Crisi Fiat: una soluzione europea.  

Di fronte all'abisso in cui è precipitata la crisi della Fiat sono necessarie scelte coraggiose. E anche qualche intervento chirurgico, che gli Agnelli vorrebbero come al solito esercitare su migliaia di lavoratori, e invece sarebbe bene fare sugli assetti proprietari. Di fronte a tanto disastro, infatti, una cosa è certa: non regge più quest'ultimo avamposto del "capitalismo familiare" di cui la Fiat è espressione.

Sulle prospettive dell'auto nel nostro paese tre punti debbono tuttavia rimanere fermi: il primo è che l'industria dell'auto (e non solo una serie di stabilimenti di assemblaggio) deve rimanere un elemento costitutivo del nostro panorama economico, fattore irrinunciabile della sua "civiltà industriale"; il secondo è che il futuro del settore dell'auto in Italia dipende dalla realizzazione di una forte integrazione sul piano internazionale con altri soggetti finanziari e imprenditoriali; il terzo è che i livelli occupazionali devono essere salvaguardati.

Dalla realizzazione di questi obiettivi, cioè da come dalla crisi della Fiat si passa a una politica di rilancio del settore nel quadro dei processi di integrazione in atto sul piano mondiale, discendono tutte le altre scelte.

Ma una tale politica può farla solo il potere pubblico. Nella proposta di nazionalizzazione della Fiat avanzata da Rifondazione comunista, che è palesemente del tutto fuori tempo rispetto ai processi di integrazione che attraversano l'economia mondiale e segnatamente l'industria dell'auto, c'è dunque un fondo di verità. Che ci sia la necessità di ripensare alla funzione del potere pubblico nell'economia ce lo dice non solo la crisi della Fiat e la sostanziale impotenza del suo azionista, nonostante la ricapitalizzazione di questi giorni, ma anche il modo in cui tutti i paesi sviluppati stanno reagendo alla stagnazione in corso dell'economia mondiale.

Ora il quesito su cui nel dibattito che si è aperto sul destino della Fiat spesso si sorvola è: ma è proprio esclusivamente nel rapporto con General Motors che è possibile immaginare la salvezza dell'industria dell'auto italiana? Oppure non è il modo in cui questo rapporto è stato realizzato e si è sviluppato anche in vista della fusione del 2004 una delle cause dell'inaudito precipitare della crisi? Si comprende la cautela che c'è da parte di tutti a sollevare questo problema. Senza altri interlocutori una rottura con General Motors potrebbe essere esiziale per la Fiat. Ma il governo ha dovere di verificare se altre strade siano praticabili. Per esempio, è del tutto senza fondamento ripensare a un'interlocuzione con altre case automobilistiche europee al fine di costruire un vero e proprio "polo europeo" dell'auto?

Se una simile scelta fosse possibile i vantaggi sarebbero evidenti. Si costruirebbe uno degli ancoraggi "materiali", un fattore di base che riguarda l'economia reale, di quel processo di unione politica c he costituisce l'unica prospettiva per le nazioni del Vecchio Continente.

In questo caso, cioè se vi fossero effettivamente degli interlocutori europei per il progetto di integrazione internazionale del settore italiano dell'auto (ma solo in questo caso), la partecipazione diretta del capitale pubblico al riassetto proprietario della Fiat sarebbe non solo auspicabile ma essenziale per ragioni di equilibrio nell'eventuale partnership. E' noto infatti che le principali case automobilistiche europee - Volkswagen e Renault - hanno nel loro assetto azionario una rilevante presenza di capitale pubblico che comporta un intervento diretto del potere pubblico di quei paesi nelle scelte industriali. E sarebbe ben strano che, in quella prospettiva, lo Stato italiano negasse a se stesso un ruolo che invece quello tedesco e francese continuerebbero a svolgere.

"il Manifesto", 6 novembre 2002

   
 
         
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