitare una pressione sul centrosinistra italiano da parte chi teme che esso possa derogare dai canoni monetaristi e liberisti che dominano le scelte di politica economica sul piano internazionale. E' del tutto evidente che il ministro Damiano debba, per ovvie ragioni diplomatiche, affermare che il dissidio sia limitato a ragioni di carattere tecnico e non politico. Ma non ci vuole molto a capire che le cose non stanno così.

Infatti, la lettera e lo spirito del rapporto Ocse ci fanno comprendere che c'è la volontà di dare un'indicazione, un indirizzo, al governo italiano che sono relativi a un'anticipazione rispetto al 2017 della completa entrata a regime del sistema contributivo e della riduzione dell'incidenza rispetto al Pil della spesa pensionistica italiana. Quindi bene si è fatto a respingere una tale ingerenza, in modo che la discussione sulle pensioni possa essere affrontata senza vincoli esterni di sorta, sebbene non cogenti come quelli derivanti da un rapporto di studi sia pure di un organismo autorevole.

Ieri, i parlamentari della sinistra dell'Unione hanno ribadito la loro contrarietà verso la tentazione di operare una drastica riduzione della spesa pensionistica che attraversa la componente moderata del centrosinistra e sembra stare a cuore soprattutto al ministro del Tesoro. Abolizione dello scalone della legge Maroni, nessuno scambio con l'elevamento dell'età pensionabile delle donne, nessuna revisione dei coefficienti che penalizzerebbero le pensioni a venire, rivalutazione delle pensioni più basse, è stata la linea di condotta indicata da Titti Di Salvo che era anche frutto del confronto tra i dirigenti della sinistra dell'Unione e le confederazioni sindacali che aveva di poco preceduto la riunione dei parlamentari.

Si potrebbe obiettare che da parte della sinistra vi sia stato un irrigidimento. Ma è del tutto evidente che se anche questo fosse effettivamente accaduto è stata la pervicacia di quanti dentro l'Unione (per non parlare della Casa delle Libertà, di Confindustria e degli opinionisti della grande stampa economica) sostengono che bisogna tagliare la previdenza a provocare questo irrigidimento. Si è trattato insomma un principio di legittima difesa di fronte a un fuoco di fila a cui hanno partecipato persino gli estensori del rapporto dell'Ocse.

Questo non significa che di riforme del nostro sistema pensionistico non si debba ritornare a discuterne. Ma in tempi e in un contesto di riferimento appropriati. Sgombrando intanto il campo da numerose omissioni. La prima cosa da dire è che, se guardiamo all'equilibrio finanziario dei sistemi previdenziali quello italiano lo è ampiamente e per lungo tempo. E' vero piuttosto che la spesa per pensioni è superiore in Italia rispetto agli altri paesi sviluppati, ma ciò è per così dire compensato dal fatto che la spesa sociale complessiva è minore.
La retorica che gli adulti di oggi si mangiano le pensioni di domani è priva di fondamento. E se c'è una cosa che mette a rischio le pensioni future è, piuttosto, il perverso combinato disposto (sottovalutato al momento del varo della legge Dini) tra precarizzazione del lavoro, con intervalli di inoccupazione che si succedono sempre più di frequente, e sistema contributivo. Per cui quello a cui bisognerebbe pensare è a un sistema di contribuzione figurativa (finanziato probabilmente dalla fiscalità generale) che coincida con i periodi di disoccupazione.

La diffidenza dei lavoratori di fronte a ogni tentativo di modificare il sistema pensionistico nasce comunque da fatto che ogni proposta di modifica non è orientata a rendere la previdenza più equa e solidale compatibilmente con le risorse disponibili, ma punta sostanzialmente a due obiettivi: nell'immediato trovare dai tagli alla spesa pensionistica risorse per ripianare il debito pubblico, in prospettiva ridurre la spesa previdenziale e, in generale, la spesa sociale rispetto al Pil. Altrimenti non si capirebbe l'accanimento contro le pensioni di anzianità, attraverso lo "scalone" o gli "scalini", essendo queste un istituto in via di esaurimento in tempi relativamente rapidi.

Non si tratta di scelte che non meritano di essere discusse in una maggioranza di centrosinistra, né si tratta di mere opzioni di politica economica, bensì di concezioni che attengono al modello sociale a ci si riferisce.

Quale legge intoccabile dell'economia impone che in una società che invecchia bisogna dare meno risorse agli anziani? Si potrebbe casomai discutere se esse debbano essere date sotto forma di prestazioni pensionistiche, di assistenza sanitaria o servizi alle persone, ma non che debbano essere ridotte. E' proprio una bestemmia, come sembra sostenere Ostellino sul Corriere della Sera, pensare a un sistema non unicamente finanziato per via contributiva ma anche attraverso la fiscalità generale?

Insomma, bisogna cambiare il piano e le finalità con cui si discute di riforma delle pensioni. E questo richiede una riflessione che non può non comportare uno spostamento delle decisioni nel tempo. Ed è mia opinione che in un quadro diverso, e dinnanzi a finalità macroeconomiche differenti da quelle che ispirano la discussione attuale, di fronte all'allungamento delle aspettative di vita un elevamento dell'età pensionabile che tenga conto anche del tipo di lavoro svolto, tendenzialmente volontario e flessibile, possa essere affrontato e risolto con il consenso dei lavoratori e delle lavoratrici.

www.aprileonline.info, 9 giugno 2007

   
 
         
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